GIUSTINA RENIER MICHIEL
L' ultima gentildonna del '700, la prima veneziana dei tempi nuovi. Nasce a Venezia il 15 ottobre 1755, nipote degli ultimi due Dogi di Venezia, il nonno Paolo Renier e lo zio Lodovico Manin (fratello della madre Cecilia). Giustina studia prima presso le Cappuccine di Treviso, quindi presso una dama francese che tiene una scuola per giovani patrizie. Si sposa ventenne con il nobiluomo Marcantonio Michiel, da cui ha tre figlie (una sposerà il conte Martinengo, un'altra il nobile Bernardo). Manifesta presto interessi culturali diversi e segue corsi di fisica, botanica, chimica presso lo studio Padovano. Pubblica in francese "L'origine delle feste veneziane", scrive un saggio sulla vita di Sevigné e traduce per prima in italiano alcune tragedie di Shakespeare (l'Otello, il Macbeth, ed il Coriolano). Il suo salotto veneziano (in corte Contarina a S. Moisè) frequentato tra l'altro da Foscolo, Canova, Pindemonte, M.me de Stael, Cesarotti, Rossini, lord Byron, Cesare Cantù, diventa presto un luogo di vivaci incontri culturali. Scrisse il Malamani: <..quando uscivi dal salotto della Albrizzi avevi imparato ad amare l'Albrizzi, quando lasciavi il salotto Renier avevi imparato ad amare Venezia>. Partecipa inoltre intensamente alle sofferenze altrui, cerca di sovvenire alle necessità delle persone più modeste, e giunge ad allevare presso di sè un ragazzo, Vincenzo Busetto, come fosse suo figlio. Muore a Venezia nella sua casa in Piazza S. Marco, il 6 aprile 1832. Questo è quanto viene pubblicato sulla Gazzetta Privilegiata in occasione della sua morte: "Un cuore angelico cessò di battere, un sublime intelletto cessò di pensare. Siano concesse le parole del dolore a me ch'ella mostrò di amare, a malgrado la differenza grande dell'età e quella ancor maggiore dell'ingegno. Molta era la dottrina della Renier, acuto, grazioso, profondo lo spirito; esatto il ragionare; forte ed insieme delicato il sentire; vivace l'immaginare; franco, ameno e caldo lo stile. A tante doti d'ingegno Ella aggiungeva doti ancora maggiori di cuore. Affettuosa, indulgente, beneficientissima, godeva dell'altrui felicità come della propria. Sosteneva le sciagure con virile coraggio, il quale non era nè la durezza di chi non sente, nè la leggerezza che dimentica: v'era il dolore, ma nobile e dignitoso. Amò svisceratamente Venezia, e a difenderla dalle calunnie e renderla agli altri cara e veneranda, consacrò quasi tutti i suoi scritti". L'articolo da cui è tratto questo brano porta la sigla D.M., che alcuni interpretano come quella di Daniele Manin. Le sono stati intitolati: un liceo a Belluno, una scuola elementare a Venezia, una calle a Murano.
Cronologia dei fatti più importanti della vita:
- 1755 , nasce a Venezia il 15 Ottobre nel Palazzo Renier di S. Stae, e viene tenuta a battesimo da Marco Foscarini (terz'ultimo Doge).
- 1775 , si sposa con Marcantonio Michiel, appartenente ad una delle più importanti e ricche famiglie patrizie veneziane. Il padre di Giustina - Andrea - era allora ambasciatore a Roma, e così gli sposi si trasferiscono nella capitale, soggiornando per un anno a Palazzo Venezia, frequentando la società che circondava la corte papale, e gli ambienti culturali di Roma. <Sono stata ammessa, scrive Giustina, al bacio della pantofola del S. Padre, che mi usò mille atti distinti di bontà>. La vivace e graziosa gentildonna non tarda a conquistarsi le simpatie dei romani, nonchè l'appellativo di <venerina veneziana>; in particolare conosce il Monti, e questo incontro segna l'inizio dell'interesse, che caratterizza tutta la sua vita, per la cultura e per gli studi letterari.
- 1776 , nasce la prima figlia Elena. Sposerà il nobile Alvise Bernardo ma non avrà figli. Morirà nel 1828, prima dei genitori.
- 1777 , nasce la seconda figlia Chiara. Morirà dieci anni dopo.
- 1778 , nasce la terza figlia Cecilia. Sposerà il nobile bresciano Lodovico Matinengo dal Barco. Avrà tre figli, Leopardo - Maddalena - e Giustina.
- 1779 , il nonno Paolo viene eletto Doge, e la vuole da quel momento al suo fianco nelle manifestazioni ufficiali come prima dama della Repubblica (la seconda moglie del Doge - Margherita Dalmaz - non era infatti nobile). Nella posizione di dosetta partecipa periodicamente alle feste in Palazzo Ducale, ed in tali occasioni si convince di quanto sia importante la lingua inglese, e si impegna quindi anche nello studio di questa lingua, fino a riuscire, consigliata da Le Tourner che aveva tradotto Shakespeare in francese, a tradurre in italiano, per prima, tre tragedie dello stesso Shakespeare.
- 1784 , si divide dal marito, è Giustina a chiedere il "divorzio per molesta coabitazione", diremmo oggi: separazione per incompatibilità di carattere.
- 1789 . muore il Doge suo nonno.
- 1806 , incontra Napoleone (considerato da Giustina il tiranno e lo spoliatore di Venezia) al colmo della sua gloria. Lui arrivato a Venezia vuole conoscerla. <In cosa siete famosa, signora>, chiese l'imperatore. <Nell'amicizia> rispose Giustina, fornendo una modesta ma centrata definizione di se stessa. <E che cosa avete scritto?> <Ho tradotto alcune tragedie>, continuò a schermirsi Giustina. <Racine, immagino>. <Perdono, maestà, Shakespeare>. L'allusione antifrancese era evidente, e Napoleone, stizzito, se ne andò senza salutarla. La notizia di questo dialogo, scambiato in pubblico a voce alta, fece naturalmente il giro di tutta la città.
- 1817 , vengono pubblicati in italiano e francese - non senza noie con la censura austriaca - i primi fascicoli dell' <Origine delle feste veneziane>. Per circa vent'anni Giustina dedica il suo tempo a ricercare libri e documenti, a consultare persone esperte, a correggere e pubblicare la sua creazione. Forse essa concepì questa attività come un dovere nei confronti della sua patria, <la migliore delle madri, da lei vista fatalmente spirare>, come la definirà nella prefazione, un dovere faticoso, che le procurò tuttavia la gioia di trattare una materia a lei così cara, quasi sacra.
- 1828 , muore la figlia Elena. Questo avvenimento tragico sembra poter ravvicinare i due coniugi dopo tanto tempo. il 19 febbraio Marcantonio scrive a Giustina: <.. Ah mia Giustina quel perno sopra del quale girava la nostra tenerezza come ci fu rapito. che ci resta di più confortante della Cecilia e delle creature che ci diede...Ma sia che ci vuole, dobbiamo vedersi, non ci sarà bisogno di parlarci: col solo stringersi la mano, senza dirci una voce, il nostro cuore Giustina ci dirà tutto. No non lo temo questo momento anzi lo desidero: ciò penso con conforto e lo offriamo anche a Lei>. Marcantonio ha rapporti continui con la curia di Roma e qui spedisce copie dei libri della moglie. In una lettera al bibliotecario vaticano spedita da Carpenedo alla fine del 1828 si raccomanda perchè il V volume delle "Feste veneziane" sia collocato nella biblioteca della canonica di S. Pietro in vincoli.
- 1832 , muore
Giustina il 6 aprile a Venezia nel suo palazzo presso le Procuratie Vecchie,
accanto alle Mercerie. Un'iscrizione posta in S. Marco, ove ebbero luogo i
funerali, così la commemorava: <ammirata dai suoi concittadini - e da quelli di
ogni nazione - accolse benigna i migliori ingegni - per animarli a seguire - il
vero ed il bello>. Riposa nel secondo cortile di S. Michele, a sinistra, ove una
lapide restaurata da poco - nella prima metà del 2007 - a cura del Comune di
Venezia ancora la ricorda
(Giustina
Renier Michiel -
cui l’animo buono
e l’ingegno elevato – fecero scrivere degnamente – le patrizie feste – ornata di
varia letteratura – di arguta giovialità nel conversare – amatissima dai suoi,
nota agli stranieri).
- 1834 , muore il 3 Aprile il marito Marcantonio Michiel a Pontecasale di Candiana.
Quando che, andando avanti co l’età,
Che de ogni monumento xe rovina,
Sta dona a menzionar se sentirà,
con lode de valente citadina,
“Semo superbi” i posteri dirà
“Che la sia stada fia de sta marina”
E dopo tuti in coro “oh che pecà
Che un’altra no ve sia fra nu, Giustina!”.
E cossa poderemio dir nu
che se semo, per nostra gran fortuna,
Specchiai ne la sublime so virtù?
Benedeta sta tera e sta laguna
che gera soa: come sta dona più
No ghe poderà nasser nissuna!
ORIGINE DELLE FESTE VENEZIANE

INDICE DELLE FESTE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO
--Festa per la Fondazione della città di Venezia
--del Giorno de' SS. Apostoli.
--per la prima Vittoria de'Veneti
--per la Traslazione del Corpo di S. Marco a Venezia
-- Visita del Doge a S. Zaccaria
--dei Matrimonii o delle Marie
--per la Vittoria riportata sopra i Tartari Ugri
--del Giorno dell'Ascensione
--Mercato ossia Fiera dell'Ascensione
--Festa dei Banchetti Pubblici
Festa per la Fondazione DELLA CITTA' DI VENEZIA
Non sono d'
accordo fra loro intorno all' epoca della fondazione della città di Venezia, e
quindi nè meno intorno a quella della festa instituita per celebrarla, li nostri
Cronisti medesimi. In tale incertezza, mancandoci documenti sicuri, non ci resta
che la lusinga di accostarci al vero, col percorrere la Storia de' primi secoli
di quest'Isolani. E se ad onta di ciò non verremo a scorgere che simil festa sia
veramente stata la prima instituita in queste lagune, una tale indagine almeno
varrà
a farci conoscere la nascita di una repubblica, che occupò lo spirito di tanti
scrittori, e diede argomento ora ad elogi esagerati, ed ora a critiche eccessive
ed ingiuste. Ma poichè il cominciamento della Repubblica di Venezia è
intimamente legato colla Storia di tutta l'Italia, e lo fu durante il periodo di
più secoli, converrà che mi sieno spesso perdonati alcuni deviamenti
dall'oggetto principale.
Non havvi, quasi direi, nazione la di cui origine involta non sia fra i prestigi della favola, e fra i vaneggiamenti del nazionale orgoglio e della superstizione, e quindi non offra nella sua Storia contraddizioni, incertezze, dubbi ed errori. Se si volesse porgere credenza a certe tradizioni particolari, noi troveremmo ogni popolo discendere gloriosamente da Eroi, da Semidei; ma l' osservazione e gli accurati esami ci provano, che questi Eroi e Semidei non furono per la maggior parte, che capi di masnade e di nazioni ingorde e feroci, le quali scagliandosi sopra altre nazioni men forti, portarono la desolazinoe e la rovina per signoreggiare in loro luogo. La sola Repubblica di Venezia nacque legittima, crebbe onorata. Non ardor di conquiste, non sete di gloria, non avidità di bottino, ma orror della tirannide, amor della libertà, bisogno della propria sicurezza furono gli elementi della sua creazione. In que' tre secoli, creduti prima d' ora il periodo di tempo più infelice pel genere umano, ne' quali barbari conquistatori piombarono sulla bella Italia per disputarsi fra loro le parti disunite del vasto corpo dell'impero Romano, e per immergere queste floride contrade in tutti gli orrori della barbarie e della crudeltà, in que' secoli fu, che una fratellevole famiglia, riparatasi ne' paludosi stagni, che giacciono all'estremità del golfo Adriatico, ricevette il suo incremento, e divenne poscia una celebre Repubblica.
Allorquando Alarico re de' Visigoti, dopo le sue conquiste sulla Grecia, si presentò l'anno 402 alle alpi Giulie, e la fama, come dice Claudiano, battendo con terrore le sue ali, proclamò la marcia dell' armata barbara, ed empì di costernazione tutta l' Italia, ciascun abitatore assalito da uno spavento proporzionato alla sua fortuna, non pensò ad altro, che a prender la fuga, trasportando seco il bello e il buono di quanto possedeva. Fu grande il numero di quelli che s'imbarcarono, e che giunsero in queste lagune, le quali già abitate trovarono. Non accade ora di esaminare se quest'Isolani venissero da Veneti Armorici delle Gallie, o da Veneti Paflagonii dell' Asia, o da Veneti Sarmati del Baltico, o, come ad altri piace, da Senatorie famiglie di Roma. Qual che si fosse la loro origine, egli è certo ch' erano uomini pacifici e laboriosi, che con somma industria avevano saputo costruire sulle acque le loro case, e le loro saline. Le seconde lor case erano le barche, e con esse facevano il traffico del sale, al qual fine tenevano canticri ed arsenali. Qui non regnava distinzione di grado, ma viveva ognuno pressochè ad uno stesso livello; qui non l'apparato formidabile delle leggi, ma i saggi principii servivano a ciascuno di norma; qui non sacrileghi giuramenti insultavano il Vangelo, ma la sola parola era per tutti un vincolo sacro; qui non la minacciosa spada della giustizia, ma l' incorrotta fede, e la stima de' proprii concittadini avevano bastevole forza per porre un freno alle passioni. Educavansi i giovani coll'indurarli al travaglio, coll' esporli ai pericoli, coll' esercitarli per tempo nella pesca, nella caccia, nel nuoto, nella navigazione, ed in tutto ciò che vale a rendere l' animo intrepido, e valido il corpo. D' altra parte la virtù e la semplicità erano i maggiori pregi delle fanciulle, nelle quali il cambiar dell' età riconoscevasi per lo sviluppo delle membra e non per quello de' desiderii. Le loro giornaliere occupazioni erano le faccende domestiche, di cui facevano parte colle vigilanti lor madri, che in tal modo addestravanle a procacciarsi quella dote, ch'elleno medesime recata aveano ai lor mariti, cioè un cuor puro in corpo sano, mani operose e industri, ed una scrupolosa esattezza nell'adempiere i doveri del loro stato. I vecchi intenti sempre alla prosperità de' loro simili, non esigevano che rispetto, e rispetto ottenevano. Tutti finalmente questi fortunati Isolani vivevano tra loro legati in dolcissima comunanza, unanimi essendo i loro sentimenti, ed uniformi ai voti della natura.
I nuovi ospiti furono soddisfattissimi del grazioso accoglimento, che ricevettero da quegli abitanti nel seno di una felice mediocrità. E lo furono ancora più, quando appresero da' nuovi rifuggiti qui giunti, che se il valore di Stilicone generale de' Romani avea costretto Alarico, giunto alle porte di Roma, a ritirarsi sino alle Alpi Rezie, un turbine ancor più tremendo era scoppiato in Italia. Radagasio avea passato le Alpi, il Po, e gli Appennini co' suoi Visigoti, ch'erano i Goti vagabondi, e con i Gepidi; e senza trovar opposizione alcuna, avea già preso molte città, che furono tosto saccheggiate, e distrutte. All' avvicinarsi di que' barbari a Roma, il Senato, ed il popolo tutto furono compresi da tale spavento, che i più presero la fuga, e molti vennero ad accrescere la popolazione delle nostre lagune. Ma Radagasio, quell'orgoglioso monarea di tanti popoli guerrieri, dopo la perdita di quasi tutta la sua armata, cadde vittima del valore di Stilicone, che per la seconda volta, cioè nell'anno 405, meritò il nome di Liberatore dell'Italia. Egli non pertanto questo liberator valoroso cadde vittima anch'esso, non del valore altrui, ma dell'invidia e della gelosia, passioni che regnano sempre nelle monarchie. Da quel momento le truppe ausiliarie del debole ed imbecille imperatore di Costantinopoli, vo' dire Onorio, oltraggiate dall'ingiustizia crudele di aver messo a morte il loro generale, ad altro non aspirarono che alla vendetta. Gettarono gli occhi su quel medesimo Alarico, il quale non aspettava che l' occasione favorevole per ricalcare le prime sue orme. Rinforzato in tal modo, passò le Alpi, il Po, saccheggiò le città di Aquileja, di Altino, di Concordia, ed altre; poscia continuò le sue stragi sulle coste del mar Adriatico. Felici, mille volte felici, quelli che poterono scampare da tanti orrori, e ricovrandosi in queste pacifiche lagune, godervi di una vera sociale felicità! Alarico proseguì la sua marcia, e spiegò le sue tende sotto le mura di Roma. Una cospirazione segreta fece aprirgli di notte le porte della città, e gl'infelici abitanti si risvegliarono allo squillo spaventevole delle trombe de' Goti. L' anno 410, o sia il mille cento e sessantatrè dopo la fondazione di Roma, quest' imperiale città, che avea sottommesso, e civilizzato la maggior parte della terra, venne abbandonata al furore degli Sciti de' Goti e de' Germani. Non potrebbesi annoverare la quantità di quelli, che da uno stato comodo, ed onorato furono ridotti in un istante all' orrenda situazione di schiavi, e di profughi. Tante calamità fecero cercare agli abitanti di Roma gli asili i più sicuri, e i più rimoti: i nostri tranquilli Isolani quindi si accrebbero.
Alarico, dopo un breve soggiorno a Roma, postosi alla testa delle sue armate cariche di ricche e pesanti spoglie, si avanzò verso le provincie meridionali dell'Italia, e vagheggiando la Sicilia, non la riguardava però che come un primo passo a confronto della spedizione importantissima dell'Africa, ch'egli già meditava; ma la sua prematura morte, accaduta in seguito di una breve malattia, troncò tutti i vasti disegni di conquiste. Allora i barbari d' una voce unanime collocarono il bravo Adolfo sul trono del cognato Alarico. Adolfo conoscendo il costoro carattere indocile, fiero ed incapace di assoggettarsi a quelle leggi, senza le quali non vi può essere un solido e civil Governo, rivolse tutta la sua gloria e ambizione a difendere l' impero romano, e a conservare la sua proprietà. Dietro queste pacifiche mire, il nuovo re de' Goti concluse un trattato di alleanza colla corte di Oriente; poscia diresse la sua marcia verso la Spagna, e in tal modo l' Italia si vide l'anno 414 liberata da' Goti e dagli altri barbari.
Non sì tosto il Continente si ripose in calma, che i nuovi rifuggiti dimentichi del passato, e poco previdenti dell' avvenire, non sentendo che il desiderio di rivedere le loro native contrade, risolsero di subito ritornarvi. Tale infatti si fu la folla delle persone restituite ai loro focolari, che il prefetto di Roma, parlando della sua sola città, annunziò alla corte l'arrivo in un sol giorno di quattordicimila emigrati. Non è dunque a quest'epoca che debbasi fissare l'instituzione della nostra festa, poichè quantunque la popolazione si fosse accresciuta in tutte queste emigrazioni, pure essa non era tanto numerosa quanto conviensi a città. Ma si accrebbe assai più nell'anno 452, all'arrivo degli Unni in Italia, popolo uscito dal fondo della Scizia, che guidato da Attila stampò orme di sangue ovunque i passi rivolse. Questo nuovo conquistatore superava tutti i suoi compatriotti sì nel coraggio che nella destrezza. Sapeva alternativamente impiegare l'influenza della speranza e del timore, dell'ambizione e dell'interesse per giungere ai suoi fini. Adoperò perfino le superstizioni religiose, adattate allo spirito del suo secolo e della sua nazione. Questo artificioso re accettò come un dono celeste un'antica spada, che un contadino, trovata fra l'erba, osò offrirgli. Attila giudicandosi allora legittimo possessore della spada di Marte, reclamò i suoi diritti divini e incontrastabili. Da quel momento questo favorito del Dio della guerra acquistò un carattere sacro, ed i suoi cortigiani sia per divozione, o piuttosto per adulazione, solevano dire, che i loro occhi non potevano sostenere lo splendore maestoso del re degli Unni. Un monarca più incivilito, cioè Augusto stesso, compiacevasi che si credesse esservi nel suo volto un non so che di divino, e gioiva quando alcuno nel guardarlo fiso era costretto di abbassare gli occhi, come se offeso fosse dai raggi del sole. E a' giorni nostri non abbiamo noi forse veduto un uomo straordinario, il quale divenuto sovrano di una grande nazione, amava di porre in angustia le persone più illuminate e meglio accreditate, confondendo il loro spirito con quistioni disparate e le più opposte ai loro studi e alle loro occupazioni? V'è luogo a credere, ch' egli agisse in questa maniera per indurre la gente a persuadersi, che fossevi qualche cosa in lui di soprannaturale, atta ad abbagliar le altrui menti. In fine Attila valicò le Alpi, e venne a porre l' assedio ad Aquileja, che era la sola barriera che ritardava la conquista dell'Italia, e ben presto egli la ridusse a tale, che i posteri giunsero a discernere appena le sue rovine. Dopo ciò Attila continuò la sua marcia. Altino, Padova, Concordia, che si trovavano sulla via, non presentarono poscia che un ammasso di pietre e di cenere. Portò egli in oltre le sue stragi nelle fertili pianure della Lombardia. Che più? Eccettuatene le nostre lagune, tutto il resto dell' Italia era per divenire un deserto, se il Senato ed il popolo romano non avessero risoluto, come per celeste inspirazione, d' inviare ad Attila alcuni oratori, e con essi quel Leone pastore santissimo di Roma, il quale espose la propria vita per salvar le sue pecore. Essi trovarono Attila accampato dove il lento e tortuoso Mincio esce dal grembo del gran padre Benaco, e la cavalleria Scitica calpestava impunemente i sacri poderi di Catullo e di Virgilio. Ivi si fu dove Attila ricevette gli oratori Romani entro la tenda, e gli ascoltò con soprendente rispetto. La divina facondia di Leone, il maestoso portamento, e que' suoi abiti sacerdotali inspirarono nel barbaro re, ch' erasi meritato il soprannome di Flagello di Dio, un sentimento tale di venerazione per l'augusto Pontefice, che la liberazione d'Italia fu sul fatto decisa.
Un avvenimento sì
grande poteva giustamente meritare l' intervento del cielo, che facesse
discendere li due apostoli Pietro e Paolo a minacciare questo terribile
conquistatore d' una morte subitanea, se rigettato avesse le preghiere del loro
successore. E appunto sotto queste forme venne rappresentata una tale discesa
dal pennello dell' Urbinate, dallo scalpello dell' Algardi, e dalle penne di più
scrittori di cose ecclesiastiche. Nondimeno prima di lasciar l' Italia minacciò
ancora una volta d'invadere Roma, e di ritornarvi in una maniera ancor più
terribile dell'altra. Per buona fortuna la morte il colse, e nell'anno 453 vide
l' Italia dissipato l' impero degli Unni.
Pure non potè essa rimettersi per anco dalle sue perdite, che anzi un'improvvisa
irruzione di nuovi barbari aggravò viemmaggiormente i suoi guai, ed in
particolare quelli di Roma. Il terribile Genserico re de' Vandali alla testa di
uomini selvaggi e crudeli, dopo di avere, per dir così, in un istante
conquistato le sette fertili provincie che si estendono dal Tanger sino a
Tripoli, e messa a guasto l' Africa, meditò un genere di guerra che dovesse
aprirgli l' entrata in tutte le contrade marittime. I suoi nuovi sudditi, cioè i
Mori e gli Africani, erano generalmente istrutti sì nell' arte della naval
costruzione, che in quella della navigazione; e perciò Genserico operò in modo,
che dopo un intervallo di sei secoli, le flotte uscite dal porto di Cartagine
signoreggiarono di nuovo sul Mediterraneo. Dopo la conquista della Sicilia, il
sacco di Palermo, e le reiterate discese sulle coste della Lucania, fece egli
gettar le ancore all' imboccatura del Tevere, e seguito da' feroci suoi popoli,
marciò audacemente verso le porte di Roma. Entrò furioso in quella costernata
città, e la fece divenire sua preda. Il saccheggio durò per quattordici giorni;
dopo di che Genserico fece trasportare sopra i suoi vascelli tutto ciò che
restava delle ricchezze pubbliche e private, dei tesori della chiesa, e di
quelli dello Stato. Ciò offerse un nuovo memorabile esempio delle vicissitudini
delle cose umane; poichè si videro le spoglie dell' antica Cartagine ritornar da
Roma nella vendicata sua patria.
La successione di
tanti tiranni discesi in Italia accrebbe sempre più la popolazione delle nostre
lagune. Il numero de' rifuggiti erasi aumentato di molto, senza che per anco si
avesse pensato a legge alcuna, nè dato magistrati che invigliar dovessero alla
pubblica sicurezza. Fu dunque risoluto, per provvedere alla durata della vera
felicità che qui godevasi, di abbracciare una costituzione adatta ai bisogni
dello Stato. Si volle dapprima, che ciascuna isola avesse un tribuno
particolare, che amministrar dovesse la giustizia, correggere le trasgressioni,
e decidere le differenze che potrebbero insorgere fra gli antichi e i nuovi
abitanti. Questi tribuni esser dovevano scelti dai suffragi di tutti gl'isolani.
Le loro funzioni duravano un anno, e dovevano essi render conto della loro
condotta e della loro amministrazione all'Assemblea Nazionale, la quale
raccoglievasi ora in un'isola, ora in un' altra, perchè non vi fosse luogo a
rivalità. Per tal modo tutte le isole si trovarono regolate da una costituzione
libera, nè vi fu d' uopo, per farla accettare, di occultare il rigore sotto la
maschera della ragione, nè di fingere misteriose comunicazioni con Enti
sovrumani, siccome fatto aveano Solone, Licurgo, e Numa. Qui essendo probo ogni
uomo, sentiva già nel proprio cuore la forza della legislazione, e già si
rallegrava del concerto armonico, che risultar dovea dai costumi uniti alle
leggi. Avvezzi ad obbedir come figli, ben presto impararono ad obbedire come
cittadini: avvezzi a comandar come padri, ben presto appresero a comandare come
magistrati. La vita privata era una continua lezione della vita pubblica, ed il
più illustre cittadino era quello che segnalavasi per le sue virtù e qui pure,
del pari che in Grecia, il figlio di Polimnio, il celebre Epaminonda sarebbe
stato più ammirato per la sua tenera pietà filiale, che per la gloria acquistata
a Leuttra ed a Mantinea. Sotto una tal' egida fiorì l' attiva ed utile
industria, e si propagò l' avventurosa popolazione. Quindi i sommi progressi nel
commercio e nella navigazione, come pure nelle scienze e nelle arti. Tuttavia
non potrebbesi riferire nemmeno a questo tempo, che fu l' anno 455, l'epoca
della festa per la Fondazione di Venezia, poichè non potevasi certamente dare
per anco il nome di città ad un ammasso d' isole separate, e distinte fra loro
con nomi diversi, e non aventi ancora un centro fisso.
Ma nuove calamità rìpullulate sul Continente tornarono a vantaggio de' nostri
isolani. Questa infelice Italia per necessaria conseguenza delle sofferte
sciagure era a tale stato di miseria e di desolazione ridotta, che non vi avea
più con che pagare le truppe, e le terre medesime restavano incolte. Da ciò
nacque che i barbari quivi assoldati vennero alla risoluzione di prendersi in
loro proprietà le terre per coltivarle, e trarne profitto. Vollero però farne la
inchiesta formalmente ad Oreste, che regnava in Italia in nome di Augustolo.
Oreste rigettò la dimanda, e questo rifiuto favorì l'ambizione di Odoacre,
generale degli Eruli, il quale attrasse sotto i suoi stendardi tutti i
malcontenti, fece proditoriamente uccidere Oreste, e costrinse Augustolo a
rinunziare all'impero, segnando di sua mano la propria disgrazia. Nè pago di ciò
ancora volle che Augustolo significasse al Senato la sua risoluzione, come se
spontanea fosse, e che il Senato medesimamente dirigesse all' imperator Zenone
una lettera in nome della Repubblica, per rappresentargli l'inutilità di un
sovrano in Italia, e per dichiarare che un solo monarca era sufficiente per
riempire della sua maestà l'Oriente e l' Occidente. Gli fu forza in oltre di
aggiungere, che le virtù civili e militari di Odoacre meritando la pubblica
confidenza, egli supplicava l'imperatore di accordar ad esso il titolo di
patrizio, e di governatore d'Italia. In tal modo Odoacre, quantunque senza nome
di re, fu il primo principe barbaro che nell' anno 476 regnò sopra un popolo,
innanzi al quale erasi sottomesso l'universo tutto. La caduta dell'impero Romano
eccita ancora una rispettosa compassione, e ci sentiamo portati a rivolgere
tutto il nostro sdegno contro Odoacre, per aver egli voluto aggiungere l'insulto
alla schiavitù, giuoco facendosi, ed abusando del sacro nome della Repubblica.
Dopo un regno di quattordici anni, Odoacre fu costretto di cedere alla superiorità di Teodorico re degli Ostrogoti, eroc che veramente possedeva tutti i talenti militari, e tutte le virtù di un legislatore. Dopo di aver distrutto gli Eruli, e conquistata l'Italia, venne proclamato re, coll'assenso, benchè tardo e involontario, dell'imperatore d'Oriente. Teodorico ci offerse il raro e virtuoso esempio di un principe, che seppe rinunziare alle imprese guerriere in mezzo all' orgoglio della vittoria, e nel vigor dell'età. Un regno di trentacinque anni fu consacrato interamente all'esercizio della giustizia, e dell'umanità, allo studio del ben essere di tutti i suoi sudditi, e persino alla conservazione ed all'aumento delle belle arti. L'Italia tutta respirò in questo tempo, ed i Veneti incominciarono ad estendere il loro commercio, sostenendolo valorosamente coll'armi. In queste si mostrarono sin d'allora sì forti, che quando Giustiniano imperator d'Oriente s'accinse alla conquista dell'Italia, il di lui generale Narsete successor di Belisario, venne per soccorsi in queste lagune. E tali infatti gli ebbe, che a ragione si può dire, aver i Veneti grandemente contribuito alla disfatta di Totila, insigne generale de' Goti. Conquiso costui, e riacquistata l'Italia, Narsete la riunì al Greco impero da cui era stata separata pel corso di settant' un anni. D' indi in poi quel terribile Senato instituito da Romolo, quello che durò tredici secoli, e vide i re della terra venire quali schiavi o liberti di Roma, implorare di essere ascoltati, fu dal Greco vincitore per sempre annientato. Instituì egli gli Esarchi di Ravenna, che furono i rappresentanti dell'imperatore sì in pace che in guerra. Ma quantunque egli avesse tolto all'Italia il suo più bel lustro, procurò nondimeno di richiamarvi la prosperità interna, e di riaccender la fiaccola delle scienze e delle arti. L'ignoranza era divenuta generale, poichè non è già in mezzo al frastuono guerriero e alle stragi, che l'uomo possa con animo sereno abbandonarsi ai pacifici studi. Oltre di che i barbari, come sono generalmente tutti i conquistatori, non avevano tenuto in fiore, che l' esercizio delle armi. Tutta l'Italia, eccettuate le nostre isole, era divenuta mezzo barbara ella stessa, miserabile e spopolata. Alcuni scrittori pretendono, che in que' cento cinquantasette anni di guerre continue essa tanta gente perdesse, quanta ne contava alla metà del diciottesimo secolo: il che vuol dire un numero assai maggiore di quello, che computar potrebbesi oggidì, attese le replicate sciagure che distruggono la sua popolazione.
A simiglianza di
Belisario venne anche Narsete dimesso dal comando. Ma costui mal sofferendo un
tale scorno, sfogò la sua vendetta col far piombare sull'incolpevole Italia un
torrente di nuovi barbari, col toglierla per sempre ai suoi antichi possessori,
e col gettarla tra le sanguinose zanne de' Longobardi. Giammai la felice Colonia
delle nostre lagune non ebbe maggior ragione di attirare a sè nuovi fuggitivi;
giacchè alla nativa ferocia que' barbari aggiunsero un inaudito disordine di
amministrazione, e per dirla in breve, una tirannide ridotta a sistema. I
magistrati e i ministri, comechè disuguali nel grado, erano eguali nell'
immunità e nell'ingordigia. I soli Gabbellieri la facevano da veri padroni
dell'impero. Virtù e pudore erano nomi ignoti per essi; imposte legittime
sfacciatamente chiamavano le sanguinose estorsioni a danno de' popoli. Nè
soltanto i ricchi ed i nobili erano preda de' loro rapaci artigli, ma non ne
sfuggivano nemmeno i poveri, mentre qualunque volta non potevano essi pagare i
tributi, vedevansi que' cannibali strappare di dosso agli uomini il saio, e alle
femmine le loro sdruscite gonnelle: tutto in fine era calamità ed orrore. Ma
quadro ben diverso offrivano le nostre lagune, che si popolavano e arricchivano
incessantemente mercè le generali sciagure.
Siccome però bene al mondo non v' ha che duri stabile e fermo, così, è pur forza
confessarlo, questa nascente floridezza venne contaminata da quel miasma
venefico, che per la troppo libera comunicazione con esterne nazioni incominciò
a serpeggiare tra nostri indigeni, e giunse ad attoscare la comune felicità. La
ferocia de' barbari, l'instabilità de' Greci, l'umore irrequieto e turbolento
de' vicini Longobardi a poco a poco si erano insinuati nel costume de' Veneti
isolani. Aggiungasi, che la popolazione, almen per due terzi, era già fatta
marittima, e che il viver sul mare, se per l' una parte assai contribuisce a
rendere forte e robusto il fisico, genera per l' altra una certa fierezza,
irritabilità, durezza d'animo. Quel navigare e viaggiare sempre in mezzo ai
pericoli; quel dover combattere talor colla terra, spesso col vento, sempre
coll'acque, e talvolta cogli uomini insieme; quel passar di continuo dal sol
cocente al gelo intenso, dalla pioggia al vento; quello starsene sempre in moto;
quelle faticose veglie; quella sete rabbiosa; quel poter ad ogni momento perder
la vita o per improvvisa burrasca, o per fortuito incendio, o per lungo disagio;
quel rimaner mesi e mesi in un vasto acquoso deserto senza relazioni, senza
commercio col rimanente degli uomini e della natura, sono tante ragioni, che
raffreddano la sensibilità, e indurano il cuore: ond'è, che venne alterata
l'indole primitiva de' nostri buoni isolani. Al cader del settimo secolo, i
Tribuni suscitarono nelle isole turbolenze e partiti, gare di preminenza e di
nobiltà, che giunsero a minacciar la popolazione intera degli orrori
dell'anarchia, mentre i Longobardi dalla parte del continente, e gli Slavi dalla
parte del mare preparavano già le catene della schiavitù, se non si veniva ad un
pronto e necessario rimedio. Fu dunque conosciuta la necessità di una riforma
nella Costituzione, che unendo sempre più gli uomini fra loro, e gl'interessi
scambievoli, fosse un sicuro riparo alla pubblica sicurezza, una barriera
inespugnabile contro i nemici. Quindi fu preso di convocare in Eraclea un'
Assemblea Nazionale, dove coll' intervento del patriarca di Grado, e de' Vescovi
ponderare si dovessero le morali cause de' mali, maturare i consigli, ed
approntarne il rimedio. Si venne alla creazione di una autorità superiore ai
Tribuni, non però regale, nè ereditaria: autorità, che andasse perfettamente d'
accordo coll' Assemblea Generale, e venisse fregiata del modesto titolo di Duce,
o Doge, qual convenivasi al capo di una Repubblica, non già ad un assoluto
sovrano. Il primo ad essere insignito di questa dignità fu l' ottimo fra i
cittadini: chiamvasi egli Paoluccio Anafesto, il quale essendo di Eraclea,
piantò ivi la Ducal Sede nell' anno 967. E siccome Eraclea era lontana dalle
nostre lagune, così non v' è luogo a credere, che neppur questa sia l'epoca, in
cui venne stabilita la Festa, che celebravasi nel nostro Estuario.
La Nazione non ebbe certo a pentirsi di avere scelto Anafesto per suo capo,
poichè egli nulla neglesse per la felicità, e sicurezza di tutti gl'isolani.
Alla sua morte trovandosi lo Stato prospero e felice, risolsero tutti di
conservare la medesima forma di Governo. Procedettero dunque all'elezione del
nuovo Doge, il quale non fu meno avventuroso del primo, ed essendo egli pure di
Eraclea, conservò quivi il suo seggio. Ma il terzo Doge, ch'era anch'esso di
Eraclea, sia ch'egli avesse irritato il popolo colla sua arroganza, sia che lo
avesse ingelosito coll'abuso del potere, restò vittima del furor cittadino,
assassinato nel palazzo ducale. Nè di ciò pago abbastanza il popolo, chiaramente
espresse, ch'egli non voleva più soffrire un capo permanente della Repubblica,
poichè il tempo della sua durata era troppo lungo; ch'era egualmente pericoloso
d'assoggettare la sorte comune all'arbitrio di un solo; e ch'era cosa odiosa per
le altre isole, che la sola Eraclea dovesse essere il seggio ducale, mentre le
altre pure alla lor volta dovevano essere onorate del seggio del principato. Si
convenne dunque di stabilir subito nell'Isola di Malamocco la nuova sede del
Governo, e si sostituì al Doge un annuo Magistrato, detto Maestro della
Milizia, cercando allontanare con tale denominazione l'idea de' Tribuni a
cagione de' torbidi passati, e quella del Doge per le sciagure presenti. Ma non
per ciò furono più tranquilli. Molte sommosse si suscitarono nelle isole, le
quali finirono col privare il quinto Comandante della luce degli occhi: tanto
era viva l'indignazione verso di lui, e veemente il desiderio di cangiare
l'attuale Governo. Mormoravasi altamente, e dicevasi, che questa nuova dignità
sia pel corto tempo della sua durata, sia per la sua debole riputazione, non era
sufficiente a moderare la licenza di una nazione divenuta numerosissima, nè per
impedire le turbolenze troppo frequenti, che non erano mai accadute, durante il
Governo de' Dogi. Tutti in fine concorsero nell'opinione, che per la
tranquillità, per la sicurezza comune conveniva rimettere un Governo che non
fosse soggetto ad incomodi cangiamenti, o ad avvenimenti scandalosi. Si ritornò
dunque all'elezione de'Dogi, e fissossi la loro residenza nell'isola di
Malamocco. Ma quantunque si fosse deciso di non cangiare mai più questa forma di
Governo, pure il quarto, il quinto, il sesto Doge furono condannati a quel
supplicio medesimo, a cui sottostar dovette l'ultimo Maestro della Milizia:
supplicio ancor più spaventevole della morte, e che sembra separar l'uomo dalla
natura. Quanti soggetti di riflessione! Quanto mai è difficile ad un popolo
geloso custode della sua libertà, de' suoi diritti, il fissare la propria
costituzione! Il settimo Doge o più saggio, o più fortunato de' suoi
predecessori ristabilì la pace e la tranquillità fra gl'isolani. Fu nella sua
Ducea che l'Italia ebbe di nuovo a cangiar di faccia. Avendo Desiderio re de'
Longobardi usurpato gran parte de' dominii, che Pipino re di Francia donato
aveva al Papa, questi reclamò le proprie ragioni presso il successor del suo
benefattore, vo' dir Carlomagno che regnava allora in Francia. Carlo, che già
vagheggiava l'Italia, credette essere giunto il momento opportuno per la sua
impresa, e sotto pretesto di sostenere i diritti della Chiesa Romana, discese
con una formidabile armata. Desiderio colpito tutto ad un punto di panico timore
corse a rifuggirsi in Pavia, città che oltre all'essere fortificatissima, poteva
anco per la via del fiume ricevere vitto e rinforzi. Carlo spedì Oratori ai
Veneziani per farli concorrere alla buona riuscita della sua impresa; ed essi
approntarono tosto una flotta, mercè la quale, impedendo ogni nuovo soccorso,
costrinesero Desiderio a cedere Pavia, e con essa l'impero, e a rimettersi alla
discrezione del vincitore.
In questo modo finì il regno de' Longobardi i quali dominato aveano tirannicamente per lo spazio di due secoli, ed avrebbero signoreggiato ancora più, se divorati dalla sete di più ampii dominii, sete che guida sempre alla rovina dell' usurpatore, non avessero offerto il destro ad un principe potente di venire alla difesa degli spogliati ed oppressi, senza però che questi migliorassero la loro sorte. Di fatto Carlo non alterò menomamente il sistema del Governo, e tutto continuò, come se un nuovo re Longobardo fosse montato sul trono d'Italia. Egli poi se ne partì per andar a cogliere altrove novelli allori. Ma vi ritornò ben presto, e venne proclamato e coronato a Roma Imperator d'Occidente. Si convenne colla corte di Costantinopoli di riconoscere i due Imperi d'Oriente e d'Occidente. I Veneziani non neglessero in tale occasione i loro affari. Trattarono con ambidue gl'Imperatori per i limiti del lor territorio. Carlomagno ratificò que' medesimi già convenuti con Luitprando re de' Longobardi. Fu in oltre stabilito, che i Veneziani resterebbero sempre indipendenti sì dell'uno che dell'altro impero, come anticamente lo furono i Saguntini dietro una convenzione fra Cartaginesi e Romani.
Ma tutto che
recente fosse l'esempio della fine di Desiderio, Pipino, figlio di Carlomagno
già creato re d'Italia, non potè moderare la brama ardente che in se nutriva di
aggiungere al suo dominio le isole Venete, le quali ognor più fiorivano. Cercò
dunque un pretesto per muover loro la guerra, credendosi aver in pugno la
vittoria. Essendo accaduto qualche disparere fra lui e l'Imperator di
Constantinopoli, chiese ai Veneziani la loro alleanza, benchè fosse certo che
non potevano accordarla a cagione de' vantaggi assai maggiori ch' essi traevano
dall'Oriente. Di fatto i nostri isolani deliberarono nella loro Assemblea
generale di spedire oratori a Pipino, adducendo per ragione del lor rifiuto, che
la fedeltà ch'essi dovevano osservare ai loro antichi impegni, non permetteva di
fare in quest'occasione ciò che avrebboro desiderato per potergli testimoniare
quel sentimento di rispetto, di cui erano penetrati per la di lui regale
persona. Essi avevano un bel che dire; un re potente non si acqueta per ragioni.
Pipino in sul fatto pensò di vendicarsi altamente, e giurò la loro perdita. Essi
tosto seppero, ch'egli radunava a Ravenna un gran numero di truppe, ed una
flotta di vascelli, di barche e di zattere per esterminarli. Tal nuova ben lungi
dal far che si umiliassero, non gli sospinse ad altro, che ad allestire una
flotta, la maggiore che poterono, ed a fornirla d'intrepidi cittadini. Spedirono
tuttavia onori a Carlomagno, pregandolo della continuazione della sua amicizia,
e con destrezza gli richiamarono in mente quanto avevano operato per la di lui
gloria sotto Pavia, e assicurandolo del vivo lor desiderio di potere con prove
maggiori concorrere alla grandezza del suo impero. Carlo ascoltò i Legati con
affabilità, e poscia congedandoli inspirò
loro dolci lusinghe di poter egli cangiare l'animo del figlio riguardo ad essi.
L'effetto però mal corrispose all'aspettazione. Pipino continuò i suoi
preparativi di guerra. Riunì a Ravenna il nerbo delle sue truppe; raccolse
vicino alla città navi di ogni genere, e delle zattere per li canali di basso
fondo; tutto in fine approntò onde cominciare le ostilità. In vano gli fu fatto
osservare la difficoltà della sua impresa a causa delle situazioni ignote a
tutti, fuorchè ai soli abitanti delle Lagune. Pipino credeva di poter tutto
ottenere dal valore delle sue truppe, e dall' avvilimento in cui caderebbero i
nemici al di lui avvicinarsi. Ma avvenne tutto il contrario. Allorchè i nostri
si videro esposti al furore di un re possente, che non lasciava altro partito da
prendere, che la vittoria o la morte, si prepararono ad una risoluta difesa.
Affondarono grosse barche ripiene di sassi per impedire l'entrata nelle lagune
dove il tragitto è più facile; poscia attraversarono tutti i canali con
palafitte bene strette, e tolsero tutt'i segnali che servono di scorta in quel
uniforme cammino. Ma già i Franchi s' impadroniscono di Brondolo; il castello
stesso si arrende. Poco appresso cedono e Chioggia, e Palestrina, e Albiola,
separata da Malamocco solamente per un piccolissimo canale. I Veneziani per
questo non si scoraggiano, anzi ognor più si animano ad opporre forza a forza.
Abbandonano l'isola di Malamocco, sede allora Ducale, per essere troppo
difficile a difendersi, e vengono ad unirsi nell'isola di Rialto, fermamente
risoluti di perir tutti piuttosto che vedervi penetrare il nemico. Dispongono
con intelligenza le loro forze, formano una barriera di vascelli all' isola, e
deliberano di attendere il nemico, non di provocarlo. Giunge il giorno destinato
dai Franchi all' attacco. Si slanciano con tutto l'impeto proprio del loro
carattere sopra gl' isolani. Nondimeno i nostri vascelli grossi si conservano
fermi in ordinanza, mentre i più leggieri corseggiano, assalgono, si ritirano, e
tongono per tal modo a bada la flotta nemica. Frattanto le acque cominciano il
loro periodico decrescimento, e si scaricano velocemente in mare. I vascelli
Franchi non vengono più regolati; gli uni sono ritenuti nei bassi fondi, e gli
altri danno in secco senza potersene trar fuori. Allora il Comandante Veneziano
dà il segnale; tutti in un istante si gettano sopra i Franchi, che separati fra
loro ad altro non pensano che a salvarsi. I soldati non ascoltano più la voce
del loro Generale; questi non ha più direzione; le grida de' vinti aumentano
l'ardire de' vincitori; tutto è morte e carnificina; il sangue Franco tinge le
acque del Canal Maggiore, ed il terribile figlio di Carlomagno è costretto a
cangiar l' arroganza in paura, ed è un prodigio se può salvare la vita, fuggendo
vergognosamente a Ravenna. Il canale divenuto sepoltura di tanti guerrieri
acquistò il nome di Canal Orfano, che tuttavia gli rimane.
Il finto Pipino non solo depose ogni pensiero di violar più la Veneta libertà,
ma bramò di venir egli stesso ad ammirarla, ed a trattare di pace. La
proposizione venne aggradita ed accettata. I Veneziani andarono ad incontrarlo
con molti navigli a Malamocco. Era egli vestito in tutta la sua regale
magnificenza, tenendo in mano lo scettro d' oro. Ascese egli il maggior legno, e
rivolto al popolo accorsovi per curiosità, gettò in mare lo scettro, dicendo
altamente queste notabili parole: “Siccome ho gettato in mare il mio scettro,
che mai più non apparirà di sopra, così non sia mai più ch'io abbia intenzione
di far offesa a questo Comune. E siccome solo sopra di me (che senza causa e
senza alcuna giusta ragione sono venuto ad offenderlo) è discesa l' ira di Dio,
così possa essa sempre discendere sopra tutti coloro, che ingiustamente ne'
secoli futuri venissero ad offenderlo.”
Recossi indi a Rialto fra le acclamazioni del popolo. La pace assicurò ben tosto la libertà e l'indipendenza degl'isolani, che da questo trattato colsero ben anche vantaggi grandissimi pel loro traffico nazionale. Fu da quel momento, che il nostro Estuario non si riguardò più come una raccolta d'isolette disgiunte fra loro, ma come una Repubblica unita ed una vera città, che fu denominata Venezia. Si stabilì per sempre in Rialto la sede Ducale, e si raffermò il Governo con gelose discipline e con ottime provvidenze.
Ecco l' epoca in cui possiamo veramente credere nata la Festa che si rinnovellò ogni anno in commemorazione della Fondazione della città di Venezia. Oltre le ragioni addotte sin qui havvene pur anco un' altra, ed è, che nella sala dell'attuale Biblioteca, ove si vedono ancora i ritratti de'Dogi, essi non cominciano da quel di Anafesto, ma da quel di Obelerio, sotto la cui Ducea fu trasportata in Rialto la sede del Governo all' occasione di Pipino. Non si fu dunque che a questo momento, che le nostre isole acquistarono il nome di città, e che dopo la nostra vittoria si stabilì la festa della sua Fondazione. Celebravasi essa in marzo, il giorno dell'Annunizata, e ciò fu con accorgimento felice. È noto, che un tal mese fu venerato molto dagli Egizii, e da altre nazioni, poichè in esso la natura comincia a riacquistare le sue perdute bellezze, e ad ornarsi de' più vaghi colori. In marzo anche i Romani cominciavano l'anno, e da esso vollero altresì i Veneziani cominciarlo; ond'è che veggiamo le date delle nostre pubbliche scritture contrassegnate col More Veneto. Il dì dell' Annunziata dunque il Doge con gran pompa e accompagnato da tutto il suo regale corteggio usò sino al termine della Repubblica scendere alla chiesa di san Marco, ed assistere alla messa solenne, che cantavasi in rendimento di grazie all'Altissimo per i fausti natali d' una città sì portentosa, accompagnando il sagrificio con sensi di tenera riconoscenza, fra la gioia del popolo. V'ha ragione di credere, che una tal Festa fosse celebrata ne' suoi principii con più solenni spettacoli, avendo sempre i Veneziani frammischiato alle cerimonie della religione i giuochi civili, ed altre dimostrazioni che manifestassero la comune allegrezza. Ma il tempo a poco a poco questi usi distrusse, e fece perderne, come di tanti altri, ogni ricordo. Bensì in progresso si volle, che come la vittoria sopra Pipino era stata per ogni conto di grandissimo vantaggio alla Repubblica, così fossevi qualche monumento pubblico che la eternasse. Di fatto, malgrado i varii incendii accaduti nel palazzo ducale, vedesi ripetuta in varie sale di esso la rappresentazione in pittura di questa celebre battaglia navale, diversificata dagli Storici in quanto alle circostanze, ma non già in quanto agli effetti.
Dal detto sin qui
riluce abbastanza, che Venezi fu sempre libera e indipendente, checchè ne dicano
alcuni scrittori. Non havvi storia, nè autentico documento negli archivii da cui
si possa dedurre il contrario; sicchè qualunque confronto che far vogliasi del
popolo Veneto con altri popoli, diverrà per esso mai sempre un torto verace, ed
una insopportabile macchia. Nè Atene, nè Sparta, nè Cartagine, nè Roma, benchè
sedi d'illustri Repubbliche, non potranno vantare di essere nate libere come
Venezia, nè che questa libertà sia stata giammai da esterna forza turbata pel
corso di ben quattordici secoli, durante i quali essa si fe' ammirare non meno
per le sue provvide leggi che per la dolcezza de' suoi ben temperati abitanti.
Festa del giorno DE' SANTI APOSTOLI
Nell'anno 596 Totila alla testa dei suoi Ostrogoti lacerava, come vedemmo, quest' infelice Italia. Quel Narsete che Giustiniano aveva eletto in suo Generale per opporlo a sì terribile conquistatore, conducendo seco de' possenti rinforzi, traversò la Dalmazia, l'Istria e giunse dinanzi ad Aquileja. Per progredir nella marcia eranvi due vie da scegliere, l'una lungo il mare, l'altra fra terra per Treviso, Vicenza e Verona. Questa divenuta era difficilissima per l'accorgimento avuto da Totila d'impadronirsi di tutti i passaggi; l'altra era impraticabile a cagione dei fiumi e delle maremme, che rendevano quella costiera incomodissima al transito di un' armata. In tale perplessità Narsete ricorse ai Veneziani, e chiese loro de' vascelli pel trasporto delle sue truppe sino a Ravenna. Non durò fatica ad ottenerli. Essi si diedero ad apprestare colla maggiore celerità e legni, e armamenti, ed equipaggi, ed ogni maniera di soccorso, nulla avendo più a cuore che di veder annientato l' impero Ostrogoto. Frattanto Narsete volle scendere a Rialto per esaminar da vicino la singolare posizione di que'luoghi, la sorprendente industria e l'attività di quest'isolani, de'quali aveva udito tanto a parlare, e che vide in fatti colla più viva ammirazione.
Egli prima di lasciare le nostre lagune fe' voto, se riuscita gli fosse l'impresa, di erigere nella medesima isola di Rialto due Chiese, l'una in onore di San Teodoro, ch'era allora il santo protettore de'Veneziani, l' altra di San Geminiano, e di consecrare a sì pia opera le spoglie de'nemici, che sperava di vincere. L'esito fu compiutamente felice. L'armata di Totila venne messa in fuga dopo una grandissima strage, e Totila stesso fu nel numero degli estinti. Narsete fedele alla sua promessa intorno a Rialto, approvò il disegno offertogli da' Tribuni delle due Chiese votive, ne ordinò a sue spese l'erezione, ed i Veneziani così trassero un nuovo vantaggio da questa guerra in cui avevano essi pure avuto sì gran parte.
Li due Templi furono eretti l' uno in faccia all' altro nelle due rive opposte di un canale, che occupava allora una parte dello spazio, che forma oggidì la piazza di San Marco. Vedremo poscia ciò che avvenne alla chiesa di San Teodoro. Ecco ciò che accadde a quella di San Geminiano.
Nel 1156 fu preso
il consiglio di ampliare la piazza. Cominciossi dal disseccare, e riempire il
canale. Indi si demolì la chiesa di San Geminiano, o per meglio dire, si
trasportò nel luogo ove fu sempre da poi: ma siccome tutto ciò si fece dal
Governo senza avvertirne il Pontefice, così questi se
ne crucciò altamente, e minacciò tosto l'anatema. Maneggiossi l'affare, ed in
fine si convenne, che il Doge d'allora, e tutti i suoi successori dovessero il
giorno della Festa degli Apostoli visitar quella chiesa in segno di penitenza.
Se ne stabilirono le forme, e fu prescritto, che il Doge col suo augusto
corteggio vi dovesse andare a piedi. Giunto alla porta, dovea incontrare il
Piovano in gran vestito sacerdotale, seguito da tutto il suo Clero. Colà
offrivasi al Doge l'acqua santa, gli si dava a baciare la Pace, ed incensavasi
mentre il Coro intuonava il Salvum fac servum tuum Ducem nostrum, Domine,
e la Orazione usitata per la conservazione sua, e della Repubblica. Dopo di che
il Doge recavasi verso l' altar maggiore per udirvi la Messa cantata dai musici
della Cappella Ducale. Colà giunto, ponevasi ginocchioni sul primo gradino, e in
quell' atteggiamento rispondeva alla Messa sino al Confiteor; indi andava
a sedere sotto il suo magnifico baldacchino. Compiuto il santo Sagrificio, il
Doge ritornava processionalmente verso il suo palazzo, preceduto dal Parroco, e
dal Clero di San Geminiano, non che dai Canonici di San Marco. Ma quando il
corteggio era arrivato alla metà della piazza, cioè al luogo dove prima sorgeva
l' antica chiesa, la processione fermavasi, ed il Piovano, dirigendo al Doge la
parola, gli ricordava la cagione di questa visita, e l' obbligo di rinnovarla l'
anno seguente, aggiungendovi un suo particolare invito. Il Principe rispondeva
con cortesia, e prometteva che ciò sarebbe fatto. Il Piovano allora si
restituiva alla sua Parrocchia; i Canonici rientravano nella loro chiesa, e il
Doge nel suo palazzo.
Durò simil festa sino al 1505, nel qual anno fu dal Governo intrapresa la riedificazione di questo Tempio, che però rimase a lungo imperfetto. Finalmente l'anno 1556 felicemente si compiè sul modello del celebre Sansovino, le cui ceneri onorate vennero in esso riposte. L' uso dell' antica cerimonia venne allora ripigliato senza menomamamente alterarne le forme, checchè riguardo a ciò abbiano spacciato alcuni scrittori, aggiungendovi inoltre un'immaginaria tenue offerta del Doge al Piovano. Per conservar poi la memoria, fu posta una pietra rossa nel sito dove il Parroco diceva al Doge le sue parole, pietra che vi si vede ancora.
E chi mai pensato avrebbe, che questo Tempietto di San Geminiano, modello di semplicità e di eleganza, dovesse miseramente andare distrutto, ed essere argomento di comune amarezza? Era per verità ben giusto il riguardarlo come un' opera, che faceva all' arte distinto onore; comecchè il contrario paresse a qualche difficile forestiere, che accusava di nazionale predilezione il tributo di lode, che da noi gli fu sempre renduto, e singolarmente allora quando segnossi la sentenza della sua distruzione. Un incontrastabile suo pregio era certamente quello di portare nella facciata un carattere, che allontanando il confronto, faceva quasi svanire la dissonanza delle fabbriche contigue, e armonizzava in pari tempo la varietà degli edifizii, che fanno cerchio e corteggio a tutta la piazza. Di questa piazza appunto parlando, ebbe a dire il Petrarca a' suoi tempi: cui nescio an terrarum Orbis parem habeat. E che non avrebbe detto egli, se veduta l'avesse due secoli appresso? Il di lui sentimento passò di bocca in bocca senza contraddizione. Di fatto non ve n'ha alcuna in Europa che possa vantare una eguale raccolta di monumenti così singolari e magnifici. Essa è l' opera di quattordici secoli, del concorso di circostanze diverse, e dello sforzo de' più celebri architetti. Quivi è dove scorgesi la grave semplicità dell' architettura Greco-Barbara; quivi le bizzarrie leggiadre e ardite della Gottica; quivi le forme più ornate e nel tempo stesso più cure del buon gusto risorto della Greco-Romana; quivi in fine gli edifizii più solidi, più eleganti e più ricchi, che possono quasi emulare quelli della culta Grecia e della magnifica Roma. Non è soltanto la considerazione del suolo sopra cui sono posti, che dia grande risalto al vastissimo recinto; ella è per giunta l' unione e la varietà di tanti diversi caratteri, che forma l' ammirazione del dotto, l' istruzione dell' artista e l' incanto di tutti.
Per tale amore appunto di varietà s' erano più volte uditi alcuni conoscitori dell'arte asserire, null'altro mancare alla gran piazza che un genere di architettura, il quale, a differenza degli altri, facesse unicamente mostra dell' ordine Corintio. Quindi men si dolevano essi della recente demolizione di San Geminiano, sperando di veder sorgere in suo luogo un edifizio, che sotto forme diverse dalle abolite, ed affatto corrispondenti all'uso destinatogli, riparasse a questa mancanza. Ma le speranze andarono fallite, e videro in vece trionfare quella noiosa monotonia, ch'è il difetto principale dell' arte; talchè, sebbene la memoria di ciò che più non è perdasi prontamente, non sarà facile in questo caso che venga dimenticato quel felice accordo di parti, che un dì veniva prodotto dal prospetto dell' atterrata chiesa.
Consoliamoci però che se il recente edifizio colla novità dell' idea non colpisce, ha il pregio almeno di offrire al pubblico un passeggio piacevolissimo in forma di Galleria, mercè la comunicazione testè aperta fra amendue le Procuratie; comunicazione fin ora impedita dall' interposto Tempio. Si lasci a chi più compete l' esaminare, se questo bel vantaggio si avesse egualmente potuto ottenere, anche scegliendo un' architettura diversa dalla presente; e noi congratuliamoci intanto colle nostre Veneri, perchè adesso possono più comodamente far pompa di tutte le loro grazie, e possono i loro Adoni più facilmente seguirle a gara, incontrarle, ammirarle. Conviene essere indulgenti, in quanto alle belle arti, sopra tutto ciò che adesso ferisce spiacevolmente i nostri sensi. V'è ragione di presagire, che fra poco non ci si penserà più, e che tutto sarà trovato bello, tutto armonico, tutto piacevole. Non vi sarà forse che qualche accigliato misantropo, che in giorno di festa osservando questo delizioso passeggio e questo nuovo edifizio, oserà ancora ripetere:
Quando appar
galanteria,
Il buon senso fugge via.
Feste per la prima vittoria
DE' VENETI
Mentre le isole
venete godevano pace e prosperità sotto il Ducale Governo, tutto il resto
dell'Italia era diviso ed oppresso da Greci e Longobardi. Questi tenevansi i
popoli soggetti, parte tiranneggiandoli essi medesimi, e parte secondando alcuni
potenti Duchi, che la facevano da despoti. I Greci colla loro pessima condotta
fomentavano i tumulti e le discordie fra i popoli. Verun rispetto non ispiravano
i loro Imperatori, sia per gli ordini che mandavano, che per la scelta
de'Ministri. Gli Esarchi stessi, che pure esser dovevano i rappresentanti di
que'monarchi, non sapevano nè far onorare quelli, nè farsi essi medesimi temere,
giacchè spesso contenti di arricchire a spese delle città soggette, d' altro
punto non si curavano. I Ravennati si tenevano per superiori d' assai ai Romani
e Napolitani, perchè fra loro riseduto avevano gli ultimi Imperatori, e vi
risedevano tuttavia gli Esarchi: dal canto loro e Romani e Napolitani odiavano i
Ravennati, male sofferendo di venire sprezzati da chi per solo vantaggio di tal
prerogativa prostravasi vilmente, e di buona voglia tanto a' Greci che ai
Longobardi. Quindi ne derivavano odii e dissensioni fra i popoli. Quanto poi
alla città di Ravenna, la sua posizione la faceva vagheggiare da amendue quelle
nazioni in Italia sovrane. Al tempo di cui ora parliamo, la possedevano i
Longobardi. Allorchè Luitprando passato era in ajuto de' Francesi contro i
Saraceni, Ildebrando di lui nipote, insieme con Perindèo Duca di Vicenza suo
alleato, avevano a di lui volere espugnata quella città, ed appena appena era
riuscito a quell' Esarca di sottrarsi alla schiavitù, rifuggendosi in queste
lagune.
La perdita di Ravenna fu un colpo terribile sì per la corte di Costantinopoli,
che per quella di Roma, ed entrambe meditarono tosto ogni mezzo per ricuperarla.
Il migliore si era di rivolgersi ai Veneziani, riputatissimi omai per valore e
per forze. Intanto il fuggitivo Esarca erasi già presentato al Doge Orso Ippato,
il cui carattere vivo e intraprendente inspirar poteva le maggiori speranze. Il
Doge accolto avealo con dignità ed affetto, ma qual che si fosse la sua
propensione a favore del supplicante, nulla da per sè solo decidere poteva,
siccome quegli ch' era semplice capo di libera Repubblica. Potè egli bensì
convocare una Assemblea Generale ad oggetto di trattarvi questo importantissimo
e delicatissimo affare. Vi venne ammesso anche l'Esarca, il quale in tuono
patetico ed insinuante espose tutti i suoi mali, il pressante bisogno di
soccorsi, l'aggradimento che ne avrebbe mostrato l' Imperatore, e la fama che ne
sarebbe venuta al Veneto nome, se si fossero accinti alla giusta impresa di
assisterlo. Egli diceva bene; ma come rompere una pace sì vantaggiosa, segnata
poco fa con Luitprando? In quale stato miglior di prima trovavasi la Repubblica,
per arrischiarsi di stuzzicare questo possente vicino, le cui armi circondavanla
presso che da ogni parte? Non era da dubitare che rivolgendo noi le nostre forze
contro i Longobardi, questi tosto sfogherebbero l' odio loro sulle Isole, le
quali per ciò esposte resterebbero a gravi pericoli, prima che giunger potessero
ajuti dall' Oriente. Inoltre come determinarsi a favorire un imperatore, che
tutto faceva per istabilir l'eresia, quel Leone che persino spedito avea
emissarj per far assassinare il Sommo Pontefice? Dall' altra parte però
osservavasi essere di minor danno all' Italia, che due potenze la dividessero,
piuttosto che una sola e superba, com'era quella de'Longobardi, unicamente la
signoreggiasse. Tolte le insegne imperiali da Ravenna, que' Barbari non
mancherebbero di tentar ogni via per sottopporre a sè tutte le altre provincie,
e le stesse Isole Venete correrebbero simil sorte, tuttochè allora in pace con
essi; mentre la gloriosa libertà, di cui godevano, era un perpetuo rimprovero
della loro tirannide, ed un motivo possente di attirarsi il loro odio. Riguardo
poi all' Imperatore, dicevasi, che ricuperata in tal modo Ravenna, eravi a
sperare, ch' egli s' inducesse ad annullare l'empio decreto contro le Sacre
Immagini; o almeno potevasi tener per fermo, che grandi profitti egli avrebbe
accordato ai nostri pel commercio nelle sue provincie. Intanto che que' Saggi
bilanciavano così li diversi pareri, giunse al Doge quella celebre lettera di
Gregorio III, lettera che conservasi tuttavia come un autentico documento della
Veneta indipendenza, e come una prova convincente di quanto quel sagace
Pontefice, deponendo ogni suo particolare risentimento per il pazzo furore di
Leone, detestava i Longobardi, nemici per sistema della Chiesa Romana, e di ogni
umanità. Con essa implorò egli istantemente l' ajuto de' Veneti per ricuperare
Ravenna.
Il Doge Ippato, che vivamente bramava la guerra, sperando di segnalarvisi, e che tal oggetto fatto aveva educare la gioventù negli esercizi militari, insorse a dimostrare, che le istanze del capo della Chiesa, ed il pericolo della perdita della Veneta indipendenza troncar doveano ogni irresoluzione. Aggiunse… Ma che cosa faceva uopo aggiungere? Coscienza, amor patrio, religione, e libertà non furono in tutti i tempi i mezzi potentissimi e sicurissimi dei politici, e dei più scaltri per suscitare tutte le passioni, e spignere gli uomini ad ogni impresa? Non altro dunque rimase a fare, che concertar le forme dell' attacco. I Veneti con ottanta legni comandati dal Doge stesso anderebbero ad assaltare la piazza, mentre l'Esarca colle sue milizie la stringerebbe per terra. Si convenne inoltre del giorno e del segnale. L'Esarca pieno l'animo della più confortante fiducia, prese commiato, e andò tosto a raccogliere le poche truppe, di cui egli potea disporre. L'Assemblea pure si sciolse, e tutta la Veneta gioventù corse spontanea ad imbarcarsi.
Già la flotta in
breve spazio di tempo viene provveduta di soldati e di marinaj; già salpa. Nel
giorno stabilito si avvicina a Ravenna, e sull'imbrunir della notte arriva sotto
le mura della città. Il Doge dà il segnale; l'Esarca comincia con tutto il
furore l'attacco. I Veneti applicano le scale, entrano in città, respingono, e
fanno strage de' difensori. La sorpresa, e le notturne tenebre aumentano sugli
assediati il terrore, e il disordine del combattimento. Chi può sen fugge; gran
parte però della guarnigione è tagliata a pezzi: Perindèo resta ucciso;
Ildebrando è fatto prigioniere dai nostri, e Ravenna ricuperata, viene sul fatto
con magnanima generosità rimessa in potere dell'Esarca.
Questa segnalata azione militare de' Veneti diede generalmente a conoscere
quanto potevasi in avvenire aspettare da un popolo sì illuminato e valoroso. Di
fatti Luitprando conoscendo di non potersi vendicar di loro, da uomo saggio
dissimulò il suo rancore, e si mostrò pago e soddisfatto che rimesso gli fosse
il suo nipote Ildebrando. L'imperatore Leone ebbe oltre modo cara la
ricuperazione di Ravenna, ed il Pontefice pure ne esultò. Tutti gli storici
convengono fra loro nel dire, che il Doge Orso Ippato superbo di avere diretto
la felice impresa, volle ritornarsene alla sua sede trionfalmente, ed ordinò
sontuose Feste sotto il plausibile pretesto di celebrare questa prima vittoria
delle armi Venete. Ma gli storici di que' tempi, ne' quali anarchia e confusione
regnava per tutta l' Italia, così male c' informano degli avvenimenti di allora,
che poco o nulla possiamo sapere delle Feste celebrate in tale occasione. Oltre
le generali cagioni di tale ignoranza, ne abbiamo altre ancora di nostre
particolari. Le Venete isole non erano per anco costituite in città, e forse non
tutte vollero concorrere al trionfo d'Ippato, il quale essendo di Eraclea, colà
risedeva, ed era detestato dai veri patrioti, che male sofferivano il di lui
tuono arrogante ed imperioso. Aveva egli de' partigiani, è vero, ma qual è il
principe men degno di lode, che non ne abbia? Le dissensioni ed i partiti
infierivano ognora più fra gl'Isolani, e le cose giunsero a segno, che il
partito dichiarato per la libertà, ch'era il più numeroso, assalì il Doge nella
sua propria casa, e' si vendicò d' ogni oltraggio col dargli morte. Indi si
volle persino abolita la Ducal dignità, la quale venne sospesa per lo spazio di
cinque anni. In questo stato di cose, dove e come rintracciar potrebbonsi Feste
e trofci di quel tempo? Perchè dunque parlarne, mi si dirà da taluno? Perchè il
mio assunto è di parlare non tanto delle Feste, quanto della loro origine;
perchè è certo, che il militare avvenimento della presa di Ravenna alcune ne
fece nascere; e perchè infine rid onderà in gloria della nazione, il poter
conoscere come anche in un' epoca sì rimota vi fosse tra noi tanta sagace
politica, per bene scegliere il partito da prendersi; tanto amore di libertà per
andare contro i pericoli a danno di chi la odiava; tanta venerazione verso il
Capo della chiesa per aderire alle di lui brame; e finalmente tanto valore e
tanta scienza militare per dirigere un' impresa certamente non comune, e ferace
di grandi conseguenze.
Festa per la traslazione DEL CORPO DI S. MARCO A VENEZIA
La religione fu sempre di grande aiuto ai Governi, sia per condurre le armate a pericolose ed importanti imprese, sia per soffocare in mancanza di leggi le passioni e le discordie della plebe, sia per accrescere quello splendore, che gli uomini utili alla patria trassero dalle loro azioni, sia per seppellire i malvagi nell'obbrobrio insieme co' loro disegni distruttori dell'ordine e del ben pubblico; sia finalmente per forzare gli uomini non inciviliti a rispettare certi utili instituti, e certi regolamenti, de' quali il solo legislatore conosce lo scopo e le conseguenze. Quando questo potente mezzo esiste in uno stato, e lo spirito di vera pietà per gli oggetti consacrati dal culto si conserva in un popolo, riesce più facile allora di spingere la credulità sino a quelle cose, che appoggiate sono a semplici tradizioni umane, e ad utili opinioni, senza discuter altro, ma che omai credute celesti rivelazioni, vengono più volentieri accettate, ed esser possono uno stimolo fortissimo a nobili azioni, a generose imprese. In tutti i paesi gli avveduti politici non solo tolierarono, ma eziandìo favorirono cosiffatte opinioni, secondo che la loro prudenza e l' utile dello stato le fecero credero opportune. L'autorità di quegli uomini rispettabili produsse mai sempre una credenza universale. Chi sa che in queste lagune non si fosse a bello studio disseminata tra il popolo la fama di certa profezìa, che avea fatto breccia in tutti i cuori? Ci sentiamo portati a crederlo dai felici effetti che produrre dovea, e che realmente produsse in vantaggio della Repubblica. Lo Spirito Santo, dicevasi, avea annunziato a San Marco per bocca di un angelo, che un dì le sue ossa riposerebbero in queste lagune; ed aggiungevasi, che la nostra Repubblica, sotto la protezione di quell' Evangelista, aveva a divenir grande e possente, e si sarebbe conservata in perpetuo.
Simile tradizione era per quest'Isolani un gagliardo incentivo per procurare ad ogni costo di acquistare quel sacro deposito, che alcuni monaci custodivano con somma vigilanza e gelosia in Alessandria d' Egitto. Ma se per l' una parte gli sforzi della navigazione sempre crescenti, e i replicati viaggi a quelle spiaggie davano motivo a sperare del buon esito, per l'altra l'interesse de' mentovati monaci, più assai che la loro divozione, rendeva scabrosa l'impresa. Ed in fatti riuscì vana per assai lungo tempo. Finalmente un fortunato accidente presentò favorevole occasione all'industria de' nostri illustri conquistatori d' impadronirsi di quel sacro Palladio.
Nell'anno 828 due
mercadanti, Bono di Malamocco, e Rustico di Torcello partiti di qua su i loro
vascelli approdarono in Alessandria: dove appena giunti andarono, com'era il
solito pio costume di tutti i Veneti navigatori, a visitare la chiesa dove
riposava il corpo di San Marco. Trovaronvi i religiosi, che ne facevano la
guardia in gran cordoglio; e chiestane la ragione, seppero da loro stessi, che i
Saracini entrati testè in quel Tempio, avendo veduto la quantità di marmi
preziosi e rarissimi che là si chiudevano, giudicaronli di buon acquisto, e li
fecero trasportare su i loro vascelli per impiegarli nel palagio, che il Califfo
di Alessandria faceva costruire nella sua capitale. I nostri mercadanti
mostravano vivo dolore e somma indignazione d' una sì esecranda rapina, ed
insieme spiegarono assai destramente il loro timore per tutto ciò che poteva
avvenire di peggio. Fecero vedere, che i Saracini non eran gente da contentarsi
di questo, ma sì bene da venire ad eccessi
vieppiù detestabili. E chi può sapere, aggiunsero, che non aspirino ancora al
corpo di San Marco? La sola idea di ciò (gridavano malizioamente i nostri) ne fa
fremere, e desta in noi un ragionevole batticuore; quindi è che pieni di zelo
conclusero, che sarebbe tornato meglio affidar loro questo Santo Corpo, il quale
avrebbe ottenuta convenevole collocazione, e sarebbe stato salvo da ogni
insulto. La proposizione non poteva essere nè più saggia, nè più giusta: gli
stessi religiosi li confessarono; ma come privar se stessi di sì preziosa
reliquia, che per loro era fonte iuesausta di profitti? Avevano un bel dire i
due Veneziani, ora assicurandoli della loro riconoscenza, ora dei premii che
dovevano aspettarsi dalla Repubblica, e ancor meglio da Dio per sì gran
sacrifizio. Nulla valse a persuaderli. Si pose mano finalmente a quel metallo sì
seducente e sì ricercato, che, a somma vergogna della nostra specie, assai
spesso fa nascere l'equilibrio tra l'ouore e l' infamia, tra la giustizia e il
tradimento, tra, la riconoscenza e l'esecrazione, tra i talenti e l'ignoranza;
l' oro in una parola fu impiegato come un onesto compenso, che non lasciava
luogo ai rimorsi. Ci sogliamo d' ordinario dolere, che l' ingordigia umana abbia
malamente trionfato della natura, la quale con gran ragione avea rinchiuso
questo dannoso e funesto metallo nelle viscere più profonde e più dure della
terra; ma l'uso che in tale incontro di esso fecero i nostri navigatori, non può
meritare biasimo; nè avverrà, che l' uomo il più severo se ne scandalezzi,
quando il lucido incanto ad altro non servì, che a far dissotterrare un morto
con intenzioni sì pie, che bastano a giustificare la scelta del mezzo.
Superato un inciampo, se ne presentarono degli altri. Siccome conveniva celare ai fedeli di Alessandria il sacro furto perciò si ebbe ricorso ad uno stratagemma. Si stabilì di trasportare il corpo di San Marco in tempo di notte, sostituendovi quello di San Claudio, che non ottenea fama e venerazione sì grande. Ma ciò non bastava essendovi motivo di temere non venisse scoperto dai Saracini presidi alla dogana, soliti a visitar con gran rigore ogni sorta di mercanzia per esigerne il diritto di uscita. Era uopo adunque o lo scansar questa visita, o renderne vani coll'astuzia gli effetti. Parve quindi opportuno collocare il santo corpo nel fondo di un corbaccio, ricoprirlo di erbami, e riporvi sopra molti pezzi di carne porcina. Il ribrezzo che provano i Munsulmani per questo cibo è tale, che non sì tosto i gabellieri poservi l' occhio sopra, lo rivolsero altrove, nè più oltre cercarono. Per tal modo riuscì ai nostri Veneziani di recare felicemente il corbaccio nel naviglio, dove appena giunti spiegarono le vele.
Prospero da principio fu il viaggio; ma poscia insorse fiera burrasca, che pose la nave in gran rischio. Non temevano però i pii marinai di naufragio, avendo il corpo del Santo per mallevadore della loro salvezza, e questa buona fede gli empì di un coraggio, che valse realmente a salvarli. Se ammirasi l' ardimento, quando pur non produce se non se misfatti e rovina negli uomini, ardiremo noi prenderlo in burla, allorchè viene eccitato da una bonarictà divota, e produce effetti non meno innocenti che la loro origine? Sopravvenne alfine la calma ed i viaggiatori arrivarono alla patria, annunziando qual sacro deposito avventurosamente recassero. Sul fatto stesso il Doge, il clero e tutto il popolo accorsero in riva al mare per accogliere quelle spoglie da sì gran tempo desiderate, e con processione pomposa e insieme divota le trasportarono nella cappella Ducale, collocandole entro una cassa sotto l'altar maggiore.
La consolazione de'buoni Veneziani di possedere un sì prezioso tesoro sorpassò ogni espressione. Da quel momento San Marco fu acclamato il Protettore della città, che quasi contemporaneamente avea ricevuto il suo formale principio. L'immagine del Santo e il suo Leone, divennero il contrassegno di tutti i pubblici monumenti, lo stendardo delle flotte, l'impronta di tutte le monete, la dolce speranza di tutti i cuori. Non vi fu mai eccitamento più più valido a tutte quelle imprese che dovevano far prosperare la Repubblica, la cui sorte, secondo la profezia, dipendeva dal possesso di questa reliquia.
I nostri provvidi
legislatori che assai bene conoscevano quanto importasse il mantener sempre
scolpita profondamente ne' cuori una divozione da cui scaturivano tanti
vantaggi, vollero istituire una festa da celebrarsi ogni anno il dì 31 di
Gennajo, nel qual giorno il sospirato deposito approdò a Venezia. Essa
celebrossi sino a' nostri ultimi giorni, ma non consisteva che in una messa
solenne a cui interveniva il Doge colla Signoria. Quali altri segni di giubilo
si sieno dati il primo giorno dell'istituzione, non potremmo dirlo; mentre non
trovasi su di ciò verun documento. Ma qual che si fosse la festa, parve sempre
di poco momento ai nostri avi per isfogare la loro esultanza, e perciò pensarono
d'innalzare un tempio al nuovo Protettore, in cui riporre il suo venerabile
Corpo. Il luogo scelto a quest' oggetto fu quello dove stava la picciola chiesa
di San Teodoro, che sino allora era stato il solo Santo tutelare de' Veneziani.
Ottima fu la scelta del sito, venendosi in tal guisa a congiungere il nuovo
tempio al palazzo Ducale già intrapreso, e adempiendosi così l' avvertimento del
Salmista, il qual vuole, che la giustizia sia strettamente legata colla pace e
colla religione. L' edifizio fu assai presto terminato, se non che nell'anno 976
un terribile incendio il ridusse quasi tutto in cenere. Alcune ragioni politiche
e divote concorsero a far considerare questo accidente come un favore speciale
della Provvidenza; e sull'istante fu decretato, che si costruisse un tempio, il
quale superasse ogni altro in nobiltà, ricchezza e buon gusto. Quindi si
consultarono i migliori artisti di ciascun paese, benchè non ne mancassero in
Venezia di eccellenti; ma quando trattasi di cosa di somma importanza, è sempre
miglior consiglio il raffrontare le opinioni e le idee di molti. E perchè le
belle arti tenevano a que' giorni il loro regno in Costantinopoli, di là si
chiamarono li più rinomati professori, e fu loro ordinato di formare il disegno
di un tempio, che a qualunque costo riuscisse senza pari al mondo. L' ordine fu
eseguito, il disegno approvato, e la grand' opera ebbe principio nel 977 sotto
gli auspizi del Doge Pietro Orseolo. Si aggrandì l' area, che prima era troppo
angusta, e parve, tal quale è oggidì, abbastanza spaziosa; essendo eguale a
quella di Giove Capitolino in Roma. E in fatti gli antichi nell' erigere i
templi, non facevano tanto caso dell' ampiezza, quanto della magnificenza. Il
Vescovo di Venezia ne gettò la prima pietra sotto gli occhi del Doge, e di tutto
il popolo accorsovi. Il lavoro durò più di tre secoli, nei quali non si cessò di
far trasportare dalla Grecia i marmi più rari e più fini destinati ad onorarlo.
Lungo sarebbe il descrivere le superbe e numerosissime colonne di porfido, di
granito e di altre preziose qualità, come pure le insigni sculture, e i mosaici,
che adornano e dentro e fuori questa famosa Basilica, È una galleria di cose
mirabili, è un edifizio illustre e portentoso. La facciata, benchè in minore
stima del resto, rispetto all'architettura, merita tuttavia d' esserlo
assaissimo, per i fregi e gli ornati che ci presenta. Veggonsi nelle statue e
bassi rilievi gli eroi della religione misti a quelli del paganesimo, e figure
mitologiche ed allegoriche. C' è di tutto, dice il Temanza; ma
questo tutto è un tesoro di singolari e bellissime produzioni dell'arti.
Fra le statue ve ne sono alcune dei primi secoli della Repubblica, e così di
mano in mano sino al celebre Sansovino.
Non si dee lasciar d' osservare l' eccellente lavoro in mosaico, che trovasi
appunto sulla facciata. La scelta del soggetto che rappresenta è analoga al
luogo e alla circostanza. Vi si vede espressa per intero la storia della
traslazione del corpo di San Marco in Venezia. E in vero si ha campo di ammirare
l' ingegno dell' artista, che seppe infondere tanta verità, tanta somiglianza,
tanta naturalezza nelle fisonomie e nei gesti de' suoi personaggi. Su i volti
de' Veneziani leggesi la svegliatezza e la penetrazione del loro spirito; poichè
mentre stanno mostrando ai Saraceni i pezzi di majale, la malizia del loro
sguardo, e 'l movimento delle loro bocche palesano in maniera assai viva la
compiacenza che provano nel corbellarli. Dall'altra parte notasi nelle fisonomie
de' Saraceni una certa rustica goffezza, e una specie di ripugnanza religiosa
nel mirare oggetti dalla loro legge vietati, che gli allontana dal sospettar
d'altro. Finalmente per tacere del resto, nel bel mezzo
della facciata si collocò l' emblema di San Marco, cioè il suo alato Leone tutto
di bronzo dorato. Questo Leone si moltiplicò in infinito non solamente nella
Città, ma in tutti i paesi ancora, che appartenevano alla Repubblica; giacchè
presso i Veneziani il Lione, cioè il nome di San Merco, s'identificò talmente
con quello dello Stato, ch' egli colpisce l' orecchio, e tocca il cuore, direm
così, più che la memoria delle tante vittorie ottenute dalla Repubblica. Il buon
popolo Adriatico vi accoppia una certa idea di affezione mista a rispetto e a
divozion nazionale che trae anche in presente dal petto sospiri di tenerezza, o
di dolore al sol vederne le immagini.
Convincente prova di tal verità si è quanto avvenne l'anno 1796, allorchè le vicende politiche atterrata avendo una macchina di quattoridici e più secoli, si volle tolto anche lo stemma rappresentativo del Veneto Governo. Il popolo tutto ne fu vivamente afflitto, e in particolare la porzione meno incivilita, e conseguentemente più prossima alla natura e alla schiettezza, non potè nascondere il suo grande cordoglio. Tutti i sudditi della costa marittima del Levante, della Dalmazia, dell'Istria ne diedero i segni più manifestri. Lunga sarebbe, quantunque commovente cosa, il narrarli tutti: siami però concesso il deliner qui la scena interessantissima accaduta in Perasto. Io mi lusingo che non potrà a meno di non ispirare a' miei lettori i sentimenti medesimi, da cui furono agitati quegli affettuosi abitanti.
Pel Trattato di Campo Formio la Dalmazia doveva passare all' Austria. Quindi il general Rukovina ebbe ordine di prenderne possesso. Li 22 agosto del 1796 arrivò egli con una flotta, e mille soldati da sbarco a Pettana, ch'è un miglio e mezzo lontano da Perasto. I costernati Dalmati veggendo che nulla più rimaneva a sperare, vollero almeno rendere gli estremi onori al grande stendardo di San Marco. A tal fine i Perastini, non che le genti del vicino contado, ed altri ancora si ragunarono dinanzi al palazzo del Capitan Comandante, il quale con dodici soldati nazionali armati di sciabole, seguiti da due alfieri, e preceduti da un tenente, si recò nella sala, dove stava quello stendardo, e la bandiera di campagna, che da molti secoli la Repubblica Veneta aveva affidato al valore e alla fedeltà de' bravi Dalmati. Doveano essi levare quelle amate insegne; ma nel punto di eseguire un atto che squarciava i loro cuori, perdettero le forze, e tante solamente ne conservarono, quante bastavano per versare un diluvio di pianto. Il popolo affollato, che stava in piazza aspettando, e che non vedea più uscire nessuno dalla sala, non sapea che pensarsi. Mandossi uno de' giudici del paese per ritrarne il motivo; ma questi rimase egli stesso sì commosso, che colla sua presenza altro non fece, che aumentare la tristezza degli altri. Finalmente il capitano, vicendo per necessità sè medesimo, fa uno sforzo doloros; stacca le insegne dal luogo dove erano erette, le inalbera su due picche; le passa in mano ai due alfieri, che scortati dai soldati e dal tenente escono in ordinanza dalla sala, e su' lor passi vengono e il capitano e il giudice e tutti gli altri. Appena fu visto a comparire l' adorato vessillo, che diventò comune il lutto, e universale il pianto. Uomini, donne, fanciulli, tutti mandano singhiozzi, tutti spargono lagrime. Altro più non s' ode, che un lugubre gemito, contrassegno non dubbio dell' ereditario attaccamento di quella generosa nazione verso la sua Repubblica.
Giunta la mesta comitiva in piazza, il capitano toglie dalle picche le insegne, e ad un tempo vedesi calar la bandiera di San Marco dalla fortezza, che tira vent'un colpi di cannone. Due vascelli armati per guardia del porto le rispondono con undici spari e così fanno tutti i vascelli mercantili; fu questo l' ultimo addio, che la fama posta a lutto diede al valor nazionale. Le sacre insegne furono poste sopra un bacino; il tenente le ricevette in presenza de' giudici, del capitano e del popolo. Indi marciarono tutti con passo lento e melanconico alla volta del Duomo. Colà giunti, vennero accolti dal clero e dal suo capo, al quale si fece la consegna del sacro deposito, ed ei lo pose sull' altar maggiore. Allora il capitan comandante proferì il seguente discorso, che fu tratto tratto interrotto da rivi sgorganti ancor più dal cuore che dagli occhi:
“In questo momento crudele, che lacera il nostro cuore per la fatal perdita del Serenissimo Governo Veneto, in quest' ultimo sfogo del nostro amore e della nostra fede, con cui onoriamo le insegne della Repubblica, deh! siaci almeno, o mici cari concittadini, di qualche conforto il pensare, che nè le nostre passate azioni, nè quelle di questi ultimi tempi hanno dato origine a quest' amaro ufficio, che per noi ora diviene anzi virtuoso. I nostri figli sapranno da noi, e la storia farà sapere all' Europa intera, che Perasto ha sostenuto degnamente sino agli estremi respiri la gloria del vessillo Veneto, onorandolo con quest'atto solenne, e deponendolo irrigato di lagrime universali e acerbissime. Esaliamo, mici concittadini, la nostra disperazione; ma in mezzo a questi ultimi solenni sentimenti con cui suggelliamo la gloriosa carriera da noi percorsa sotto il Serenissimo Governo Veneto, rivolgiamoci tutti verso quest' amata insegna, e sfoghiamo la nostra afflizione così: Oh vessillo adorato! dopo trecento e settanta sett' anni, che ti possediamo senza interruzione, la nostra fede e il valor nostro ti conservò sempre intatto non men sul mare, che ovunque fosti chiamato dai nemici tuoi, che furono pur quelli della religione. Per trecento e settanta sett' anni le nostre sostanze, il nostro sangue, le vite nostre ti furon sempre consacrate, e da che tu fosti con noi, e noi con te, fummo sempre felicissimi, fummo sul mare illustri e vittoriosi sempre. Niuno con te ci vide mai fuggire, niuno con te ci potè vincer mai. Se i tempi presenti infelicissimi per imprevidenza, per viziati costumi, per dissensioni, per arbitrii illegali offendenti la natura e il jus delle genti, non ti avessero perduto in Italia, tue sarebbero state sempre le nostre sostanze, il sangue, le vite nostre; e piuttosto che vederti vinto e disonorato, il nostro valore, la fedeltà nostra avrebbero preferito di restar sepolti con te. Ma poichè altro a far non ci resta per te, sia il nostro cuore la tua tomba onorata, e la nostra desolazione il tuo più grande elogio.”
Terminato questo discorso, Monsignor Abate ne pronunziò un altro sullo stesso soggetto e con sentimento eguale. Indi il capitano si levò, ed afferrato un lembo dello stendardo vi pose su le labbra senza poternele divellere, e ciascuno a gara concorse a baciarlo tenerissimamente, irrigandolo di calde lagrime. Ma dovendosi una volta por fine alla cerimonia dolente, si chiusero quelle care insegne in una cassa, che l' Abate collocò in un reliquiario sotto l' altar maggiore.
Poichè fu compito
quest' atto di verace attaccamento, non che gli altri uffizj dettati dal cuore,
il popolo taciturno uscì di chiesa, portando in volto l' impronta della
tristezza e dell' ambascia, contrassegni i più infallibili della procella dell'
animo.
Festa o visita del Doge A SAN ZACCARIA
Al tempo che
Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l' anno 855, il
Pontefice Benedeto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero.
Penetrato vivamente d' ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra
quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua
soddisfazione coll' arricchirle di un gran numero di reliquie e d' indulgenze.
Fu allora che il Doge Pietro Tradonico (la cui famiglia fu poscia detta
Gradenigo) cominciò a visitare il tempo di San Zaccaria fra il concorso del
popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a que' tempi, in cui tutto respirava la
più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse manca to di
assistere a solennità religiosa. Fissossi dunque il giorno di Pasqua come il più
adattato all' annua visita. La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge
processi onalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d' accordo colle sue
religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu
questo una specie di diadema repubblicano, che chiamavasi Corno Ducale di
un valore straordinario. Esso era tutto d' oro: aveva il contorno ornato di
ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un
diamante ad otto facce, di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un
rubino anch'esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo
colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo
del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di
ventitre smeraldi, de' quali cinque, che formano il traverso, vincevano in
bellezza quanto si può vedere in tal genere.
Regalo così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito e da quel momento si
stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della
coronazione de' nuovi Dogi. Ma perchè quelle buone religiose non istessero del
tutto prive del piacere di rivederlo (piacere che richiamava alla memoria un'
azione nobilissima di quella comunità), si decretò inoltre, che tutti gli anni
nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal
pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a
tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito.
Un triste avvenimento accaduto l'anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo v' aveano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più che mai infierivano. Tutta la Città parea divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno, in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a torme, nè mai distaccavansi senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d' ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l'amare ad un' ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro, che questa mediti la perdita non men della sua rivale, che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava, e le sue minaccie sprezzavansi; non regnava più disciplina alcuna, nè sicurezza nella città. Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d' entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perchè di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo: si mormorova contro il Doge; gridavasi contro dell' ingiustizia, della tirannia; dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l' eccesso del fermento ebbe per isviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale.
Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato il tragico fine del Doge, come un attentato orrendo, si crearono tre Commissarj che prendessero in rigoroso esame l' alfare. Covneniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma dovevasi anco far sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, nè parzialeggiare con alcuna fazione: altrimenti non sarebbevi differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera, ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perchè niuno osa contrariare i suoi voleri, nè prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l'utilita di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri chiamaronsi Avvogadori di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poichè erano i principali sostegni della pubblica sicurezza.
Si volle poscia
dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più
decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a
piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi
confraternite troverebbonsi a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si
accrebbe allora, e continuò poscia sino all' anno 1796, sì per acquistare le
assegnate indulgenze, e sì per voglia di ammirare quel diadema, che col suo
splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo
piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro sì rinomato, e tante altre
ricchezze nazionali miseramente disperse.
Festa dei Matrimonj o DELLE MARIE
Il matrimonio fu ogni tempo celebrato in queste lagune con grande solennità. Gli avoli nostri conoscendo l' importanza e i antaggi del matrimonio, giudicarono necessario di aggiungere alcune parziali formalità, onde renderlo più augusto e più santo. Di fatti, se si pone mente alla storia di tutti i popoli, troverassi, che il matrimonio è sempre stato il mezzo migliore per consolidare la pace e l' unione tra le nazioni anche le più nemiche fra loro, e per comporre in tal modo la grande famiglia sociale. E chi può dubitare dell' effetto di una istituzione fondata sopra uno de' primi bisogni dell' uomo, che converte una sensazione passaggiera in un nodo permanente, e che colla felicità particolare degl' individui assicura la felicità generale delle società? Non potrebbesi al certo ma abbastanza proteggerla; posciachè concilia sì bene le viste della natura colle viste politiche. Ben videro i nostri maggiori, che questa dolce unione e questo legittimo innesto di schiatte e di famiglie, non solo diverrebbe un mezzo d' ingrandimento e di forza per la patria, ma distruggerebbe altresì ogni germe di dissensione e di rivalità, se mai ve ne fosse a temere. Perciò appunto credettero, che quanto più la pubblicità di quest' atto sarebbe solenne, tanto più gli sposi sentirebbero la forza dei loro impegni e doveri verso la società, e tanto più ancora dal canto suo la società assicurerebbe, e guarentirebbe questa unione a lei troppo preziosa, col prendere gli sposi sotto la sua tutela, e col proteggerli contro ogni genere di attentati. Quindi è che della solennità di celebrare le nozze si fece una Festa veramente nazionale. A questo fine si stabilì l'uso di celebrare quasi tutti i matrimoni in uno stesso giorno e nella stessa chiesa. Il dì a ciò destinato fu quello della Purificazione di Maria, che cade ai due di febbrajo, e la chiesa quella di San Pietro di Castello, detto allora Olivolo. Venivano le spose alla chiesa portando seco la meschina lor dote in una picciola cassa, chiamata Arcella; poichè in que' felici tempi d' innocenza e di moderazione, non compravasi nè marito nè moglie con oro. Colà stavano esse aspettando gli sposi che le raggiungevano col corteggio de' parenti, degli amici, e di una folla di spettatori. Udivano insieme la messa solenne celebrata dal Vescovo, dopo la quale pronunziava egli un discorso sopra la santità dell' impegno, che gli sposi stavano per contrarre, e sopra i doveri, che Dio stesso a loro imponeva; indi santificavasi la loro scelta colla benedizione episcopale ad ogni coppia. Finite tutte le cerimonie, ognuno degli sposi porgeva la mano alla sua compagna, e, prese in consegna le Arcelle, s' avviavano tutti alle loro case accompagnati da quello stesso lieto cortèo, che gli aveva seguiti alla chiesa. Il rimanente del giorno era consacrato ad una tavola frugale sì, ma saporita, e ad una danza gioviale sì, ma senza arte.
Quando fu poscia fissata la costituzione, stabilito un Doge come capo della Repubblica, e la città cresciuta in ricchezza e popolazione, allora si volle rendere questa cerimonia più brillante e magnifica. Decretossi, che dodici fanciulle di condotta irreprensibile, e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione, e andassero all' altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regal manto, e circondato dal pomposo suo seguito. Allora gli abbigliamenti delle spose ottennero maggior gasiezza e magnificenza. Ritenevano esse, è vero, la modestia e l' innocenza nelle vesti, ch'erano tutte candide, siccome candido era il lungo velo, che dalla testa dove appuntavasi, scendea largamente a ricoprire gli omeri; ma i loro colli vennero fregiati e cinti d' oro, di perle e di gemme. Quelle che non potevano riccamente ornarsi del proprio, non arrossivano di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino la corona d' oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle, che venivano dotate dal pubblico; ma finita la Festa, dovevano esse restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per se, che la dote. Quest' aggiunta di splendido apparato rese la commovente istituzione ancor più bella e maestosa.
Ma un fatto accaduto intorno l' anno 944 fece sì, che la Festa venisse a prendere un nuovo carattere. Alcuni pirati Triestini, avidi sempre di preda gelosi dell' ingrandimento di Venezia, e dolentissimi che le loro sconfitte recassero un lustro sempre più grande al nome Veneto, osarono fra di loro tramare un' orribile insidia. Per assicurane l' effetto, nella notte precedente alla gran Festa de' matrimonj, si appiattarono entro le loro barche dietro l' isola di Olivolo. La mattina cogliendo il tempo, che i Veneziani stavano affollati in chiesa per la cerimonia, ecco che a guisa di lampo attraversano il canale, balzano a terra colla sciabola alla mano, entrano in chiesa per tutte le porte ad un tratto, rapiscono le spose appiè dell' altare, s'impadroniscono delle Arcelle, corrono alle barche, vi si gettano dentro colla preda, e fuggono a tutte vele. Che far potevano i pacifici abitanti delle isole, che non altre armi avevano allora a difesa, che festoni di alloro, e ghirlande di fiori?
Il Doge Pietro Candian III presente all'infame oltraggio, compreso d'altissima indignazione, si slancia il primo fuori della chiesa, e seguito dai giovani sposi, e da tutti gli astanti, scorre con essi le strade della città chiama tutti i cittadini alla vendetta, in tutti ne accende smaniosa brama, e tosto un gran numero di barche si appronta, e si riempie di gioventù risoluta col Doge stesso alla testa. Per difensori di una sì giusta causa il cielo e l' amore si dichiarano favorevoli: il vento gonfia le loro vele: raggiungono i rapitori verso Caorle, e scorgonli sulle rive del piccol porto tutti affaccendati in disputarsi, e dividersi le femmine e il bottino. I Veneziani non tardano in punto; gli attaccano con furore, li combattono, li conquidono, nè v' ha pur uno, che sottrarsi possa. Il Doge non abbastanza satollo della vendetta, comandò che i cadaveri fossero tutti gettati in mare, affinchè rimanessero insepolti, e venisse tolto ai parenti, e agli amici il mezzo di prestar ad essi alcuna maniera d'onore. Onde poi perpetuare la memoria di un tale avvenimento, egli impose a quel piccolo porto il nome di Porto delle Donzelle, nome che ancora sussiste. In seguito i Veneziani si pongono di nuovo alla vela; riconduconsi in trionfo le racconsolate fanciulle; nessuno ha perduto la sua sposa; tutte ritornano intatte fra le braccia materne. La gioja inebbria tutti i cuori; ognuno si sente felice, e giubila dell' esito di un' impresa, che accresce gloria alla nazione. Ricominciasi la sacra funzione: gl' inni della riconoscenza si frammischiano ai canti nuziali, e le giovani spose gustano ancor più la felicità e l' orgoglio di appartenere ad uomini, che avevano saputo sì ben difendere il loro cuore, e meritare viemaggiormente l'affetto loro.
La nazione di unanime consenso volle, che la memoranda impresa si celebrasse ogni anno alla stessa epoca. E perchè il corpo de' Casselleri (specie di falegnami) che per la maggior parte erano della parrocchia di Santa Maria Formosa, avea somministrato un numero maggiore di barche, e colla sua prontezza e col suo zelo avea avuto parte maggiore nella vittoria, il Governo lasciegli la libertà di chiedere quella mercede, che stata gli fosse più cara. Quanto mai la loro domanda non ci dee sorprendere oggidì? Essi non supplicarono se non la visita del Doge alla loro parrocchia nel giorno dell' annua Festa, ch' erasi decretata. Lo stesso Doge, benchè vivesse in un tempo assai dal nostro diverso, ne rimase maravigliato; e per porgere ad essi occasione di chiedere qualche cosa di più, mise in campo alcune difficoltà intorno a questa visita, dicendo allora col candore di quei tempi: E se fosse per piovere?-Noi vi daremo dei cappelli onde coprirvi.-E se avessimo sete?-Noi vi daremo da bere. Non v'ebbe più luogo a repliche, e bisognò accordare una sì discreta domanda. Il patto fu d'ambe le parti mantenuto, e sino agli estremi della Repubblica, il Doge colla Signoria nel giorno della Purificazione della Vergine si recava alla chiesa di Santa Maria Formosa, ed il Parroco nell' incontrarlo presentavagli in nome de' Parrocchiani alcuni cappelli di paglia dorati, dei fiaschi di alvagìa, e degli aranci. Oh l' avventurosa e mirabile semplicità!
Per ciò poi che
riguarda la Festa, si cominciò dal sostituire al nome di Festa dei Matrimonj,
quello di Festa delle Marie. È ignoto se posteriormente si continuasse la
celebrazione de' matrimonj nello stesso modo di prima; certo è bensì, che sino
agli ultimi tempi della Repubblica i matrimonj delle famiglie patrizie si
celebravano così pomposamente, e con tanta affluenza di popolo, che ogni giorno
di nozze potevasi computare un giorno di festività nazionale. È pur anco ignoto
d' onde avesse origine il nome di Maria dato a questa Festa; non
essendovi scrittore che ne parli. Potrebbesi credere, che ciò fosse, perchè il
più delle rapite vergini avevano nome Maria; nome tra noi molto comune oggidì, e
ancor più comune anticamente. Fors' anche ciò nacque dall'essere seguita la
vittoria de' Triestini; e'l racquisto delle spose nel dì della Purificazione di
Maria, ovvero perchè
la Festa finiva colla visita a Santa Maria Formosa, unica chiesa allora
consacrata alla Vergine. Ma comunque ella si fosse, tal Festa da principio non
fu che mera divozione e gratitudine di questi buoni Isolani, e quindi la sua
fama non oltrepassò gli angusti confini, entro cui celebravasi. Ma in seguito
tanto divenne famosa per la sua magnificenza, che gli stranieri accorrevano da
ogni parte a Venezia, per vederla. Essa non fu più la Festa di un sol giorno;
diventò in vece una Festa animata dal trasporto di un piacere, che durava otto
giorni, e per cui meritò di venire descritta da parecchi scrittori, i quali
servendosi della lingua del Lazio, preferirono di darle il nome di Ludi
Mariani, a somiglianza de' Ludi Megalesi, Cereali, Floreali ed altri.
In questi otto giorni adunque dodici leggiadre zitelle venivano condotte con
pompa per tutta la città. La scelta veniva fatta da tutti i cittadini nel modo
seguente. La città di Venezia, che in sei parti, detti sestieri, è divisa,
raccoglieva in ciascuna delle sei principali parrocchie li proprj abitanti, i
quali per via di suffragi eleggevano le due figlie più belle e più saggie, che
si trovassero nel sestiere. Al Doge spettava il confermare la scelta; alle
parrocchie il somministrare quanto faceva mestieri per adornar le Marie; alla
nazione il pagar la spesa necessaria per la celebrazion delle Feste. Ogni giorno
eravi un nuovo spettacolo. Il primo dì le Marie vestite col maggiore sfarzo
accompagnate da un numeroso seguito, salivano su certe barche scoperte, e con
eleganza adobbate, ed erano condotte dinanzi al Doge, il quale accoglievale nel
modo, che più s'addiceva alla sua dignità. Tutti andavano alla chiesa
Patriarcale a ringraziare l' Altissimo dell' ottenuta vittoria, e della
ricuperazion de le spose; e le dodici Marie accrescevano l'augusto corteggio del
Principe. Ritornate a San Marco, il Doge congedava in bella forma le Marie; indi
volto all'immenso popolo, davagli la sua benedizione.
Oh quanto questa benedizione era commovente! Oh quanto essa riusciva cara ai
Veneziani, che la ricevevano non come sudditi trepidanti, ma come figli, amici,
fratelli! Qual Sovrano si arrischiò giammai d'impartirne una simile? qual altro
popolo fu mai degno di riceverla? In questa cerimonia in cui tutto era animato
dalla tenerezza, dalla concordia, dalla felicità, la benedizione del Capo dello
Stato era quella di un padre, che non avendo nulla ommesso per la prosperità di
quelli, che a lui sono affidati, e ch' egli predilige, finisce implorando sovra
di essi tutti i benefizj del cielo. Qual confidenza reciproca! Qual amore
inspirar non doveva un atto sì tenero? Di fatti tutti si ritiravano poscia
allegri e pieni del vivo trasporto; e già sentivano che i lor legami col Governo
si stringevano ognora più. Le Marie rimbarcatesi come prima percorrevano il Gran
Canale, e da per tutto dove passavano spiegavasi un ricco apparato di
tappezzerie di ogni maniera, e di frequenti orchestre con mille strumenti.
Toccava a qualcuna delle famiglie più nobili e più doviziose il ricevere in casa
le Marie, e il loro seguito; il che facevasi con tal profusione e splendidezza
di doni, che alle volte la famiglia ospitale pativane notabilmente. Quindi
furono necessarie alcune leggi, che ne moderassero le spese. Egli è per questo
che cambiò anche il numero delle Marie, e nell'anno 1272 un decreto del Governo
le ridusse a quattro, indi a tre sole.
Negli altri sette giorni tutto era gioja e piacere, e non passava dì, che non vi fossero gozzoviglie, danze, mascherate, commedie, regate e mille trastulli. L'amore stesso coglieva l'occasione di estendere ed esercitare il suo impero. In que' dì le femmine riscattavansi dal servaggio, in cui le teneva il pudore e il severo costume di que' tempi. Le Marie stesse non dissimulavano la loro compiacenza e vanità, allorchè giungevano ad attirare sovra di se medesime il viril guardo, togliendolo alle sacre immagini, che recavansi in processione l' ultimo giorno, nell' andare a Santa Maria Formosa. In somma una Festa, che dapprima era stata quella della virtù e dell' innocenza, divenne poscia per ogni classe di persone Festa di apparecchiata malizia.
Essendosi per tal modo introdotto il disordine morale, ed oscurata la bella semplicità de' primitivi secoli, il Governo credette opportuno di sostituire alle zitelle, che accompagnavano la processione, alcune figure di legno rappresentanti le vergini rapite. Una mutazione sì nuova e singolare, è ben naturale che dispiacesse al popolo, il quale si abbandonò ad ogni sorta di eccesso, per far conoscere tutto il suo disprezzo verso quei fantocci di legno. Egli seguivali con fischi, con urli, che interrompevano la sacra funzione, e col lanciare loro addosso una pioggia di navoni, il che diede motivo nel 1349 ad un decreto del Maggior Consiglio a favore delle statue di legno: decreto che ci porge una distinta idea del carattere e dei costumi di allora. In esso viene proibito il lanciare, durante la Festa delle Marie, navoni, rape e cose simili sotto pena di soldi cento di amenda, somma a que'giorni importante. Per questa legge ebbero fine i popolari trasporti ma non isvanì il disprezzo conceputo per quelle nuove figure. E perciochè non evvi mai cosa che valga a distruggere un sentimento interessante, la plebe si vendicò del freno impostole dal decreto contro i navoni, col sostituire ad essi un proverbio, che anche in presente dura, chiamando Maria di legno qualunque femmina, che sia magra fredda ed insulsa.
Le luttuose vicende della guerra di Chioggia 1379 furono cagione, che si sospendessero i Ludi Mariani i quali non vennero più ristabiliti, sia perchè delle immense somme che costavano si fece un uso migliore per lo Stato; sia forse anco per lo sconcerto morale che andava crescendo ognora più. Di tutte le cerimonie della funzione non restò negli ultimi tempi della Repubblica, che l' annua visita del Doge a Santa Maria Formosa.
Se il racconto
per me fatto del rapimento delle spose Venete non avesse soddisfatto appieno
alla curiosità dei miei lettori, ponno essi ricorrere a parecchi scrittori, che
trattarono lo stesso soggetto in prosa ed in verso. Ma non giungeranno essi a
gustare vero piacere, se non leggendo un grazioso poema in sei canti composto da
tre illustri amici Carlo Gozzi, Daniele Farsetti e Sebastiano Crotta. Ciascun di
essi prese sopra di se il lavoro di due canti, e al Gozzi fu lasciata inoltre la
cura di comporre gli argomenti. Nelle opere di stampa di questo ultimo i suoi
due canti si trovano; ma i quattro altri dei due bravi patrizj non si
divulgarono. Cagione di tal mancanza fu la modestia del Crotta, che vi si
oppose. L' amicizia rifugge di accusare un uomo ripieno di fino spirito, e
dottrina, e dettato di quei doni, che il rendono caro alle anime oneste:
tuttavia non può frenarsi di far altamente suonare i suoi lagni per una
privazione sì amara. È questo il caso, in cui la modestia si trasforma in
difetto. Perchè avvien mai, che coloro a cui meno si può perdonare di averla,
sieno appunto quelli, che la portano ad un eccesso sì pregiudicevole ai nostri
piaceri? Buon per noi, che il poema tutto intero venne con gran diligenza
ricopiato per mano del Farsetti stesso, e puossi vedere nella pubblica
Biblioteca di San Marco, sotto la custodia del celebre Bibliotecario Morelli, il
quale col suo sapere ne forma il principale ornamento.
Festa per la vittoria RIPORTATA SOPRA I TARTARI UGRI
L'imbecillità de' discendenti di Carlo Magno colla morte di Carlo il Calvo fece terminar l' impero Francese in Italia. Allora si fu, che molti principi disputandosi la Signoria di questa bella parte d' Europa, le riaprirono quelle piaghe, che mai sempre l' afflissero, e che per isciagura l' affliggono tuttavia. Sembrò essere suo destino il dar fama a quella nazione che dovea renderla più infelice. Quasi non fossero state assai le calamità che sin allora avevanla oppressa, si videro nell'anno 888 lanciarsi su i nostri ameni e fertili campi immense torme di mostri peggiori ancora di quanti barbari ne' secoli precedenti gli avevano devastati. Erano questi i Tartari Ugri o Ungri, popolo feroce, crudele, avido di bottino, senza freno di leggi, che sacrificava uomini e donne alle sue deità, che si abbeverava nel sangue degli uccisi nemici, e se ne mangiava il cuore per medicina. Percorsa di ciò la fama, i Veneziani, memori delle sciagure già sofferte dai vicini, e del loro stesso pericolo, pensarono a tempo alla propria sicurezza. Il Doge allora regnante Pietro Tribuno propose i mezzi di prevenire qualunque attentato. Fece egli fortificare il quartiere d'Olivolo, che per ciò acquistò il nome di Castello. Innalzò quivi una muraglia, che estendendosi lungo tutta la odierna riva degli Schiavoni, e radendo il Canal Grande, arrivava sino a Santa Maria Zobenico. Durante la notte ordinò che si tirasse una grossa catena di ferro da quest' ultimo punto sino alla Carità, con che attraversavasi il Canal Grande in modo da non potervisi passare. Comprovò il fatto quanto saggia fosse stata simile previdenza; poichè dopo che que' barbari aveano messo in fuga gli eserciti fra di loro belligeranti dei Duchi del Friuli e di Spoleto, e portato il ferro ed il fuoco in tutta la Lombardia, rivolsero le loro mire anche sopra Venezia. Avevano udito parlare di questo paese fatto ricco dal commercio, ed atto a somministrare largo bottino. Tanto bastò perchè se ne invogliassero. Quindi è che Venezia corse allora maggior pericolo di quello che provato avea nella guerra contro Pipino, la cui memoria durava ancor fresca, L' antica Eraclea, o Città-nuova, fu la prima a sperimentare la inumana ingordigia degli Ugri. Depredati i tesori, uccisi gli uomini, arse le case, da per tutto rimase la miseranda impronta della costoro brutalità. Trattarono in simil guisa Equilio, Capo d' Argine e Chioggia; ma non potevano rimaner sazj, se non facevano guasto eguale anche in Venezia. A tal fine posero in ordine le loro barchette portatili, che chiamavano Scafe, tessute di vinchi, o assi sottilissimi, coperte di pelli non concie. Con queste erano usi varcar non solo il Danubio ed altri fiumi più rapidi, ma persino navigare sui mari, sempre corseggiando e predando. Aggiunte alle Scafe quante alte barche poterono raccogliere dai vicini fiumi, s' accinsero a tragittar le lagune, ch' erano il solo inciampo che si frapponesse alla loro conquista. Alle prime minaccie, l' idea spaventevole, che regnava di que' Cannibali, fece provare a tutta la città le più mortali ambasce. Ma ben presto i bravi isolani si riebbero dal primo sbigottimento, avvertendo, che quanto più grande era il rischio, e terribile il nemico, tanto più conveniva armarsi di coraggio, e mostrare al mondo tutto qual potere abbia su anime Repubblicane l'amor della patria e della natìa indipendenza. Non dovevano essi essere men fortunati de' loro padri, che di recente avevano vinto su queste stesse acque un re potente con que' suoi valorosi Francesi soggiogatore di quasi tutta l' Europa. I nemici, quando pur fossero formidabili in terra, nol potevano essere del pari del mare, ove fu uopo non solo forza ed ardire, ma intelligenza ed ingegno. Animati così da un sentimento concorde i Veneziani allestiscono di tutto punto una flotta; il fior della gioventù la riempie; il Doge stesso ne prende il comando, e tutti intrepidi si avviano verso Albiola ad attaccare il nemico. Volano quinci e e quindi acutissime freccie, ma il mareggiare dell' onde comincia a dare il vantaggio ai Veneziani, giacchè per esso gli Ugri mal ponno reggersi in piedi sulle picciole loro barche. Il loro ordine di battaglia viene sconcertato e vanno perduti all'aria i loro colpi. I nostri al contrario avvezzi all' agitazione dell'acqua, e pratici al maneggio delle vele, tirano i colpi ben aggiustati, nè ve n'ha neppur uno che vada fallito. Fatti poscia alcuni movimenti di tutta la flotta, investono il nemico di fronte, il tormentano ne'fianchi, il flagellano in ischiena. Gli Ugri avvezzi alla vittoria resistono con ostinazione rabbiosa, ma sono costretti a cedere e a fuggire, lasciando le lagune coperte di cadaveri e di frantumi di barche.
Vittoria sì
segnalata recò il massimo onore al Doge Tribuno, che discese a terra in mezzo
alle acclamazioni di tutto il popolo accorso per vedere il suo liberatore. La
gloriosissima giornata de' 29 Giugno, consacrata a San Pietro, lasciò a lungo di
sè una gradevole rimembranza, poichè venne annualmente solenneggiata con
isplendide Feste. Ma quali esse si fossero non sapremmo dirlo, mancandone nelle
storie la descrizione, ed essendo state in questi ultimi secoli dimesse. Grandi
e magnifiche certo dovettero essere, se concorrevano in numero grande gli
Italiani, come alcuni scrittori ci avvertono, non meno per ammirarle e goderle,
che per compiacersi del sommo vantaggio, che avevano essi medesimi tratto dal
buon esito di questa celebre battaglia. Gli Ugri in fatti sconfitti,
svergognati, avviliti, parte montarono su o carri coperti di pelli, parte
montarono in groppa ai loro cavalli, coi quali parevano immedesimati;
abbandonando in tutta fretta le nostre contrade se n' andarono a piantarsi nella
Pannonia, che da loro fu poscia chiamata Ungheria.
Festa del giorno DELL' ASCENSIONE
In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli Veneti isolani godevano della maggior tranquillità, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati.
Una popolazione barbara e feroce, dotata dalla natura di una straordinaria forza, era uscita dagli agghiacciati climi della Scizia, e dopo essersi trasferita sulle sponde del mar Nero, erasi divisa in due porzioni, l'una delle quali, valicato il Danubio, venue nel sesto secolo a fermarsi nell' Illirio. Indi acquistando sempre nuovo terreno s'inoltrò fino alle spiaggie dell'Adriatico, e vi eresse Narenta città, che comunicò poscia il proprio nome a tutta la nazione. Fortificatisi i Narentani in quel sito, pigliarono sempre maggior animo: penetrarono a mano armata nell'Istria, costrassero vascelli, e si diedero ad esercitare la pirateria per tutto il golfo. Non tardarono i nostri a provarne i tristi effetti, e furono obbligati ad armare legni da guerra, onde proteggere il proprio commercio e la navigazione. Ebbero allora principio quelle zuffe così frequenti e feroci, e quella guerra sì lunga ed ostinata, che durò per più secoli. Alla fine poi le città situate sulle coste dell'Istria e della Dalmazia, stanche dalle continue incursioni di que' barbari, e prive di una forza navale sufficiente a distruggerli, si volsero di comune consenso ad impetrar l' ajuto della possente Repubblica di Venezia, promettendo di dedicarsi a lei, qualora venissero liberate dalle vessazioni di que' pirati. Spediti a tale oggetto alcuni oratori a Venezia, venne l'invito di que' popoli accolto con quel giubilo, che può ispirare una favorevole occasione di prender vendetta di un antico nemico, e di ampliare al tempo stesso il proprio dominio. Furono dunque promessi i richiesti soccorsi: e senza indugio posta in ordine una forte squadra, e il Doge Pietro Orseolo II volle esserne il condottiere. Salpò dal porto il dì dell' Ascensione l'anno 997 e a vele gonfie si recò in Istria, ove venne incontrato colle più vive acclamazioni, e salutato da tutti gli abitanti per loro vero liberatore. Ricevette egli il giuramento di fedeltà dai nuovi sudditi, lietissimi di sottomettersi ad una ben augurata Repubblica. Lo stesso avvenne in Dalmazia. Giunto il Doge a Zara, trovò il popolo, che affollato lo stava aspettando, e tutti i cittadini con trasporto di gioja offrirono sè stessi, le città, le pubbliche e le private fortune al Veneto Dominio.
Non meno dell'ingresso del Doge fu pomposa, rispetto a que' tempi e a que' luoghi, la cerimonia colla quale egli accolse gli oratori di tutte le altre città Dalmate ansiose di presentargli i contrassegni della spontanea lor dedizione. Diritto di conquista, che sei tu mai al paragone dei voti unanimi di un intero popolo, che di proprio moto si spoglia della sua sovranità per deporla nelle mani di un altro popolo? Un tale esempio fu seguito dalle Isole adiacenti a quella costiera, tranne però due che se ne mostrarono ritrose, cioè Curzola, un dì chiamata Corcira nera, e Liesina, altre volte detta Faro. Riuscendo queste un ricovero troppo vantaggioso ai Narentani, non doveva il Doge soffrire che volessero sottrarsi al comune destino. Usò nondimeno in prima le esortazioni e gl'inviti; venne poscia alle minaccie, ma nulla giovando, fu costretto necessariamente di ricorrere alla forza delle armi.
Curzola siccome debole e mal difesa, ben presto si arrese; ma non così Liesina. Per vincere la sua rocca posta sopra rupi scoscese, cinta da mura inaccessibili, e inoltre guardata da un copioso presidio di Narentini, non ci voleva meno di un formale assalto. Orseolo tosto fece i suoi approcci in buon ordine, e dispose ogni cosa da prode capitano. Dato il segnale, e soldati e marinaj fanno a gara per immortalarsi in valore. L'assalto divien generale, furioso, tremendo. Tutto cede, tutto fugge dinanzi ai nostri gloriosi stendardi, e la città è ridotta ad implorare misericordia. Rovesciato questo antemurale de' barbari, Orseolo non tardò a portare la strage nel seno del loro proprio paese. Borghi, città, castella tutto fu atterrato, distrutto. I miseri Narentani, ridotti alla disperazione, chiedono la pace ad ogni costo. Il Doge accordolla, ma esigendo condizioni sì gravose pe' vinti, che fu tolto a questi per sempre il poter di risorgere. In fatti d' indi in poi non si udì più parlare de' loro ladronecci, e il mare restò libero ai Veneziani.
Terminata così la più bella impresa, che dopo la nascita della Repubblica si fosse mai eseguita, Orseolo ritornò con lo spirito più tranquillo a visitare quello spazio di circa 350 miglia, che aveva prima trascorso colla rapidità di un guerriero, che vola a combattere. In niun luogo pose Preside o gnarnigione; non violò in alcun conto l' autonomia, nè alterò le pratiche ed i costumi degli abitanti, e compiacquesi d' indi in poi di riguardarli come socj ed alleati, non come vinti o sudditi. Bella politica in vero, e molto accorta degli Avi nostri, i quali ben conoscevano, che non solo i popoli colla forza sottomessi, ma quelli ancora, che spontanei si dedicano a lungo andare non senza qualche ribrezzo portano il giogo, ond'è per avvezzarli insensibilmente, conviene da prima far loro credere tutto al contrario, lusingare le loro passioni, e conservare intatti, il più che si può, fin anco i nomi delle cose. Orseolo conchiuse un trattato, in cui si stabilì, che ogni città avesse a pagare un annuo tributo alla Repubblica; che in caso di guerra dovesse ciascuna somministrare un certo numero di marinaj, di soldati e di vascelli, e che i mercadanti Veneziani entrati nei porti e sulle terre dell' Istria e della Dalmazia, avessero a godere piena sicurezza, ed ogni maggior vantaggio per l'esito delle loro merci; siccome la Repubblica per sua parte promise eguali privilegi a tutti gl' Istriani e Dalmati, che per cagion di commercio avessero approdato a Venezia, ed alle lor Patrie ampla protezione e difesa contro ogni loro nemico.
Avendo così poste le cose nel miglior ordine possibile, Orseolo ricondusse a Venezia la valorosa sua flotta e convocata un' Assemblea generale, quivi con tutta semplicità fece il ragguaglio della sua spedizione, a cui seguirono le grida di applauso, di ammirazione, di riconoscenza. Non vi avea chi non serbasse in mente la memoria dei danni sofferti, le tramate insidie, le prese de' vascelli e delle loro merci, la schiavitù e persin la morte de' loro congiunti ed amici; e lo scorgersi salvi per sempre da tali pericoli, era per tutti un motivo di straordinaria esultanza. Nè meno consolante fu l' acquisto di tutta la costa marittima, che si estende dall' Istria sino ai confini della Dalmazia, compresevi le Isole adiacenti, talchè il popolo con voto unanime stabilì, che il Doge Orseolo e i suoi successori assumessero per l' avvenire, negli atti pubblici, il titolo di Doge di Venezia e della Dalmazia. Si volle inoltre, che la memoria di un impresa tanto segnalata, che avea dato ai Veneziani il dominio del Golfo, come in epoche anteriori l'avevano avuto e Pelasgi, ed Etruschi, e Adriesi, si rinnovasse ogni anno con una solenne visita, che il Doge farebbe al mare. Non senza avvedimento fu scelto a tal oggetto il giorno dell'Ascensione giacchè in tal dì era uscita dal porto la flotta, che s'era di tanta gloria coperta. D'indi in poi il Doge nel giorno dell' Ascensione montato sopra un vascello distinto, e accompagnato dal Vescovo, da' suoi Consiglieri, dai principali membri della nazione, anzi quasi dalla nazione intera, usciva dal porto di Lido, e praticava certe cerimonie adattate a' que' tempi di semplicità e di moderazione. Ecco l' origine vera, o l' epoca incontrastabile della famosa visita, che il Doge faceva al mare. Lasciamo pure alla fervida fantasia straniera l' attribuire la sua instituzione al fine politico di tener con essa gli animi de' cittadini distratti dalle interne discordie, che potevano a quella stagione dell' anno più vive emergere, per esser tempo di mutazioni di cariche, e di potere insieme, in mezzo all' ebbrezza del comun giubilo strappar meglio i segreti del popolo, spiarne la condotta, conoscerne i cuori. Chi mai udì dire, che solo in maggio si cambiassero le cariche? Quale fra' detrattori del nome Veneto immaginò mai più bizzarro impasto di assurde calunnie e di ridicolaggini?
Per lo spazio di 180 anni si celebrò, a quel modo che abbiamo detto, la Festa. Al terminar di questo periodo, ne' diciasette ultimi anni, l'impero eristiano venne conturbato dallo scandalo di uno scisma, che nacque dall'elezione di due Pontefici, i quali egualmente pretendevano al Triregno. Alessandro III era stato eletto Papa dai voti unanimi del Couclave; ma l'Imperator Federico Barbarossa per l'odio che gli portava, fece proclamarne un altro da due Cardinali. Indi con suo decreto bandì Alessandro dall' Italia, e scagliò minaccie contro chiunque avesse osato prendere le sue parti. Allora fu che si videro e Vescovi, e Prelati, e persino il Sommo Pontefice, venire a Venezia per rifuggirvisi. Quando si seppe il di lui arrivo, gli furono resi tutti gli onori, ed ognuno spiegò la più viva brama di vederlo rimesso alla venerazione del mondo cristiano. Il Governo di Venezia superiore ad ogni minaccia, spedì all'Imperatore deputati ed oratori per procurar di calmare il suo odio contro Alessandro. Furono questi sì fortunati, che ottennero di farlo riconoscere per vero Pontefice, e di conciliare la pace fra l'impero e la chiesa. Venne stabilito un incontro a Venezia dell'Imperatore col Papa; la qual cosa empì di giubilo i nostri buoni Isolani. Federico si mise subito in viaggio: arrivato a Chioggia, trovò sei galere Veneziane destinate a condurlo in città. Anche prima d' imbarcarsi ricevette l' assoluzione delle censure da tre Cardinali spediti dal Papa. Questi lo attese nella chiesa di San Marco vestito pontificalmente, sedendo in mezzo a' suoi cardinali a' suoi Prelati, ed in faccia a tutto il popolo di Venezia. Allorchè Federico giuuse in chiesa andò umilmente a prostrarglisi ai piedi, ed ei tosto lo alzò, lo abbracciò, e gli diede l' apostolica benedizione.
Questo è ciò che intorno a tale incontro ci offre di più certo la primitiva Storia. V' ebbero poscia degli scrittori, che co' loro racconti favolosi porsero soggetto a non men favolose pitture. Quindi è che tanto nella sala dell' attuale pubblica Biblioteca di Venezia, quanto nel palazzo della famiglia Rolandi di Siena, da cui era uscito Papa Alessandro, ed anche nel Vaticano di Roma, venne rappresentata una gran battaglia uavale fra i Veneziani e Federico; ed inoltre alcune bizzarre ed esagerate cerimonie della di lui riconciliazione col Pontefice. La verità è, che in tale occasione nè battaglie, nè vittorie ebbero luogo. Nè Federico aveva forze marittime atte a resistere alle nostre, nè il di lui figlio Ottone era allora in età di poter comandare. Com'è dunque probabile, che i Veneziani, fatto avendo prigione questo giovine principe, si valessero di lui per rappacificare col Papa l'Imperatore suo padre? In mezzo a tanti e sì mal fondati racconti tengasi solo per fermo, che il buon esito dell'accennata mediazione, e lo splendido trattamento fatto dalla Repubblica all'Imperatore ed al Papa, moltissimo accrebbe in Europa la di lei riputazione. Non arrechi quindi stupore, se Alessandro pensò ricompensare alla sua foggia i Veneziani, ricolmandoli d'indulgenze, e se essi conoscendosi benemeriti della Santa Sede, s' indussero a pregarlo di voler loro concedere l' investitura dell' Adriatico, di cui però da quasi due secoli potevano chiamarsi signori. Tale richiesta, che parrebbe oggidì ridicola, nulla avea di strano in que' tempi, quando l' autorità del Vicario di Cristo era sì rispettata, che i principi cristiani non credevano abbastanza legittimi i loro diritti, e le loro pretensioni, nè bene assicurato sul capo il diadema senza l' approvazione pontificia. E in quanto al Papa, nulla di più caro per esso, quanto l'aver occasione di esercitare un simile atto della sua possanza. E siccome poi il simbolo di ogni investitura ora l'anello, così egli uno ne diede al Doge di Venezia, con cui sposasse il mare, e desiderò, che a quella prima solennità della visita quest'altra fosse aggiunta dell'investitura, sotto l'immagine di sponsali. Egli è per questo, che allora quando il vascello Ducale era gianto alla bocca del porto, si volgeva al mare colla poppa, e il Vescovo benediceva l'anello nuziale, e presentavalo al Doge; indi versava un gran vaso di acqua santa nel luogo dove dovea cadere l' anello, e il Doge gettandovelo pronunziava in latino queste parole: Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio.
Simile costumanza venne da parecchi riguardata non solo come bizzarra, ma come ridicola. Pure il filosofo osservatore deve considerarla come saggia, provvida e umana. E chi non sa quanto questa idea di dominio sia propria a risvegliare in ogni uomo sublimi sentimenti e straordinario entusiasmo? Per renderla poi più sensibile, e in certo modo più palpabile anche alle anime rozze e volgari, qual migliore spediente potevasi immaginare, quanto un' augusta cerimonia, il cui simbolo richiamasse in mente quella del matrimonio? Per essa ricordavasi, che il vincolo tra Venezia e l' Adriatico era non meno stretto e indissolubile di quel santo vincolo, che insieme congiunge due sposi, e che siccome tra due sposi devono perpetuamente avvicendarsi i servigi, le difese, gli ajuti, così in questa coppia allegorica dovea regnar sempre un generoso scambio di uffizj. Era il mare sorgente di sicurezza, di opulenza, di gloria alla nostra città, e se in essa diveniva sacro il dovere d'impiegar tutte le sue cure, e gli sforzi maggiori per assicurarsi tanti benefizj, proteggendo la libertà delle sue acque, d' altra parte era giusto, che ad esso tributasse solennemente i sentimenti di pubblica riconoscenza. Ma quel versare l' acqua santa, e quel benedire le volubili onde non era egli un atto di religiosa invocazione in pro di quelli, che dovevano esporvisi, ed un bel presagio di prosperità per lo Stato? O non potrebbesi anche prendere per un segno di pietosa riconoscenza verso i nostri sventurati concittadini, che dentro quelle onde giacciono sommersi? Volgendo infatti il pensiero sopra tutti i disastri della navigazione, e sopra il numero degl'infelici ingojati dal mare, senza godere dell'onor del sepolcro, senza l' accompagnamento di preci ed esequie, senza il fumo di odorosi incensi che consoli le loro ombre, senza che la mano dell' amicizia scolpir possa i loro nomi amati sopra di quella mobile e profonda tomba, non è fuor di ragione, che ottenere dovessero questo tenero addio dalla patria, e ricevere questo Asperges divoto in quel loro comune vastissimo cimiterio.
Ma per ritornare a questo giorno sì rinomato, esso anche in antico fu detto la Festa della Sensa, cioè dell'Ascensione. Concorrevano a Venezia in folla i forestieri sino dal tempo delle Crociate, essendo quella la stagione, in cui i pellegrini usavano fare il passaggio di Terra-Santa. Quando poi la navigazione ed il commercio si dilatarono, e lo Stato andò crescendo in potenza, allora il marittimo spettacole prese l'aspetto di un solenne trionfo, quale certo non sarebbesi potuto vedere altrove, e la cui fama si sparse per tutto il mondo. Il giorno dell' Ascensione era veramente quello in cui il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa, e come capo supremo della più ricca e florida tra le Repubbliche. Accompagnato dalla Signoria, dal Senato, e pressocchè da tutto il Maggior Consiglio, andava ogni anno a rinnovare il possesso di quel Golfo, che le Venete vittorie avevano sottomesso allo Stato. Gli ambasciatori delle primarie corti d'Europa assistevano pur essi a questa singolar cerimonia, e seduti presso sua Serenità parevano in qualche modo sanzionare quest' atto di antico possesso, confermare i diritti della Repubblica, e applaudire alla gloria de' suoi fasti.
Anche il naviglio destinato pel Doge venne costrutto e portato ad un grado di ricchezza e di magnificenza sorprendente. Chiamossi Bucintoro, nome che alcuni credono essere una corruzione di Ducentorum, perchè allora quando nel 1311 dal Senato fu dato l'ordine di fabbricarlo, si disse nella legge: quod fabricetur navilium ducentorum hominum, cioè della portata di ducento uomini. Altri fanno derivar questo nome da Bicentauro, per essere grande il doppio di quella nave detta Centauro, di cui parla Virgilio nella descrizione de' giuochi funebri celebrati da Enea per onorare la morte del padre. Ma poco monta infine il fantasticare sul nome. Alla gran macchina fu a bella posta dato una forma straordinaria fra' vascelli. La distribuzione dell'interno corrispondeva egregiamente all' uso, e la sontuosità degli ornamenti era del pari degna del glorioso suo oggetto. Lunga 100 piedi, e larga 21, in due piani distinguevasi questa reggia galleggiante sull'acque. Nell' inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino ornato di frange galloni e fiocchi d'oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone innalzavasi verso la poppa, in capo alla quale trovavasi un apposito finestrino, da cui il Principe gettava l' anello in mare. Questo pertugio stava dietro alla ricchissima sedia del Doge collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale co' suoi trofe. Due bambini sostenevano una conchiglia, che formava il baldacchino Ducale. Sì dall' una parte che dall' altra del seggio, eranvi due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza, volendosi intender con ciò, che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili pur essi magnificamente apparecchiati ad uso del Patriarca, degli Ambasciatori, della Signorìa e de' Governatori dell' arsenale. Per indicar poi che mediante la coltura delle scienze e delle arti, un popolo potente si acquista maggior considerazione, ed accresce la sua felicità, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassirilievi dorati, fra i quali distinguevasi Apollo in mezzo alle Muse, di cui il Bucintoro poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante vedevansi, pure in basso-rilievo, le Virtù, e quelle Arti che servono alla costruzione de' vascelli, non che quelle, che ricreano gli spiriti da gravi cure occupati, come sono la pesca, la caccia e simili; il tutto distribuito con isquisita eleganza, resa più cospicua dalla somma profusione d' oro. Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto dai forastieri più illustri, che ambivano l' onore di essere del seguito del Principe. Essi misti ai Magistrati occupavano le due ale della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo affacciati a qualunque delle 43 finestre, ond' erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, Dea tutelare d' ogni ben regolato governo, attraeva a sè gli sguardi de' sudditi della Repubblica, che ne facevano giulivi l' applicazione. In fine riguardando il complesso del Bucintoro, potremo dir francamente, che giammai forse la pubblica Maestà si scelse un albergo tanto proprio di lei quanto questo; nè per la via de' sensi essa instillò mai negli animi tanta venerazione di sè, quanta allorchè si accoglieva tra l' oro e la pompa di sì portentoso naviglio.
Tenerezza poi e giubilo aggiungeva il vederlo mosso e fiancheggiato dalla classe de' primi abitatori di queste lagune, che spontanea e senza mercede alcuna accorreva colle sue apposite barche giocoudamente a rimorchiarlo, sopravvegghiando a'suoi movimenti per ogni accidental cangiamento di venti e di meteore.
Oltre li rimorchi
che lo traevano, avea 168 remiganti molto opportuni ad agevolare il maestoso suo
corso. Non erano essi nè galeotti, nè marinaj, nè gondolieri; ma bensì gli unici
Arsenalotti, cioè que' membri, che componevano la famiglia prediletta della
Repubblica, che con sì soave e dolce nome erano chiamati, e col quale eglino
stessi chiamavansi con una specie di vanità derivante da veracissimo
attaccamento.
Essi ambirono ed ottennero il privilegio di condurre il Doge a tali nozze, ed
abbandonati in questa sola occasione i loro giornalieri stromenti, non
isdegnavano, seduti sulle panche d' impugnare a quattro il remo, godendosi a
gara de' loro inusitati sforzi, e de' loro anniversarj sudori.
Seguivano a lento corso il Bucintoro numerose Galee, non solo per aumentar la pompa dello spettacolo, ma più ancora per richiamare alla memoria de' veri patriotti, che segnatamente su simili bastimenti gli Avi nostri, mercè delle più ardite navigazioni, e delle imprese le più difficili, avevano portato la Patria all' apice della gloria, mentre le potenze marittime, che sono grandi oggidì, radevano appena con batelli le coste de' fiumi.
Certe grosse
barche dorate del Dominio seguivano dappresso il Bucintoro. Esse in questo
giorno, ed anche in qualche altro solenne, servivano a comodo del Patriarca e
degli Ambasciatori.
Aumentavano il corteggio lancie, canots, caicchi spettanti agli Uffiziali
di mare; e tutti questi legni erano sfarzosamente apparecchiati.
Il Doge de' Nicolotti, cioè degli abitatori della contrada di San Nicolò, aveva esso pure una barca particolare per sè. Questo capo di una classe utilissima di que' pescatori, che abbiamo veduto figurare come rimorchianti, godeva molti privilegi, fra i quali avea l'onor di seguire il Bucintoro, e di sopravvegghiare a' suoi subalterni.
Anche i capi
principali dell' arte Vetraia e delle Conterìe, dalle quali arti traevasi un
grandissimo vantaggio nel commercio, avevano il privilegio in tal giorno di
accompagnare il Doge. Seduti in una peota ornata a loro spese, avevano
l'ambizione di farsi osservare ed ammirare per il buon gusto e per la molta
magnificenza. Ed in vero eravi sempre motivo d' applaudir vivamente all
industria di questi ingegnosi ed utilissimi abitatori dell'isola di Murano.
Ciò poi che animava nel modo più brillante la Festa, era l' infinita quantità di
barchette di ogni fatta, che quasi tutte ricoprivano la laguna da San Marco sino
al Lido, dalle quali venivano spesso scelti concerti musicali. Non solamente la
nobiltà e gli opulenti cittadini concorrevano a gara nelle loro barche e peote,
ma persino le diverse classi del popolo artigiano ornavano a festa dei battelli
con festoni di fiori, e sopra tutto con corone di alloro, pianta cara agli Dei
ed agli Eroi, e di cui il popolo Veneto impiegava sempre le foglie immortali
come contrassegno sicuro dell'universale allegrezza. Le grida di gioja di questo
felice popolo mescevansi insieme cogli spari dell'artiglieria de' vascelli sì
pubblici, che mercantili ancorati, paviglionati, sfilati, che facevano ala all'
illustre comitiva, e le rendevano il militar saluto. In mezzo al lam po, al
rimbombo guerriero, in mezzo ai vortici del fumo, e sopra que'flutti vivamente
agitati, le ninfe dell' Adriatico passavano sì intrepide, che si sarebbero
potute prendere per Amazzoni, se la loro agile gondoletta, l' eleganza del lor
vestito e la voluttuosa lor giacitura non le avessero fatte riconoscere per le
legittime figlie della bella Dea nata da quelle onde medesime, ch'esse sì
mollemente solcavano.
Così accompagnato il Doge rientrava nel suo palazzo, dove tratteneva a pranzo tutti i Magistrati che si erano trovati nel Bucintoro.
Altri spettacoli
v'erano in questo giorno; essi troveranno il lor luogo. Non volli qui parlare
che dello sposalizio del Doge col mare; di quella Festa sì celebre, che per l'
applauso popolare e il gran concorso di gente sembrava ogni anno improvvisa e
novella, benchè per tanti secoli ripetuta. Essa non era altrimenti la Festa di
pochi fastosi ricchi, ma di tutti indistintamente i cittadini, che vi
concorrevano spontanei, e mossi non meno da particolare zelo, che da spirito di
nazionale orgoglio; e le loro acclamazioni non erano prezzolate e bugiarde, ma
figlie di quel sentimento patriottico, che nasce dalla personal sicurezza e
dalla gloria dello Stato.
Mercato, o sia Fiera DELL' ASCENSIONE
Dalla pubblica solennità del giorno dell'Ascensione non può andar disgiunto il ragguaglio della Fiera o Mercato, che in tal tempo usavasi tenere in Venezia. Oso sperare, che non vi sarà chi mi gravi di colpa, se dovendo parlare di arti e di mestieri nazionali il mio amor patrio mi farà deviare alquanto dal soggetto primario, e retrocedere col discorso fino alle epoche più rimote della nostra storia per meglio indagare e scoprire di queste arti e di questi mestieri l' origine. Gioveranno tali ricerche a convincerci che questi oggetti figli dell'intelligenza e dell'industria de' secoli precedenti, lungi dall'essersi perduti in Venezia, come altrove, per le successive incursioni barbariche, qui fin da' primi tempi conservavansi in vita, e col progredire degli anni vennero di mano in mano acquistando un sempre maggiore incremento.
Una nazione che si andò formando in queste lagune mercè del prodigioso concorso di quanti uomini vi avea nelle vicine, ed anche nelle lontane regioni, e per dovizie e per nobiltà più riputati, non è strano che ritenesse qualche scintilla di coltura anche in mezzo alle tenebre della comune ignoranza. Le arti e le scienze accompagnano sempre il grande ed il ricco, non mai l' abbietto ed il povero. Ma a sostenerle in qualche credito tra i Veneziani, e a farle prosperare qui più rapidamente che altrove, si aggiunse quel gran maestro di ogni arte e largitore d' ingegno; il bisogno. La posizione marittima di queste isolette sterili per sè, e staccate dal continente esigeva dai primi abitanti uno studio ed un'attenzione affatto diversa da quella di tutti gli altri popoli, per procacciarsi le cose di prima necessità come a dire, il cibo, la bevanda, e l' abitazione. A tal fine di fatto essi posero in opera tutta quella sollecitudine e quell' industria, di cui eran capaci; ed è appunto la descrizione di questi sforzi, che diverrà il soggetto del quadro, che mi sono prefissa di presentare, colla lusinga che per la sua singolarità non abbia a riuscir punto discaro.
Il frumento e
l'altre biade si considerarono sempre presso tutti i popoli non selvaggi, come
la nutrizione la più necessaria e la più utile per l'uomo. Insino a tanto che la
popolazione di queste isole per esser piccola non ne faceva gran consumo, i
mulini a braccio bastavano per la macinatura de' grani; ma allorchè crebbe il
numero, questo mezzo non fu sufficiente, e convenne inventarne di nuovi. La
natural perspicacia, e la replicata considerazione fecero comprendere, che dal
flusso e riflusso del mare poteansi trarre que' vantaggi medesimi, che procurati
ci vengono dal corso de' rivi e de' fiumi Ben in ciù più filosofi del
grand'Aristotele, che non potendo rilevar la ragione del flusso e riflusso
dell'Euripo, affatto simile a quel di Venezia, si morì disperato; anzi v' ha chi
pretende, ch' egli si lanciasse in quelle acque, dicendo di voler essere
compreso da ciò ch' egli non potea comprendere. Malgrado però della nostra
sì utile osservazione del flusso e riflusso, quanti ostacoli non aveva il genio
da superare per la costruzione di mulini, il cui meccanismo esser dovea dagli
altri tanto diverso? Qui non potevansi fondare che sopra un terreno paludoso e
molliccio, e le ruote dovevano ora dall' una parte, or dall'altra girare, per
cogliere la direzione dell' acqua variantesi ad ogni sei ore; e questo stesso
periodico cangiamento di corso soffre talvolta alterazioni notabili; poichè la
maggiore o minore durata della marea, e la sua maggiore o minore velocità
dipende spesso dalla diversità delle influenze e delle stagioni.
Dalle traccie che trovimo negli scrittori si conosce, che tutto fu preveduto, a
tutto fu rimediato. Si scelsero i rialti di melma più solidi, e sopra essi si
costrussero le case contenenti l' Acquimolo, o sia macina. Erano queste
altrettante isolette in mezzo ad un gran bacino, cui si diede il nome di
Lago. Due canali o acquedotti scoperti chiamati Forme, e destinati a
ricevere in sè le ruote del mulino, fiancheggiavano l'edificio. Avevano essi di
necessità opposto il declivio, e le loro imboccature erano per conseguenza
rivolte a parti opposte, cosicchè or l' uno or l' altra ricevendo e regurgitando
a vicenda l' acqua marina secondo il variar del suo corso, faceanla precipitare
or su questa or su quella ruota, ed in tal maniera, sia che il mar si gonfiasse,
sia che refluisse, non mai restava ozioso il mulino. Varj documenti attestano,
che fino dal nono secolo v' aveano molti di questi mulini nelle nostre lagune.
Pure i Francesi pretendono essere questa una moderna invenzione, che ad essi
appartenga, ed esaltano a cielo i loro mulini costrutti nel porto di Dunkerque.
Nel secolo passato vedevansi ancora nel canal di Negroponte, e segnatamente
nello stretto dell'Euripo, mulini simili ai nostri. È credibile, che i nostri
antenati, padroni di quell'isola. gli avessero anche colà introdotti, e che i
Turchi, conosciutane l' utilità. ve gli abbiano conservati. In quanto a quelli
delle nostre lagune, esistevano ancora intorno l' anno 1440, ma dopo le
conquiste da noi fatte nel Continente, si trovò più comodo di servirsi de'
mulini della Terra ferma, e de' fiumi, il che fece trasandar affatto gli
antichi.
Non fu meno difficile il vincere la natura, onde procurarsi l' acqua dolce e salutare. Se da principio poteva bastare lo spedire picciole barchette alle foci de' vicini fiumi per approvvigionarsi di un elemento indispensabile a tanti usi della vita, divenne inefficace il ripiego ne' tempi posteriori, quando le isole tutte dell' estuario formicolavano d' abitanti. Il bisogno di raccorre e di conservare le dolci acque piovane e di difenderle dal mescolamento colle salse che da ogni lato ci attorniano, fece immaginare cisterne d'una costruzione del tutto nuova. Nè certamente il merito dell' invenzione può appartenere ad altri che ai Veneziani; poichè ad altri fuori che ad essi non si rese mai necessaria. Furono adunque messe a tributo le grondaje delle case, i cui scoli raccolti in canaletti orizzontali, che formano corona ai tetti, si fecero discendere per alcuni tubi inseriti nel muro, ed invisibili all' occhio, i quali hanno il loro sbocco sotterra. Quivi l'acqua viene raccolta in un ampio recipiente quadrato, le cui alte pareti di creta sono un valido riparo contro gli insulti dell'acqua marina. Tutto il vuoto del gran sotterraneo è riempiuto d'arida sabbia; mercè la quale l'acqua, che in esso sgorga, perde tutto ciò che ha di men puro, prima di passare nella canna, o pozzo propriamente che sta nel centro del recipiente. Usasi formar questo di figura circolare, e di curvi mattoncini sovrapposti l' uno all' altro senza cemento, acciocchè l' umore già depurato dalla sabbia lentamente possa filtrare. Il che con sì buon effetto succede, che noi suoliamo attingere l' acqua sì leggiera e salubre, da non invidiare a chi che sia le migliori sorgenti del continente. Prima che la fabbrica de' pozzi si conducesse a tal perfezione, è da credersi che si facessero non pochi tentativi. È però assai manifesto per le antiche carte, che sino da lontani tempi numerosi pozzi v'aveano in Venezia sì privati che pubblici, e questi bastantemente acconci al bisogno, giacchè nè il blocco del re Pipino, nè quello degli Ugri, nè quello ancor più lungo de' Genovesi, valsero a por mai in angustie la nostra città per difetto d'acqua, comecchè tutte le imboccature de' fiumi fossero intercette e gelosamente custodite dal nemico.
Il sale, che fu in ogni tempo considerato per l'uomo il quinto elemento, meritò le medesime cure de' nostri primi isolani. Riconobbero ben presto l' impossibilità di costruir le saline alla stessa foggia degli altri popoli. Conveniva dunque trovarne una affatto diversa. Cominciossi dal cercar un fondo di purissima argilla. Questo si circondò di un muro abbastanza forte all' urto dell' onde, ed abbastanza alto per impedire, ch'esse non mai vi entrassero, per quanto grande fosse il traboccamento del mare. Tutto quel chiuso spazio da prima si asciugò, indi lastricossi di marmo. Nel muro si apersero qua e là dei fori per la necessaria introduzione delle acque, le cui più lievi particelle venendo dalla forza del sole attratte in vapori, rimanevano le altre più pesanti convertite in una dura crosta salina attaccata alla superficie del lastrico. Queste saline così costrutte, ed in luoghi dove la natura stessa proibiva di farlo, erano una delle meraviglie del nostro paese. Esse ebbero la riuscita la più felice; poichè procurarono non solo la quantità di sale occorrente a tutta la popolazione, ma apersero inoltre un ramo di commercio molto esteso, e che i nostri isolani seppero condurre in guisa da render ligia ai loro voleri non solo quasi tutta l'Italia, ma altri popoli ancora, come gli Ungari, i Dalmati, i Greci, che per liberarsi da tal giogo mossero molte guerre. Tutto fu vano, perchè i Veneziani per quasi dieci secoli la vollero a modo loro. Dopo lo conquiste che facemmo delle saline dell'Istria e della Grecia, o forse, ciò ch'è più probabile, da che non potemmo più costringere le altre nazioni a comperare il nostro sale, tutte queste Saline scomparvero dalla faccia delle nostre lagune; solo si crede essersene trovato qualche resto nell' atterrare la Chiesa di San Geminiano, e nell'isola di San Giorgio Maggiore, costruendovi il porto franco.
Non è difficile a concepirsi, che dopo tante fatiche per soddisfare ai primi bisogni della vita, non potessero più i nostri Isolani esser paghi di abitare tuttavia modeste e semplici casette, quasi misere capanne. L' opulenza volle qui trovare que' medesimi palagi che aveva abbandonati. Ma come giungere a conseguirli sopra un suolo molle, cedevole, ineguale e che spesse volte pareva totalmente mancare? La destrezza, il coraggio, la pazienza e l' oro sormontarono ogni ostacolo. Cominciossi dall' estendere gli spazj del suolo naturale, coll' assettare lungo i suoi margini alcuni gratticci di vinchi ripieni di terra, ben calcati e industriosamente connessi. In seguito si pensò a riempire di terra affatto tutte quelle conche paludose, e coperte di canne, che qua e là rimanevano sparse fra mezzo le abitazioni; operazioni che piacque al Governo di favorir grandemente, accordando la proprietà di questi nuovi terreni a chiunque avesse saputo in certa guisa crearseli. Essi però non potevano sostener edificj di gran peso senza che si avesse ricorso a qualche altro espediente. Ciò fu il conficcare ad una certa profondità varj ordini di pali di quercia strettamente congiunti fra loro, e rafforzati al bisogno da lunghe travi trasversali, sopra le quali distendendosi grossi panconi si venne a formare un solido piano, attissimo a reggere per infinita serie d'anni le necessarie fondamenta. Chi mai percorrendo oggidì le strade di Venezia potrebbe sospettar di premere un terreno fondato dall' arte, e non, come altrove, dalla natura? E chi non rimane sorpreso dalla grandezza dell'impresa, osservando queste splendide e immense moli di marmo, che s'innalzano sopra masse di suolo avventizio? Nè queste son già opere soltanto degli ultimi secoli. Sin dal 995 il pubblico palazzo venne considerato come cosa assai ragguardevole, e degno che vi albergasse l'Imperatore Ottone, che fu allora in Venezia. I cronisti dell' undecimo secolo esaltano grandemente i palagi maestosi, belli ed ornati, che già esistevano. Sì in questi, come pure nelle case anche mediocri, vi erano i loro cammini, quando in Italia, e nella stessa Roma anche i Signori accendevano il fuoco in mezzo alle stanze, e per un buco cacciavano il fumo. Le forti procelle e venti furiosi delle lagune avranno forse spanto il fumo a segno li cagionare troppo grave incomodo; quindi gli avi nostri saranno venuti alla costruzione dei cammini, che per la loro esterna forma a campana, diversa da quella che poi costumasi altrove sembra assicurare essere cosa nativa, e non appresa da altri. I pavimenti delle case erano anche allora formati la maggior parte, come lo sono oggidì, di quel lastricato, quasi da noi soli usato che chiamasi Terrazzo. Egli è un composto di calce, di mattoni infranti, seminati a capriccio di vario-pinte pietruzzole, il quale indurasi con battitoj, si lustra con olio linaceo, e si liscia colle pomici, e diviene bello e polito. Vedendolo lavorato con tanta perfezione solamente nelle nostre lagune, esso può venire considerato se non come una invenzione assolutamente Veneziana, almeno però come una delle arti, in cui i maggiori nostri si sono distinti; di che ne fanno fede molti avanzi trovati sotto il guasto moderno.
L'arte di fabbricar vascelli non dovette essere men coltivata e accarezzata tra i nostri, di quello che fosse l'arte di costruire adifizj; anzi è a credere, che godesse il privilegio di una maggiore anzianità. Una popolazione, che non possedeva nè terreni, nè miniere, sarebbesi ridotta ben presto all' estrema miseria, se non avesse pensato ad introdurre per via de' fiumi e del mare un' utile corrispondenza con altre nazioni. I nuovi abitanti abbastanza felici par aver salvato il loro oro dagli artigli de' barbari, tosto portarono lo sguardo sul globo intero, e dissero: “Sia pur l'acqua il nostro principal elemento, e sia sul mare la nostra dimora; noi di tutto godremo mediante il traffico e la navigazione: volgeremo a profitto nostro l'indolenza e l'attività, la schiavitù e l'indipendenza, l'opulenza e la povertà; pur essi i vizj e le virtù degli uomini dirigeremo a vantaggio nostro.” Queste idee così ardite furono il primo passo verso la navigazione ed il commercio. Il ricco vide una nuova sorgente di ricchezza; il povero un nuovo mezzo di sussistenza assai maggiore che quello della caccia, della pesca o del picciolo traffico fluviale; ed entrambi concorsero a formare un popolo di navigatori e commercianti. Alle piccole barche vennero sostituite da prima delle maggiori, e poscia vennero messi in mare navigli capaci di trasferirsi con grossi carichi di mercanzie in paesi ancor più lontani, e di resistere a viaggi di più lungo corso sopra questo formidabile elemento. Fu allora che i nostri isolani si avvidero, che un popolo non può essere navigatore, nè commerciar in grande, senza avere una forza armata che imponga rispetto, e che castigar possa l'altrui violenza e cupidigia. E molto più se ne avvidero trovando sin dai loro principj tutti i mari mal sicuri e pieni di corsali. Dovettero adunque necessariamente armarsi per difendere la loro vita e i loro averi. Nè fu ciò difficile, poichè fin dall' anno 558 attesta Cassiodoro testimonio oculare, ch'essi avevano numerosi navigli, ed arsenali, cantieri e costruttori. Di fatti ben presto si resero celebri da per tutto, non solo come gran trafficanti, ma come guerrieri valorosi. Già nel 729 presero d'assalto Ravenna: nell'804 fecero la guerra contro Pipino con grossi vascelli, come lo assicura il celebre Costantino Porfirogenito: nell'808 andarono a spaventare le coste Dalmate: nell'827 ebbero due forti battaglie contro gli Arabi Saracini, ed alcune contro gli Slavi. Verso la fine del nono secolo riportarono quella vittoria sì celebre nelle nostre lagune sopra gli Ugri o Ungri; e finalmente quella già resa tanto famosa nel 998 sopra i Narentani, che gli umiliò per sempre. Tutto ciò fecero i Veneziani non solamente con semplici galee, ma con navi da 1200 e due mila botti per ciascheduna: misura ch'essi diedero a tali navi, e che venne ricevuta dalle altre nazioni. Queste navi veleggiavano con tre alberi, mentre quelle de'Greci, i quali pur si giudicavano avere la migliore marina, non ne usavano che due. In somma gli stessi storici Greci e Normanni di quel tempo, tuttochè nemici de' Veneziani, chiamavano le nostre navi Fortezze ambulanti, e dicevano che le flotte Veneziane riuscivano terribili sul mare, e che le Venete lagune formicolavano di marinaj, di soldati e di ricchezze. Che se discendiamo ai secoli X, XI, XII, infiniti s'incontreranno gl'; irrefragabili testimonj non men del Veneto perfezionamento nell' architettura navale, che del prodigioso numero de'vascelli sì mercantili che da guerra, co'quali essi intrapresero ed eseguirono lunghe e perigliose navigazioni. Basta senz' altro sapere che noi possiamo vantare un Codice marittimo sin dal 1255, quando alcune nazioni, che tanto ora grandeggiano, non potevano forse contare due vascelli sul mare. I Genovesi più che altri, assottigliarono l'ingegno loro per competerla con noi; ma egli è vero però che più la cupidigia delle ricchezze, che l' orgoglio nazionale fu il fomite di quella lor nimicizia, che fece poi da una parte e dall'altra tingere tante volte di sangue l' onde del Mediterraneo e dell'Adriatico. La scoperta del Capo di Buona-Speranza sul fine del quindicesimo secolo pose fine a tanta strage, ma fu pur anco il primo passo della decadenza di tutte le Repubbliche Italiane, compresa la nostra, tuttochè si trovasse allora avere 36000 marinarj, 16000 operaj nell'Arsenale, 330 grandi navi, oltre poi moltissime galee, e gran numero di bastimenti mercantili. Tale scoperta aperse agli altri navigatori un nuovo universo, che parve soddisfare alla loro avidità. A questa l' altra si aggiunse più importante dell'America. Nuova disgrazia, nuovo colpo fatale per la prosperità del nostro commercio; nondimeno ci sostenemmo nel Levante e nell'Egitto. I Veneziani ben calcolato avevano, che le vere basi della forza marittima soprattutto consistono nell' incoraggire la navigazione mercantile e nel far sì, che il commercio non sia mai sacrificato alla Finanza. Fu questa appunto l'arte che fece tanto fiorire la potenza Veneziana, che le apportò tante illustri vittorie, e che mantenne per quasi mille anni il suo commercio vastissimo e floridissimo.
Le scoperte nelle scienze e nelle arti sono per tal modo legate le une colle altre, che il loro sviluppo è quasi immediato al raffinamento dello spirito umano. Sembra che quegli, al quale toccò afferrare il primo anello di questa catena, si traesse dietro tutte le parti di un immenso tesoro da gran tempo nascosto. Così avvenne dell'arte nautica. Come regolarsi nel corso, come dirigersi in uno spazio, dove altro non iscorgesi, che due superficie eguali, l'aria e l'acqua, che si confondono all' infinito? Di qua dovette cominciare l'uso della Bussola di eui tutti i popoli se ne arrogano l'invenzione. Se ascoltiamo alcuni perspicaci critici, abbiam motivo di sospettare, che antichissima fosse la sua origine, parendo impossibile, che senza di essa e Fenicj, e Ateniesi, e Cartaginesi, e Romani potessero inoltrarsi ne'mari dell'Indie, e rigirare tutta l'Africa; altri penetrare verso il settentrione fino alle isole Cassiteridi, che sono sopra l'Islanda. Ma posciachè nei classici autori non si trova mai fatta menzione di bussola, avviciniamoci a'secoli meno oscuri, e troveremo, che in una spedizione fatta in Terra Santa nel 1248 dal piissimo re di Francia Luigi IX, adoperossi la Marinette, ch'è quanto a dire un ordigno usato per conoscere il nord, la cui descrizione lasciataci da un cronista francese cel fa conoscere essenzialmente consimile alla bussola. Nello stesso tempo seguì il primo viaggio dei due fratelli Veneziani Nicolò e Maffeo Polo nella Tartaria e nella China; e vent'anni appresso il viaggio secondo, nel quale si unì a loro compagno il celebre Marco Polo figlio di Nicolò. Questi per verità nella descrizione dei suoi viaggi non parla di bussola; ma dond'è, che l'opinion comune vuole ch' egli fosse il primo a portar quest'invenzione dalla China, ove da gran tempo era nota, e a divulgarla in Europa? Non sempre le tradizioni volgari vogliono essere poste nel ruolo delle favole. Che se al nostro Polo uon si volesse intorno a ciò accordare qualche merito, niuno per certo contenderà ad un altro Veneziano, vo'dire a Sebastiano Cabotta, l'insigne scoperta dell' ago magnetico: scoperta che diede l' ultima perfezione alla bussola.
Or che si dirà dell'astronomia e della geografia, scienze cognate e indivisibili, ed ambedue necessarie alla nautica? In quanto alla prima, come si potrebbe conoscere i varj punti di quel globo che si percorre sopra un instabile elemento, senza andarli a cercare negli oggetti permanenti del cielo? La contemplazione adunque degli astri o delle costellazioni fu quella che da principio indicò la direzione, e quindi i sicuri confini alle dimensioni della terra. E se questo studio fu coltivato dagli antichissimi navigatori siccome indispensabile per non perdersi a guisa di ciechi sull'immensità delle acque, non fu men caro ai Veneziani, comechè la barbarie de' tempi l'avesse quasi universalmente fatto smarrire. Il P. Ximenes assicura che sin dall'anno 873 esso aveva de' cultori in Italia. E chi meglio de'Veneziani doveva farlo fiorire, se, come vedremo, furono essi i primi e i più coraggiosi marinaj fra gl'Italiani, anzi fra gli Europei? Quel Marco Polo, che scorse l' Asia dal Tropico Capricorno sino al Polo Artico, penetrando nella Zona glaciale più in là che alcun altro o prima o poi, inserì nella sua relazione tali osservazioni intorno alla Stella Polare, che ben dimostrano quanto egli tenesse gli occhi studiosamente rivolti verso il cielo. Ma dopo lui non sorsero forse i due fratelli Zeni, che nel 1390, cioè un secolo prima del Colombo scopersero l' America settentrionale e l' Islanda? e un Alvise Cadamosto che nel 1455 scorrendo l' Oceano Atlantico s' avvicinò più di ogni altro all' Equatore? Certamente senza molti lumi astronomici nè un Josafat Barbaro, nè un Ambrogio Contarini, nè un Marin Sanudo, nè il mentovato Cabotta col suo fratello Antonio non si sarebbero spinti tant' oltre, come pur fecero, ritornando salvi dopo molti anni alla patria.
In quanto poi alla geografia, altra scienza importantissima che traccia su brieve carta gli spazj che si devono valicare, e così li rende soggetti ad un facilissimo calcolo, non abbisogniamo di congetture per concedere in essa il primato ai Veneziani. Non vi ha certamente nazione che vanti documenti sì antichi come i nostri, siasi nell'arte di delineare e misurare le vie del mare, e di segnarne le spiaggie ed i porti, siasi nella descrizione de' vasti continenti e delle isole con esatta proporzione delle distanze, e con precisione mirabile nell'indicazione delle rispettive loro figure. Parlano abbastanza in nostro favore e le insigni tavole geografiche del Palazzo Ducale, le quali si vogliono delineate sulle memorie di Marco Polo, e di altri viaggiatori di quel tempo; ed il celebre Planisferio, che trovasi oggidì in questa pubblica Biblioteca, in cui si scorge l'Africa nella vera sua figura di penisola, copiata dalle carte che Marco Polo portò seco dal Kitay sul cominciare del decimoquarto secolo.
Con uno spirito sì illuminato ed un'anima sì intraprendente i Veneziani divennero ben presto i provveditori di tutti i popoli. Essi percorrevano mari e regioni terrestri, mentre le altre nazioni se ne stavano neghittose, ed era per esse il viaggiare un oggetto di tanta importanza che una gita di 80 miglia riguardavasi come affare grandissimo. Prova ne sia quell'aneddoto che quantunque abbastanza noto, mi piace qui di ripetere. Un conte Francese nel 1400 si partì dalle vicinanze di Parigi per andarsene in Borgogna, onde ottenere dall' Abate di Clugni alcuni Monaci per fondare un monastero nelle proprie terre. Vedendo che l'Abate avea difficoltà di accordarglieli, lo pregò di por mente al lungo e penoso viaggio da lui intrapreso per ottenere tal grazia. Ma l' Abate dopo un maturo esame disse, non bastargli l'animo di esporre i suoi monaci a tanti e sì gravi pericoli del viaggio, per poi domiciliarsi in un paese ad essi affatto ignoto. I Veneziani al contrario andavano da per tutto, facendo cambi utilissimi. Il viggiator Bruce trovò anche a giorni nostri a Lokeja nel Thama Arabico sopra di Moka i nomi di peso, rotolo, cantara, dramma, oncia, che vi aveano lasciato gli antichi Veneziani; nomi che anche a Massuak sul lido opposto Africano si ripetono tuttavia. Andavano i nostri in Oriente a prendere le spezierie, ed ogni sorta di zucchero, cose di cui i popoli inciviliti non ponno quasi far senza; e per tal modo resero a se stessi tributarie le altre nazioni, e si arricchirono sommamente.
Per un' anima
sensibile è cosa in vero assai affliggente, che, percorrendo la storia dello
spirito umano, abbiasi a vedere che l'uomo sì sublime nelle sue invenzioni, sì
grande nelle sue imprese, la finisca poi sempre coll'avvelenare que'beni che
sono il prodotto della sua intelligenza. La sete insaziabile delle ricchezze,
l'ambizione di dominare, l' odio, la rivalità, l' egoismo anneriscono con
dissensioni e con guerre i più luminosi monumenti della sua gloria. Dopo di aver
veduto degl' intraprendenti viaggiatori trasportare i prodotti di un popolo ad
un altro popolo, stringere un commercio tranquillo e leale, ed una
corrispondenza attiva fra le nazioni le più lontane, li vediamo poscia guardarsi
gli uni gli altri come nemici, ambire ciascuno di essere solo a formare il
legame del commercio fra le nazioni, armarsi per l'altrui distruzione, e per
rapirsi a vicenda i grossi carichi nel punto che attraversano i flutti. Ed ecco
ad un pacifico cambio di generi succedere la più sanguinosa pirateria. Già il
ferro non è più bastante alla loro rabbia, non abbastanza celeri sono le ferite;
il ferro distrugge troppo lentamente, troppo individualmente; conviene
sostituirvi il fuoco, la folgore, e già l'artiglieria è inventata. Essa rimbomba
su quell' elemento che prima non veniva percosso che da nembi furiosi. Gli
antichi scrittori ci parlano di certi sifoni che lanciavano sul nemico globi di
fumo e di fuoco. I Greci non altro opposero all'attività de' Saracini che queste
macchine dette appunto Fuoco Greco; ma essi ne custodivano
inviolabilmente il segreto, ed anzi dichiararono infame ed incapace di pubblici
impieghi chiunque lo avesse promulgato. Pure è incontrastabile che i nostri
isolani, mediante le loro relazioni co'Greci, giunsero a discoprirlo, e ch' essi
se ne servirono con prospero evento sino dal settimo secolo. Ma è vero insieme
che ne'tempi posteriori s'imparò meglio la scienza di moltiplicare le materie
che entrano nella composizione della polvere d' archibugio, ed a mescolarle in
modo da vibrarle con forza mortale; il che non fu che un grado maggiore di
perfezionamento. Ma i Veneziani già si valevano dell' artiglieria innanzi alla
pretesa epoca della guerra di Chioggia contro i Genovesi. E di vero in quella
occasione recarono seco tal numero di cannoni, e si mostrarono sì esperti nel
maneggiarli che ben si vide, come essi da gran tempo conoscevano interamente
questa macchina. Vadano dunque più guardinghi i Tedeschi nell'attribuire al loro
P. Schwartz l'invenzione della polvere d' archibugio; e d' altra parte gl'
Inglesi prima di produrre intorno a ciò le loro pretese, pesino un po' meglio le
oscure parole del loro Bacone. Giova piuttosto di sì grand' uomo studiar le
filosofiche dottrine che cercare nella sua autorità un appoggio sopra un fatto
di storia sì ambiguo.
Lungi però i nostri pensieri da sì funeste scoperte. Quanto più diletta il fermarsi sopra gl'innocenti lavori figli di un'industria utile a sè, non disutile agli altri! Conobbero ben presto i nostri isolani che una nazione non può dirsi commerciante se si limita a trafficare soltanto cogli altrui prodotti. Convivendo adunque fra gli artisti e negozianti di Costantinopoli, cioè di quella superba Città ch' era succeduta a Roma nello splendore, si invogliarono di trasportare alla patria le sue arti e i suoi lavori, sperando così di emulare Antiochia, Alessandria, Damasco, città che in grazia delle loro celebrate officine, essi vedevano non senza invidia essere cotanto floride ed opulenti. L' abitudine di scegliere e comperare tutte le cose di lusso per oggetto di guadagno, aveva di già addestrati i loro occhi a valutarne l'intrinseco pregio, e a riconoscerne tosto le formo più o meno eleganti, secondo l' uso del secolo. Inoltre il genio di imitazione, e la natural perspicacia rendevano ad essi non difficile il trasportare nelle opere proprie ciò che vedevano di più raro in quelle degli altri. Quindi è che non non si tardò ad introdurre in queste lagune un buon numero di fabbriche che facevano fra loro a gara di superarsi nella perfezione de' proprii lavori. E già sin dal 775 si videro comparire mercadanti Veneziani alla Fiera di Pavia, non solo con merci acquistate in Levante, ma con manifatture di stoffe lavorate nelle nostre isole. Oh quale orgogliosa compiacenza avran essi provato in vedere i Paladini, i Capitani di Carlomagno fastosi per la recente distruzione del regno de'Longobardi, pagar loro un tributo strappato dall'ammirazione! Accorrevano que'prodi in folla a comperar le stoffe, e le drapperie di seta con oro e argento, i panni tinti di viva porpora, i ciambellotti tessuti col morbido pelo delle capre Paflagonie, dette capre di Ancira o sia Angora, li tappeti di Damasco, li cuoj da noi dorati ad uso di fornimento da camera, e simili altri raffinati lavori. Carlo stesso, dice uno storico della sua vita, compiacevasi di portar il robone di stoffa Veneziana. Che più? Le piume di cui avevano spogliati mille uccelli diversi, formavano parte dell'industria di questi novelli artefici. L'arte di sceglierle, di disporle, e forse anco di colorirle valeva a farne degli ornamenti bellissimi, ed i Francesi le acquistavano a caro prezzo, particolarmente perchè i venditori, profittando della loro ignoranza in tutto ciò che non riguardava alle armi, le spacciavano quali piume della favolosa Fenice.
Queste arti per
così dire nascenti non fecero però negliger quelle ch' erano qui stabilite ab
antico, anzi concorsero a sempre più perfezionarle. L'arte de'Fabbri Ferraj
rimonta ad un'epoca assai rimota, mentre uno dei primi lavori, in cui si resero
celebri i nostri isolani, fu quello delle armi, da cui trassero immensi
guadagni, giovandosi destramente delle sciagure dell'infelice Italia lacerata
tutto dì da crudelissime guerre. Indi ne fecero grande smercio ne'paesi
Maomettani, ch'erano privi di ferro, tuttochè assai dediti alla guerra ed alla
marina. I Veneti fino dai primi loro secoli sapevano ben temprare tutti i
metalli, inciderli, intarsiarli, fonderli, amalgamarli, il che al certo esige
qualche non lieve cognizione di chimica. Di fatti essi non solamente furono dei
primi a coniar le monete, ma la purezza del loro oro ed argento le rese
riputatissime anche in tempi assai rimoti, ed in contrade assai da noi lontane.
Nicolò Conti che fu gran viaggiatore dopo Marco Polo, trovò i notri zecchim in
corso nell'Indie di qua del Gange, e sulla costa del Malabar. Quando Gama fu a
Calicut, vide accreditati e in uso i ducati Veneti; e gli zecchini furono e sono
tuttavia estremamente apprezzati in entrambe le Indie. Il Colonnello Cooper in
una sua memoria asserì, che dal Mediterraneo alla China altra moneta non
conoscono gli Asiatici. fuorchè il zecchino Veneziano.
Anche nell'Yemen, o Arabia felice, con somma stima si guarda. Que'Sceriffi parte
ne colano per farne picciole monete d' oro, e parte conservanli dentro vasi di
vetro per goderne il vago colore. Il signor Bruce che viaggiò colà, ci racconta
che quegli Arabi gli dimandavano, s'erano i soli Veneziani tra tutti gli Europei
che possedessero le miniere d' oro; ed aggiunge che molti di essi fermamente
credono che i Veneziani conoscano la pietra filosofale, o sia l'arcana scienza
della trasmutazione de' metalli. Sarebbe mai possibile che quegli Arabi avessero
alla fine persuaso di ciò questo viaggiator Francese, e ch' egli ritornato in
patria ne avesse persuaso i suoi stessi concittadini? I Veneziani non seppero
formar l'oro, ma seppero bensì formare grandi ricchezze, e fare lavori
ingegnosissimi in ogni sorta di metalli. Fra questi è celebre quello degli
organi. Certo prete Gregorio sin dall' 824 mise in pratica nelle nostre lagune
questo gratissimo strumento musicale,
e tanta fama si acquistò che venne egli stesso presentato all' imperator
Lodovico, il quale lo accolse con tutta cortesia, fermollo al suo servigio, e lo
regalò di una ricca Badia in Francia. Un tanto applauso non ha niente di strano
per chi conosce la somma industria ch' esige la costruzione di un organo, e il
diletto che trar si può da quella ce leste armonia. Bensì recar potrebbe molta
sorpresa il dono offerto nell'868 dal Doge Partecipazio all' imperator Basilio
il Macedone di dodici campane di bronzo. Veramente un tal dono sembra poco degno
di sì gran principe, trattandosi di cosa, che, siccome ad ognuno è noto, fu
comune anche agli antichi; avendo usato le campane tanto gli Egizj nel prestar
culto al loro Serapide, quanto i Greci, e la stessa Roma signora del mondo
ne'templi di Proserpina e di Cibele. Convien però dire, che ne' posteriori
secoli di rozzezza l'arte di fabbricarle fosse deteriorata, e che la veneziana
manifattura si segnalasse fra le altre, ovvero toccasse un punto di perfezione
affatto sconosciuto da prima, e meritevole di attirarsi le meraviglie
de'forestieri. Sia detto a lode del vero; benchè l'abuso che di questo
istromento si fa oggidì, lo renda ingrtissimo all' udito; qual mezzo però evvi
più di esso efficace, più pronto e men penoso del suono delle campane, o
vogliasi chiamare il popolo a recar in qualche parte soccorso, o si ami
invitarlo agli esercizj divoti, o bramisi di eccitarlo alla gioja nei giorni
festivi? Se il filosofo Pitagora si sentiva deliziato al picchiar di un martello
sopra l'incudine, da qual maggior estasi non sarebbe stato rapito, se avesse
conosciuto un simile istrumento, il quale mediante alcuni suoni rimbombanti ed
armonici fa nascere un sentimento solo in un istante stesso in mille cuori, e a
distanze grandissime?
Passiamo ora all'
arte vetraria, che ognuno sa qua, o esclusivamente appartenga alla nostra città.
Non si negherà, che una volta i Greci e gli Arabi la trattassero con sommo
successo, meritando le loro opere di essere presentate in dono agli stessi
monarchi. Ma da che l' Oriente decadde dal suo lustro, ed alla Greca coltura
sottentrò la barbarie, egli è certo, che altro miglior rifugio non trovò quest'
arte, quanto il tranquillo seno di queste acque. Poco propizia potea parere la
natura del sito, giacchè se Tiro abbondava di quella sabbia, che può sola dar la
trasparenza alla materia vitrea, Venezia al contrario n' era priva affatto. Ma a
che non giunge lo studio e l'ingegno? Fu per loro mezzo che si ottenne una
composizione di cenere, che nell' effetto eguagliò ed anche sorpassò quella di
Tiro. Le fornaci de' vetri erano qua e là sparse per la città. Sulla fine del
secolo XIII vennero con decreto provvidamente ristrette nell' isola suburbana di
Murano; e a tal Decreto è debitore quel luogo della celebrità del suo nome.
Non v' ha in fatti forastiero, che di qua parta senza avergli prima renduto il
debito omaggio, e senza avere ammirato l'infinito numero di lampane di
capricciosa e varia simmetria, le graziose girandole tagliate a faccette, che
disputano in pregio di lucidezza co' brillanti, e tanti fiori e frutti colorati,
così imitanti la varietà, che l' occhio ne potrebbe rimanere ingannato, se la
bocca ed il naso non ne cercassero in vano il sapore e l' olezzo. In Murano si
lavoravano pur anco le lenti, un giorno da per tutto sì ricercate, ed altresì
quegli specchi, la cui perfezione indusse le nazioni tutte a dimettere gli
specchi metallici per sostituirvi quelli di cristallo.
Le Conterie o Margherite formano una classe di lavoro a parte. Sono esse certe perle di vetro traforate, di ogni grandezza e d' ogni colore, le quali anche oggidì da qualche paziente e industre mano si adoperano, infi zandole con ingegnosa distribuzione de' colori, per rappresentare qualunque più difficile ed anche emblematico disegno, risultandone una specie di mosaico assai vago, che ben può venire offerto, come lo è sovente, per sicuro pegno di dolce amistà. Il modo di lavorar queste perle è di special nostro diritto; nè v' ha chi ignori con quanta gelosia vegliassero le leggi Venete perchè tal arte non uscisse fuori dello Stato, e quali pene sovrastassero agli operaj disobbedienti alle leggi. Bella sorgente in fatti di lucro fu questa merce per noi, empiendosene ogni anno parecchi vascelli, che lieti volavano ad abbellire le sale ed i Cioschi degli Orientali con variopinti fiocchi e frange di vetro, sicuri di riportarne in quello scambio le perle e i diamanti. Sino dai tempi molto lontani ebbero le conterie Veneziane gran credito tra gli Asiatici e gli Africani. Vasco di Gama le trovò diffuse in Calicut, ove facevano le veci di moneta; ed il signor Macartney racconta, che tuttora i Mandarini Cinesi e Tartari usano su i loro abiti bottoni di pasta Veneziana, e oranti di margherite Veneziane, come distintivi onorifici, e segni di alto grado. Nè v'è in ciò punto da meravigliarsi; poichè qual valore reale avevano le antiche corone di quercia, o quale ne hanno fra noi gli altri segni rappresentativi? e chi non sa, che il loro giusto valore consiste solo nella giusta loro ripartizione?
Anche dell' arte dell' Orificeria devesi parlare. Essa non è gran fatto diversa da quella di fonder metalli che pure abbiamo veduto fiorire in Venezia fin o dal nono secolo. Forse sarà scorso qualche altro secolo ancora, prima che si arrivasse a trattar l' oro e l'argento con isquisitezza di gusto; e per verità sino al 1123 non incontrasi nessun cenno ne' nostri archivj di cose attinenti a quest' arte. È tuttavia cosa osservabile che a quell'epoca si eseguisse uno de' più gentili tra sì fatti lavori, cioè le smaniglie d' oro. Per esse un nostro erudito intende la voce Entrecosei che si legge in un testamento. Ed in vero male non si appropria l'epiteto d' intrigose a quelle delicate catenelle d'oro fatte di minutissimi auellini che le donne Veneziane ebbero sempre particolar vaghezza di portare pendenti in più giri dal collo, e ravvolte intorno ai polsi. Era questo nei primi tempi il loro unico e signorile ornamento. Se non che quando videro ritornar dal Levante i loro mariti colle gemme e colle perle, s'invaghirono de' nuovi fregi. Il loro capriccio porse alimento ad un' arte novella. S'imparò a legare in oro e in argento le pietre preziose, ed a foggiarle in cento forme diverse, e per esse si credettero le patrizie che la bellezza de'loro volti acquistasse risalto maggiore. Acquistò bensì maggior distinzione il loro grado giacchè fregi venuti di lontane regioni, e a caro prezzo comprati, non potevano convenire che alle nobili e alle ricche. Fu allora, che l'uso delle smaniglie d' oro rimase soltanto per le donne del popolo. Esse continuarono sempre ad ornarsene, ed in particolare quelle della classe de' gondolieri. Una loro moglie o una loro figlia riputerebbesi infelice, se non potesse in giorno di festa presentarsi alla Chiesa o al diporto, ornata di molte fila di cordon d' oro. E ben hanno giusto motivo di questa lor vanità; poichè esso è il vero cordon d'onore, essendoselo procuralo col frutto del travaglio delle loro mani, col sudore della loro fronte, e colla loro frugale economia.
Queste furono le arti con cui Venezia tanto si arricchì; ma v'è ancor da osservarsi che per quanto grande sia la svegliatezza e l'attività d' una nazione, non mai le arti vi possono fare progressi sensibili, se l'intelligenza sovrana non le anima col suo spirito, non le sostiene colle sue leggi. Di tale soccorso non mancarono esse al certo in Venezia. La sapienza con cui qui si pervenne a regolare le diverse manifatture, e ad invigilare sopra gl'intraprenditori e gli operaj, fu sempre oggetto di ammirazione pei forestieri. Sino a tanto che si osservarono, ed ebbero forza queste discipline, le manifatture, non che il resto, si sostennero, e furono la gloria e la prosperità de' Veneziani.
Abbiamo veduto sin qui una popolazione di navigatori, di mercadanti, di artefici e di operaj. Non è però a credersi che a ciò soltanto limitassero la loro sollecitudine, e sdegnassero di associarvi quelle arti più nobili che sono la vera delizia dello spirito umano. La poesia, per esempio, quanto non prosperò tra le nostre lagune? Se altri non potessimo schierare che un Bembo, un Navagero, un Bernardo Capello, avremmo abbastanza di che insuperbire per questi nomi soltanto. Ma l'eloquenza doveva essere il partaggio di un popolo che più d' ogn'altro somigliava a quello di Atene e di Roma. Quattordici e più secoli di politica esistenza può numerare la nostra città, ed altrettanti appunto ne conta appo noi la gloria di quest' arte divina. Se v'ebbe chi presagì non ha guari alti destini all'Italia, perchè creata dalla natura alla poesia estemporanea, non oscuri dovrebbero essere i giorni d'una nazione capace di adeguare la magniloquenza de'Romani e de' Greci. Che che sia di ciò, in mezzo ad un popolo sensibilissimo alle grazie della poesia e della eloquenza, non è a stupire che con rapidità non comune si sviluppassero altresì le arti del disegno che non men di quelle, son figlie di fantasie fervide, pronte, creatrici. A coltivarle e a mantenerle in fiore a Venezia ci avea qualche parte anche l'interesse. Il soccorso della pittura, della scultura, dell'architettura non potea che giovare al perfezionamento di quelle arti meccaniche che aprivano sì ricca fonte di lucro al genio mercantile dei nostri padri. Che sarebbero in fatti le manifatture degli artisti, se il gusto del disegno non ne tracciasse le forme, e non le riducesse ai principj generali della bellezza? Ma intorno alle belle arti ci si offrirà miglior campo di parlare nella Festa susseguente. Esse rispetto alla Fiera dell' Ascensione che attualmente forma il nostro primario scopo, non potrebbero occupare che il secondo posto. E d'altronde la Scuola Veneziana che nella pittura ci diede un Tiziano, un Paolo Veronese, un Tintoretto; nell'architettura un Sansovino, un Palladio, uno Scamozzi, e nella scultura parccchi egregi scarpelli, tra quali l'ultimo che ci rinnovellò i prodigi di Fidia, di Policleto, di Prassitele, la Scuola, dico, Veneziana merita di avere un articolo ad essa sola consacrato.
Giunta l'industria de' nostri poco lungi dall'apice della perfezione, non istettero le altre nazioni ad aspettare che i Veneziani recassero le proprie manifatture ne'loro paesi, ma spedirono qua de'mercadanti a farne la compera. Ciascuna faceva a gara per acquistar ciò che in nessun altro luogo si sarebbe trovato. Venezia allora divenne l' emporio di tutte le genti. Anche prima del nono secolo usavasi tenere ogni settimana un mercato in Olivolo a cui però concorrevano solamente gli abitanti delle vicine spiagge; ed in Murano si facevano due Fiere all' anno per lo spaccio degli specchi, e dell' altra merce vetraria. Crebbe l'affluenza de'forestieri quando Papa Alessandro III concesse molte indulgenze a chi visitasse la Chiesa di San Marco, e quella della Carità negli otto giorni sussegnenti alla festa dell' Ascensione. Si videro allora venir persone divote da tutte le città d'Italia, non che d' oltremare. E benchè il primo oggetto fosse quello della pietà religiosa, pure giungendo in una città sì mercantile e sì ricca, coglievano quest'occasione per provvedersi di quanto può abbisognare al sostentamento e ai comodi della vita. Ed ecco nata nel Governo l' idea di stabili e una Fiera formale, in cui si sfoggiassero tutti i prodotti della nazione, ed i gran depositi delle straniere mercanzie. Fu nel 1180 ch'essa ebbe il suo principio, e sin d'allora si tenne nella Piazza di San Marco, cominciando dal giorno dell'Ascensione (donde trasse il corrotto di Sensa), e continuando per gli otto dì susseguenti che poi si estesero a quindici.
In un ampio
recinto si distribuivano infinite botteghe di legno, dove ponevansi in bella
mostra le produzioni migliori dell' Oriente a canto alle nostre che le
uguagliavano nell' eccellenza, nè temevano punto il confronto. Quivi trovava
ognuno di che soddisfare non meno al proprio bisogno che al diverso capriccio.
Qui spiegava l'arte vetraria i pregi del suo magico artificio; qui l' orificerìa
le sue vere ricchezze; qui i pannajuoli, i setajuoli facevano conoscere il loro
valore nella squisitezza de' panni, nella sontuosità de'broccati e delle stoffe
intessute di oro e d' argento. Nè le arti men nobili rimanevano escluse; e
calzolaj, e calderaj, e fabbri, e magnani, ed ottonaj, e fin anco i lavoratori
di panieri di vinchi, ed i fabbricatori di fantocci e di trastulli
fanciulleschi, acciocchè non v'avesse condizione o età che non vi ci trovasse di
che appagarsi. Tutto era in copia, tutto era scelto.
Non si può passare sotto silenzio l'antica usanza curiosa di esporre nel luogo
più cospicuo della Fiera una figura di cenci vestita da donna, la quale serviva
di modello per la moda di tutto l'anno. Le nostre belle accorrevano ansiosamente
ad ammirarla, felicissime se aveano i mezzi di poterla ricopiare. Esse erano
allora ben lontane dall'immaginare che verrebbe un tempo, in cui questa moda
incostante cangierebbesi quasi ogni giorno, e diverrebbe la principale
occupazione del sesso.
L'accoppiamento
di sì moltiplici, e sì varj oggetti in un medesimo luogo raccolti, eccitava
ognor più negli artefici una gara ardentissima di superarsi l' un l' altro, con
che venivasi a guadagnar molto per l' incremento delle arti. Oltre di che
l'immensa folla de' forestieri, attiratavi parte dall' interesse, parte dalla
curiosità, aggiungeva nuovi stimoli alla vanagloria della nazione che
raddoppiava gli sforzi per farsi ognor più rinomata.
Il recinto della Fiera, di cui facemmo cenno, non si deve confondere con quello
che il Senato ordinò e fece eseguire l'anno 1776. Benchè questo pure fosse di
legno, sorpassò di gran lunga l'altro per l'eleganza della costruzione, e pei
fregi architettonici di cui lo abbellì il valoroso Architetto Macaruzzi. Era
esso quadripartito, elittico di figura, e rigirato nell'interno da un largo
porticato, sotto cui si aprivano i fondachi delle merci più pregiate,
lasciandosi alle altre men nobili il far di sè mostra nel circuito esteriore.
Macchina veramente ammirabile anche per la somma facilità, con cui i varj pezzi
ond' era composta, potevansi connettere e sconnettere, tal che in cinque o sei
giorni essa nasceva dal suolo e in men di tre giorni spariva. A mal grado della
recente decadenza del nostro commercio, e più ancora delle manifatture, meritava
qualche attenzione anche lo spettacolo della moderna Sensa, giacchè se in
ricchezza e in rarità di lavori non poteva competere con quella de'tempi andati,
la vantaggiava per altro nello studio e nella pompa usata dai bottegaj, perchè
risaltasse maggiormente all' occhio de' risguardanti il pregio delle loro opere,
e delle loro merci. Chiunque anche fuor della Sensa s'abbattè a vedere
gli apparati della nostra Mercerìa all'occasione di qualche Festa o trionfo
solenne, può solo dire, qual sia il singolare artificio de'Veneziani nel
disporre con simmetria e buon gusto i generi esposti in vendita; anzi non so se
si potesse darne un' adeguata idea con parole. Sia desso un fondaco di tele o di
panni, sia una bottega di argentiere, sia pure una panca di frutti, tu vedi bene
immaginata la collocazione per riguardo alle forme, ben disposti con armonica
gradazione i colori, tutto prendere un'aria di decorazione e di prospettiva; qua
sorgere una piramide, là incurvarsi alquanti festoni, altrove distendersi un
quadro. Chi il crederebbe che tra noi, specialmente nel Venerdì Santo, fin le
botteghe di selvaggina usassero offerire di se un sì grazioso spettacolo?
Pretendesi con tali apparecchi di attribuire un carattere di distinzione alla
solennità; ma a dirla schietta, non sarebbe piuttosto che si volesse attirar
meglio la gola di chi passa verso qualche ghiotto boccone, dopo molti giorni di
mortificazione e di astinenza?
Al difetto delle mercanzie massiccie e delle manifatture squisite, si supplì ancora coll' esporre in mostra i parti migliori dell' ingegno nelle arti delicate del Disegno. Ed in fatti i nostri professori riguardavano la Fiera dell' Ascensione come il principio della loro gloria come il cammino che condur li doveva alla celebrità. Spendevano essi nel ritiro, nel silenzio, nel mistero le loro cure, le loro veglie per comparir poscia in que' giorni a ricevere il tributo di elogio e di ammirazione dovuto alle egregie loro produzioni. Fu appunto in questa Fiera che si potè conoscere a qual grado di superiorità giunger dovesse quell'illustre scarpello già mentovato, per cui finirono d' essere inimitabili le opere più rinomate degli antichi Greci scultori. Canova ancor giovinetto espose nella Fiera della Sensa il Gruppo di Dedalo ed Icaro che puossi tuttavia ammirare nel palazzo Pisani a S. Polo. L' artista ardì ancor egli innalzarsi sulle ali del genio fino all'apice della gloria; ma non ebbe già la sventurata sorte dell' imprudente giovane da lui scolpito. Canova si è alzato e si è sostenuto nel sublime suo seggio, e già la posterità lo ha proclamato primo fra gli scultori del nostro secolo. Ci perdonino quegli altri valenti artisti che in questa Fiera colsero un giorno corone, se dopo quel di Canova non rammentiamo i lor nomi. Oltre l'affezione singolare che a quest' insigne scultore ci legò, egli esigeva da noi un distinto tributo, siccome vero portento dell'arte, massime ove non si trattasse di ricopiare servilmente in marmo un volto vivente, ma fosse siato lassiato aperto il campo agli sfoghi del suo versatile genio. L'autore del Laocoonte non ci apparirebbe al certo così sublime, se non avessimo avuto di lui che una comandata effigie di qualche borioso monarca, invece di quell' ammirando gruppo, che desterà in tutti i secoli pietà, raccapriccio e terrore.
Non si durerà fatica a credere che un luogo in cui si raccoglievano tanti oggetti piacevoli a riguardarsi, divenisse il centro, anzi la reggia del divertimento e della gajezza. A questo concorreva da ogni parte il bel mondo, e in esso le giovani Veneziane sfoggiavano più che mai il potere e l' incanto de' loro vezzi. Passeggiavano la mattina nel loro abito nazionale, cioè ravvolte nel seducente lor zendaletto di seta nera che giustamente fu detto emulo della cintura di Venere. Con artificio stava appuntato sul capo, con malizia copriva e discopriva il volto, con eleganza si attortigliava alla vita, e quest' artificio, questa malizia, quest' eleganza davagli il potere veramente magico di abbellir le brutte, e di fare viemmaggiormente spiccar le attrattive delle belle. Esse la sera, mascherando la graziosa loro persona entro un nero mantello ed una cappa pur nera di finissimo merlo chiamata bauta, prendevano tutte una medesima forma. Pure quel piccolo cappello alla maschiele, di cui erano adorne, messo con una non so qual bizzarrìa, aggiungeva maggior espressione alla fisonomia, maggior vivacità agli occhi, e freschezza alle guance. Nella Sensa trovava ognuno un diletto a suo modo, ed anche il più severo Aristarco era costretto di rallegrarsi, osservando quel felice miscuglio della più antica e rispettabile nobiltà, coll' onorata cittadinanza e coll'altra moltitudine di ogni classe che si approfittava indistintamente di un passeggio abbagliante di giorno per l'apparato di tante ricchezze, e molto più la notte per lo splendore di tante faci.
Questa specie di
Festa, giacchè tale poteva chiamarsi la Fiera dell' Ascensione,
continuò in tutto il suo lustro, e col medesimo concorso de' forestieri sino al
1796. Ma l'anno appresso quando appunto lo steccato della Piazza doveva venir
rinnovato, la sedicente Democrazia nel suo furor distruttivo, coperto dal velo
della perfettibilità, fece man bassa sopra la Sensa, sul Bucintoro, sul
Corno Ducale, sul Libro d' oro, e su tutto ciò infine che risvegliar poteva la
memoria degli autichi patrj istituti; e parte di queste cose mise in pezzi,
parte ne incenerì con trasporti sfrenati di gioja, forzando, per così dire, i
miseri Veneziani che non potevano certo partecipare nè dei suoi eccessi, nè
delle sue idee, a ridere dentro ai fianchi del toro dì Falaride.
[p. v.1, 196]
Festa dei banchetti pubblici
Un pubblico Banchetto facendo parte della gran solennità del giorno dell' Ascensione, pare opportuno il parlar qui sì di questo come degli altri tutti, con cui la Repubblica costumò di rallegrare alcune sue Feste.
I nostri saggi antenati incessantemente intesi, com'erano, alla comune felicità, si compiacquero di ammettere tutti quegli utili usi che trovarono presso altri popoli. La storia avea loro mostrato che tutte le nazioni avevano instituito pubbliche mense, chiamate dai Greca Dilitie, cioè a dire, associa ioni di amici, ovvero Agapi, cioè bancheiti rallegrati dall'amore e dalla virtù. Venivano essi considerati come il miglior mezzo per la conservazione delle leggi, per l'unione da i cittadini, e per aggiunger energìa ai legami della loro mutua amicizia. I Veneziani risolvettero adunque d' introdurre anche fra loro un sì lodevole costume. Ma siccome avevano del pari osservato, che malgrado la santità, in cui anticamente tenevansi questi conviti, a segno di chiamarli coll' augusto nome di Sacramento che rinserra l' amicizia, non erasi però potuto impedire che i vizj più enormi, quali sono l'ambizione, l' intemperanza, la discordia non vi s' introducessero per profanarli, così da saggi Repubblicani vollero regolarne le forme, limitarne il numero, e la spesa; al qual fine diedero al Doge una prefissa somma, lasciando a lui la cura del resto. Cinque Banchetti all' anno si stabilirono, e questi ripartivansi nelle giornate fra noi più solenni, acciocchè venissero a far parte delle Feste civili e religiose che vi si celebravano. Questi giorni erano quello di San Marco, quello dell' Ascensione di San Vito, di San Girolamo, e di Santo Stefano.
Presso di noi non facevasi già come negli antichi conviti, dove ognuno indistintamente avea luogo, nè come nei banchetti regali, ove di raro la virtù, bensì la nascita, il rango o le ricchezze decidono della scelta. A Venezia non potevano parteciparne che gl'invitati dal Doge. Ognuno d'essi avea ricevuto in prima la pubblica sanzione, per essere stato eletto in qualche Magistratura, sia come principale, o come Secretario. Contavansi presso a poco ogni volta cento coperte. Le primarie cariche dello Stato, come i Consiglieri, i Capi del Consiglio de' Dieci, gli Avvogadori, i Presidenti de' Tribunali Giudiziarj vi erano sempre ammessi; le altre Magistrature avevano la loro volta. In ogni occasione desideravasi bensì di eccitar l' emulazione alla virtù, l' amor della patria, ma volevasi però evitare tutto ciò che suscitar potesse la gelosia, la rivalità; ed è per questo che un antico statuto o legge ordinava al Doge di regalare cinque anitre di mare a que' patrizj che non avessero potuto trovar luogo nei banchetti; e queste servir dovevano per la loro porzione del pranzo; esse furono poi cangiate in una moneta coniata espressamente per quest'occasione, e che per ciò trasse il nome di Osella; da una parte della quale vedevasi l' immagine di San Marco in atto di presentar lo stendardo al Doge, e dall' altra il nome del Doge regnante, e l' anno della sua Ducea. L' uno e l' altro di questi compensi ci fanno conoscere la frugalità patriarcale di questi conviti. E pure non è essa preferibile a quelle cene così sontuose dei Romani, delle quali una sola era bastante, come si dice, ad annientare affatto il patrimonio delle più opulenti patrizie famiglie? Nondimeno coll' andar del tempo si deviò anche in Venezia dalla prima semplicità, e vi s' introdusse tale magnificenza, quale però non disconvenivasi al capo d' una florida Repubblica.
Si cominciò dal destinare a quest'oggetto una superba Sala nel palazzo Ducale che portò il nome di Sala dei Banchetti. Questa nella sera preecedente al giorno della Festa, illuminavasi maguificamente per lasciar godere dello spettacolo, che presentavano quelle tavole tanto ben preparate, e quelle credenze coperte di molta argenteria d'una ricchezza e d' un lavoro ammirabile. Una porzione apparteneva al Doge, l' altra al Governo, e n' era la custodia affidata ad un apposito Magistrato che la faceva esporre ad ogni occasione di Banchetto. Li Desserts erano tutti di cristallo a colori: opera d' industria nazionale già sì famosa. Questi rappresentavano le imprese, le vittorie, i Veneti trofei. Cangiavansi di forma qualunque volta si offerivano al pubblico. Concorreva il popolo in questa Sala per ammirar lo splendore di tante ricchezze, e di tante opere di buon gusto; ed intanto ritraevane il frutto più atto alla sua felicità, poichè istruendosi, mediante questi quadri mobili, dei fasti della Repubblica, egli vieppiù si affezionava al Governo.
Le vivande erano le più squisite e le più ricercate. Noi però non avevamo bisoggno per questo di ricorrere ai paesi più loutani per procurarcele, chè i nostri mari, i nostri laghi, i nostri fiumi, le nostre terre, le nostre stesse lagune ci porgevano quanto mai sapevamo desiderare. Storioni di una grandezza sorprendente: trote eccellenti non ci lasciavano punto invidiare il famoso rombo di Domiziano; ed alle ostriche del nostro Arsenale, per superar la fama delle lucrine, mancò solo un poeta che le celebrasse. Le frutta primaticcie del nostro littorale, e delle nostre isole davano a conoscere la beata fecondità del loro suolo. Il vino era versato abbondantemente, il che vieppiù eccitava a portare i brindisi all' amicizia, alla comune felicità. Il maestro delle cerimonie del Doge era incaricato di porgerli da una all' altra mensa. Vedevasi da per tutto brillar la gioja universale, la quale assai più che dalla piacere della conversazione, e dalla reciproca effusione del cuore. Non v' ebbe mai bisogno qui di ricorrere a quella legge stabilita da Licurgo, la quale ordinava che si esponesse nella sala del convito il simulacro del Dio del Riso. La giovialità nobile e decente che regnava fra i nostri convitati, escludeva pur anche quell' altro uso greco che commetteva al più vecchio fra i convitati di avvertire gli altri a moderare il tuono della voce, sia nel parlare che nel ridere. La gioja che deriva veramente dal cuore, non è già un movimento convulsivo e disordinato che giunga fino al trasporto: gli uomini costantemente felici si abbandonano al piacere con una tranquillità, poichè la loro anima non ha bisogno di venire distratta da scosse atte a cancellare le anteriori impressioni.
Da lungo tempo era proibito rigorosamente ai patrizj, al Doge stesso il tenere comunicazione di sorte alcuna co' ministri delle corti forestiere, eccetto che nelle occasioni di pubbliche solennità. Quindi è che il Corpo Diplomatico coglieva allora l'opportunità di parlare col Doge, e compiacevasi di corteggiarlo. Gli Ambasciatori che avevano fatto il loro ingresso, sedevano fra i commensali; gli altri non potevano presentarsi che incognitamente all' uso Veneziano, cioè a dire, mascherati di mantello e Bauta. Gli individui della famiglia ne facevano gli onori: toccava ad essi l' accompagnarli; presentavano essi al Doge i Re ed i Principi che si trovavano in Venezia: vi furono degl'Imperatori che si compiacquero di assistere ai banchetti della Repubblica. Questi illustri personaggi si trovavano misti col popolo Veneto, al quale non veniva perciò tolto il diritto che aveva di essere spettatore di queste mense. Vi accorreva in folla, giulivo di poter contemplare dappresso Sua Serenità seduta sul seggio Ducale in mezzo ai suoi ospiti augusti. Non potevasi vedere senza una tenera commozione tutta questa moltitudine resa ardita dalla sua nobile fedeltà, avvicinarsi con sicura fiducia a quelle mense, offerendo al suo Principe, cioè, a' suoi Magistrati raccolti, i più canduli omaggi del cuore, senza mai sentire la menoma invidia, nè cagionarvi mai il più piccolo disordine. V' interveniva il bel sesso ancora, poichè nulla può farsi in Venezia di piacevole senza l'intervento delle donne. Venivano esse ad abbellire il convito colle loro attrattive, ed avvicinavansi quale all' uno, quale all' altro de' convitati, da nulla altro trattevi, fuorchè da quell' amabile simpatia che si sente, senza poterne nè meno render ragione a sè medesimo: esse non si mostravano punto restìe a ricevere gentilmente i piccoli doni di fiori, di frutta, e di confetture che lor venivano offerti. Il Doge stesso non credeva offesa la sua dignità alzandosi alquanto dal suo seggio per porgere qualche omaggio alla bellezza, e per dare alla radunanza tutta un pubblico testimonio della sua benevolenza. Se Platone credette giusto il rimproverar Minosse e Licurgo per non avere ammesso le donne nelle loro Filitie, egli avrebbe certamente approvato quest'affabilità del capo della Repubblica, siccome il mezzo più sicuio di altezionarsi i sudditi.
Ma perchè la folla empieva la Sala, ed i servi si trovavano impicciati nel prestare il loro ufficio, era pur uopo che il popolo si ritirasse dopo il primo servito. E come fare per riuscirvi? Ni iuo aveva la permissione d'intimar la partenza, nè certo veruna forza militare dovea intervenirvi. Fu preso dunque l' espediente, che, come si usa nei sacri templi, quando alcun fervido divoto rapito in estasi dimentica l'ora della partenza, un usciere del palazzo scuotesse un fascio di chiavi; al qual segnale ognuno senza più se ne andava.
Partiti gli spettatori, sottentravano i musici. Sempre fu l' armonia fida compagua dei festivi conviti. Credono alcuni, che vi fosse introdotta, perchè col suo incanto accrescesse quella giocondità, che provano gli animi nel confondersi liberamente insieme, il che sempre accade tra il fumar delle tazze e delle vivande; ma chi sa che il costume non fosse anzi diretto ad un oggetto tutto contrario? Egli è certo, che il misurato suono delle note musicali può giovare ad infrenar gli smoderati trasporti del giubilo, ed assoggettarli ad una non so quale armonica legge, ed a ritenerli tra i confini dell' ordine e del decoro. Procuravasi sempre, che in queste nostre musiche entrassevi qualche cosa di particolare. Troviamo memoria, che a' tempi del Doge Agostin Barbarigo, Cassandra Fedeli, giovane Veneziana illustre non men per bellezza che per sapere, dilettò una volta l' augusta brigata col cantare all' improvviso bei versi latini, accompagnandoli col suono della sua lira. In tempi posteriori le pubbliche mense venivano rallegrate dalla recita di Drammi per musica, quando questi non si avevano ancora aperta la via del teatro. Ma divenuti in appresso spettacolo troppo comune, furono congedati dai banchetti, ed in lor vece si costumò sino agli ultimi tempi l' introdurre nella sala un coro di musici della Cappella Ducale di San Marco, i quali con variati concerti di suono e di canto porgessero diletto all'orecchio de' nobili commensali.
Terminato il banchetto, venivano gli scudieri del Doge a presentare ad ogni convitato un gran paniere di dolci, ornato dello stemma del Principe regnante. Tutti poscia alzavansi dal loro seggio, e andavano ad accompagnare al suo appartamento il Doge, il quale giuntone alia soglia, si volgeva per salutar gentilmente i suoi ospiti, che gli facevano riverenza senza aggiunger parola, e se ne andavano.
Duranti tali
complimenti, ogni gondoliere de' convitati entrava nella sala dei banchetti per
prendere il paniere del suo padrone, che ne faceva poscia un presente alla dama
del cuore. Quanta curiosità di sapere dove sarebbe portato! Ma questo era spesso
un mistero, ed il fedel gondoliere mostravasene ignaro, e custodiva gelosamente
il segreto.
Il cuor delle belle palpitava; mentre la gondola il maggior canale e i minori
fendeva. Il paniere poi era troppo grande per venire occultato; ed esposto
essendo agli occhi di tutti, non lo si perdea mai di vista. Felici quelle che
potevano ottenere questo pegno di una predilezione, che accarezzava il loro
cuore, ed insieme lusingava il loro onesto amor proprio! La sciagura maggiore
che accadere potesse, quella si era di vederlo diviso.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
INDICE DELLE FESTE CONTENUTE NEL VOLUME SECONDO
--Festa di Santa Maria della Carità
--Della Domenica delle Palme
--Di San Stefano, ossia Visita del Doge a San Giorgio Maggiore
--Del Giovedì Grasso
--Del primo di Maggio, o sia Visita del Doge al Monastero delle Vergini
--Di Sant'Isidoro, al ritorno in Venezia del Doge Domenico Michiel
--Per la Presa di Costantinopoli
--Per la Ricuperazione di Candia
--Del giorno di San Giovanni Batista Decollato
--Della Domenica dopo il giorno dell' Ascensione
--Per una vittoria sopra i Padovani
--Di Santa Marta
Festa di Santa Maria DELLA CARITA'
La chiesa di Santa Maria della Carità, una delle più antiche nelle nostre lagune, fu da prima costrutta di legno, e tale si conservò sino al 1119, quando Marco Giuliani animato da una particolar divozione per la Vergine, ne gettò a proprie spese le prime fondamenta di pietra. L' edificio fu poscia magnificamente compiuto per la liberalità de' fedeli, i quali vi aggiunsero la fabbrica per la confraternita, non che il monastero, in cui colla permissione del pontefice Innocenzo II, presero stanza i canouici regolari. In questo stesso monastero si rifuggì papa Alessandro, allorchè dovette cercar un asilo tra noi contro le persecuzioni dell' imperator Barbarossa. Ottenuta ch' egli ebbe la pace, consacrò la chiesa di Santa Maria, accordandole le medesime indulgenze, che concesse aveva a quella di San Marco, ed il governo stabilì con decreto, che il 3 aprile fosse il giorno della festa solenne destinato per acquistarle. Nell' anno 1177 ebbe principio la divota usanza, e il Doge col suo augusto corteggio diede un luminoso esempio di religione al rimanente del popolo. Forse congiunto all'oggetto della pietà quello pur v' ebbe di fasto nazionale, volendosi con tal annua visita, non men che colla Festa dell' Ascensione, tener viva la memoria d'una mediazione, ch'ebbe riuscita molto felice, e che aggiunse onore al Veneto nome. Gli abitanti della città, quelli delle vicine provincie, ed anche non pochi de' luoghi lontani accorrevano in folla alla partecipazione di questi spirituali favori, e con ciò si accrebbe lo spettacolo di questa Festa, ch'ebbe luogo sino all' anno 1796.
In quest' occasione, particolarmente col progredire degli anni, venne il popolo a contemplare e ad ammirare i tanti monumenti del genio riuniti nel recinto della Carità. E architetti in fatti, e scultori, e pittori eransi presi una singolar cura in abbellirlo. Pare propriamente che il suo destino lo riserbasse in ogni tempo alla celebrità, malgrado ai danui apportati di quando in quando a que' capi d' opera. Egli è certo che le pitture di Tiziano oggidì non hanno più la loro primitiva originalità; che il famoso chiostro di Palladio perdette in parte la sua natural eleganza, e che i mausolei dei due Dogi Barbarigo, e dell' altro Doge da Ponte sparirono. Ma a perdite così irreparabili successero in quello stesso luogo nuovi oggetti gratissimi, che ci colpiscono vivamente lo sguardo. Colà nell'anno 1807 venne stabilita l' Accademia delle belle arti. Fu ben saggio avviso lo scegliere per loro sede una fabbrica resa splendida dal valore dell' immortale Palladio, e rispettata insino dal fuoco, allorchè con sue fiamme divoratrici consunse le altre parti di quel convento. Il primario oggetto di questa scelta non fu già quello di procurare un più magnifico albergo all' Accademia, ma veramente quello di ricoverare in tale edificio que' monumenti non meno illustri pel lavoro, che per la memoria dei gran personaggi, a cui erano stati eretti, in caso che venissero rimossi dalle antiche loro sedi. Felici pur noi se fo se stato in tutto eseguito un sì provvido pensiero. Per conforto nostro vi si trova però, come dissi, una preziosa unione di cose, che onorano altamente la splendidezza, il buon gusto, e l'ingegno de' Veneziani. Ma prima d' internarci ad esaminarle, gettiamo uno sguardo, giusta la promessa nostra, sulle belle arti in generale, e sulla loro antica esistenza presso di noi.
I Veneziani, o poco gelosi della loro gloria in fatto di belle arti, perchè occupati abbastanza in sostenere quella del loro impero e delle armi loro, o poco fortunati ne' loro scrittori in paragone de' Toscani e de' Bolognesi, si lasciarono con indifferenza rapire dagli altri il vantaggio dell' anzianità nell' averle accolte, anzi direi quasi rigenerate. Pure egli è certo che appena si potè da noi godere un po' di ozio, vedemmo nascere fra noi le cose di ornamento, e tutto ciò che appartiene alle arti belle. I preziosi avanzi de' monumenti Greci furono i nostri modelli. Fino dai primi secoli dell'era volgare i Veneziani andavano colle loro navi nel Levante e a Costantinopoli, sede allora delle belle arti. Eranvi colà le più celebri statue prese dai varj luoghi della Grecia, dall' Asia minore, dal tempio di Diana in Efeso, da Atene, da Elide e da Roma. Queste egregie opere vennero poscia frammiste alle ruine di quella città nel 1204. Anche nel resto eravi un gusto elegante nel disegno formato sull'antico, cosicchè possiamo veramente dire, che di là traemmo la regola per ben determinare il bello, per sostenere l'unità e la verità ne' lavori, e che furono insomma gli artisti Greci le nostre scorte non meno per bene eseguire, che per ben giudicare. Liberi come essi, non dovendo nè adulare i re, nè umiliarci dinanzi ai tiranni, gli artisti Veneti lasciarono sciolte le briglie al loro genio inventore. L' architettura ci diede il mezzo di rendere un tributo di riconoscenza all' Essere Supremo, di contribuire all' abbellimento della città, e di accrescere i comodi di tutta la popolazione. La scoltura servì a ricompensare onorevolmente i nostri prodi cittadini; la pittura a perpetuar la memoria delle nostre gloriose azioni.
Un tal uso dunque delle arti belle non solo contribuì al loro perfezionamento, ma vantaggi di gran lunga maggiori procurò alla Repubblica, utili alla patria, e a promuovere quelle virtù, che ne formano il più sicuro e solido fondamento. I monumenti innalzati ai cittadini più benemeriti erano per essi altrettanti tempj consacrati alla gloria. Frequentissimi furono sì in pittura, che in iscultura o in architettura quegli eretti dalla pubblica autorità. Ognuno ben sente quanta emulazione destar dovea questa usanza sì ne' cittadini, che alla virtù si esercitavano, come negli artisti, i quali dividevano in certo modo con essi l' onore del monumento. Oltre a ciò da tali cospicue memorie poteva chiunque apprendere quasi senza fatica la storia patria, e quella de' suoi celebri antenati. I sepolcri stessi considerati come un civico premio, volevasi che fossero grandi e magnifici. Il primo lavoro in marmo di questo genere fu quello del Doge Vital Falier posto l' anno 1096 nel vestibolo della chiesa di San Marco. Dirimpetto ad esso avvi quello dell' illustre matrona Felice Michiel, che per la sua singolare pietà meritò tanto onore. Queste, per vero dire, non sono opere di gran pregio in quanto al lavoro, pure esigono venerazione per la rimota loro epoca, e per essere quasi il primo gradino, dal quale i nostri scultori ascesero fino a toccar l'apice dell'eccellenza. V' ha chi pretende, che ancor prima di quell'epoca, alcune statue di marmo fossero scolpite da' nostri, parte delle quali erano collocate nell' antico tempio di San Teodoro, e che furono poscia rimesse nella chiesa esistente di San Marco. Nè v'è in ciò da maravigliare, poichè è ben noto il gran guadagno che sino negli antichi tempi ci veniva da nostri fini intagli, in qualunque materia essi fossero. Fummo sì abili in questo genere di lavoro, che il Doge Orseolo nell' anno 998 spedì ad Ottone imperatore di Costantinopoli una sedia di avorio col suo sgabello lavorata in Venezia con tal maestria da poter essere presentata senza rossore a sì gran principe, e da meritarsi un pieno aggradimento.
Ben più sorprendenti furono i nostri progressi nell'architettura. Fin dall' anno 829, per non parlare di parecchie chiese ch' erano già erette a quel tempo, furono poste le prime fondamenta della grande basilica di San Marco, di quel tempio sì rinomato; e nell' anno 888 quelle della maestosa torre, che gli sta presso. Quante cognizioni non occorrevano per piantare sull'onde le basi di moli sì immense? Il Ducal palagio fu pure cominciato nel 976; infine passando di prodigio in prodigio scorgemmo formarsi nel nostro seno varj celebri architetti, fra i quali quel Palladio superiore a tutti gli elogi.
Quanto poi alla pittura facemmo sì gran progressi, ch' essa divenne oggetto delle ricerche degli stranieri, come diverse cronache il provano. Nè si dee lasciar di osservare, che le nostre antiche pitture hanno un carattere affatto diverso da quello che scorgiamo in Cimabue, in Giotto e nelle primitive figure dell' arte; ciò che dimostra l' anzianità del dipingere tra noi. Le stesse pitture del nostro Tiziano comprovano una certa originalità nativa, e lo fanno conoscere come maestro insigne.
Potrebbesi forse assegnare per cagion principale di sì rapidi avanzamenti l'antichissima instituzione di una coufraternita delle belle arti, e il disinteresse e la nobiltà con cui queste arti si esercitavano. Non potea por mano ad esse chi non era aggregato a questo corpo, nè a tal corpo veniva ammesso chi non avea dato buon saggion de' precedenti suoi studj. Da esso inoltre escludevansi coloro, che attendevano ai men fini lavori, come alla pittura degli stemmi, de' cuoj e di cose simili. Gli statuti di questo corpo meritano di essere conosciuti, come pure i regolamenti posteriori, che portano la data del 1345. Essi segnatamente provano l' anzianità di quest' adunanza sopra tutte quelle che furono stabilite in Italia, ed anche sopra quella di Parigi. Il suo spirito conservossi sempre lo stesso fino a che le circostanze avverse sopravvenute nel quindicesimo secolo per cagion di guerre, ed ancor più della peste, rapirono la maggior parte di quegl' individui, ai quali affidata n' era la direzione. Allora fu che vi s'introdussero giovinastri inesperti ed indotti, i quali prendendo a reggere quel corpo, lo fecero precipitare intieramente, e diedero il crollo alle arti medesime. Il secolo decimosesto recò un periodo di tranquillità, il che rianimò lo spirito della società, creò de' genj novelli, e fece nascere dei capi d' opera. A quest' epoca segnatamente i socj presero il nome di Accademici, ed il corpo quello di Accademia. Nuove leggi allora assai provvide si fecero, e sopra tutto si crearono alcuni professori, che insegnassero quelle scienze, le quali hanno un intimo legame colle belle arti. Si profusero eziandio distinzioni ed onori ai professori delle arti medesime. A tale oggetto appunto il Senato emanò due decreti, col primo de' quali dichiarò nobili i professori di quest' Accademia o Collegio, cioè concedette, che le loro figliuole o sorelle potessero apparentarsi con persone patrizie, senza che una tale cognazione recasse onta alla nobiltà delle famiglie, in cui fossero entrate. Nel secondo si dichiarò, che tali artisti onoravano altamente la nazione, e procuravano un vero bene allo Stato. Alle quali distinzioni conviene anche aggiungere, che un numero considerabile d'illustri soggetti, non solo di Venezia ma di stranieri paesi, si gloriarono di venire inscritti fra i membri di quest' Accademia, come poscia il furono altresì le accademie stesse di Parma e di Roma, che tutte desiderarono di dare una simile testimonianza di onore a quella di Venezia.
Essa cangiò più volte di luogo, ma per verità non n' ebbe mai uno più esteso e magnifico del presente. L'antica chiesa della Carità scompartita nella sua altezza da un tramezzo, porge ora nel piano superiore nobile stanza ai modelli di gesso. Nel pian terreno ha le molte camere inservienti alle scuole di architettura, di scultura, di disegno, di ornato. Il monastero è convertito in più appartamenti; v' è scuola dell' incisione, del disegno nudo, della pittura. Evvi comodo albergo per li professori forestieri, pel segretario, per l'economo, per gl' inferiori ministri, ed altresì sale per la libreria, per la pinacoteca, e per le private adunanze del corpo, che suole ivi unirsi una volta al mese per trattare degli oggetti accademici. Finalmente il bell' edificio contiguo, in cui altre volte raccoglievasi la confraternità della Carità, riesce ora opportunissimo, mercè della vasta sua sala, per l' esposizione delle opere, e per l' annua distribuzione de' premj.
Visitiamo alcune di queste sale. Ecco la scuola del disegno del nudo. Quelle quattro colonne di marmo d'ordine corintio, che sostengono il soffitto, formavano parte del celebre mausoleo eretto dallo Scamozzi in onore del Doge da Ponte già collocato nella soppressa chiesa. Elegante è la distribuzione delle panche per li scolari in forma di anfiteatro. Ingegnosissimo il meccanismo della gran lampada, che mediante la facilità de' suoi movimenti, getta sul modello or più or meno vivi i suoi raggi, e produce moltiplici variazioni d' ombre e di luce.
Ascendasi alla biblioteca. Qui sta una rara serie di volumi tutti attinenti alle belle arti. Parte fu tratta dalla famosa libreria del monastero di San Michele di Murano, e parte da quella del Convento de' Domenicani Osservanti; libreria illustre e rinomatissima, dono altre volte fatto a que' Padri dal gran letterato Apostolo Zeno.
Appresso s'incontra la pinacoteca. Poichè dovevano andar rimosse dalle prime loro sedi taute cospicue pitture, non potevasi concepire miglior idea di quella, in uno stesso luogo collocandole nel debito lume, e formando di tutte quasi una sola famiglia. L'occhio tanto si perde nel rimirarle, che non lascia campo di affliggerci per quelle che ci mancano.
Passiamo da questa alla sala de' gessi, e benediciamo la memoria di quel nostro Filippo Farsetti, che con animo da principe e con intelligenza da professore, riuscì nella difficilissima impresa di far ricavare le forme di tutte le statue greche di maggior merito, che quai tesori si conservavano nei musei di Firenze e di Roma. Giunte in patria le forme, ei ne fece gettar i gessi, e per molti anni il suo privato palagio ricettò quest'insigni prodigj dei greci scarpelli, venendo perciò frequentato non men dagli amatori del bello, che dalla studiosa gioventù. Se non che mancato a vivi il mecenate, stava per andar a male la preziosa raccolta; quando la munificenza sovrana rimosse ogni pericolo, facendone la compera, e trasportando in questo sacrario di Pallade un sì cospicuo popolo di statue. La maggior ampiezza del nuovo albergo, l' accorgimento avuto nel disporle in favorevol lume, tutto adesso concorre a destar la sorpresa e l'incanto. Non è sempre vero, che il tempo sia un fatal distruggitore delle belle opere; egli è talvolta per esse un liberal donatore. Suo dono in fatti è la fosca tinta di cui vanno aspersi questi gessi, e che imita sì bene il color del marmo antico da produrre un piacevole inganno. I pochi che tuttora biancheggiano, ci avvisano delle nostre glorie recenti. Son essi quelli, che il Canova trasse dalle ammirate sue opere, e che quel tenero figlio attaccato alla sua patria, tratto tratto ci mandava da Roma, ove i suoi lavori e le sue abitudini il tenevano legato. Tempo verrà che perdendo anch'essi il loro colore nativo, svanirà l' unico indizio che ci restava per distinguerli dai lavori di Fidia, di Prassitele e di Policleto.
Alla rinata accademia delle belle arti null' altro mancava,
che un genio intelligente ed attivo il quale prendendola in cura ne dirigesse le
funzioni, ne allontanasse gli abusi, e ne accrescesse i fregi e l' onore. Questo
genio lo vedemmo con piacere nel presidente conte Cicognara, che secondato dal
suo degno segretario, e nostro ottimo concittadino Antonio Diedo, nulla lasciò
intentato, onde contribuire ai di lei progressi.
Non vi sia chi mi accusi, che col diffondermi in tali narrazioni, siami un po'
troppo allontanata dal primario mio assunto delle Feste Veneziane. Parmi di
esservi ancora, parlando di quella che celebrasi al presente ogni anno nel mese
di agosto nel medesimo ricinto della Carità cogli sforzi che fanno tutti gli
artisti, onde abbellirla colle loro opere. Questa è la festa del genio, del buon
gusto, dell'amore del bello. Il pubblico vi accorre in folla con entusiasmo;
prova mille sentimenti diversi e tutti nobili alla vista degli oggetti dell'
arte, che i professori e i loro degni allievi espongono in quel giorno. Esso
attende con impazienza e con vivo interesse di sentire il giudizio che deve
essere pronunziato, e di mirare tante giovani fronti inghirlandate d' alloro.
Quale solenne festa per Venezia! quale carriera è aperta dinanzi a voi, giovani
artisti! Gli elogi de' vostri maestri, gli applausi de'vostri concittadini, le
lagrime de' vostri genitori, che stampano vivi baci sulle corone vostre, tutto
deve accendervi e stimolarvi ad accrescere i vostri sforzi, per restituire alla
Scuola Veneziana il celebre nome già posseduto, e per estenderlo ancora più
oltre; giacchè oggidì tutte le arti si trovano in un sol corpo raccolte.
Animatevi a gara, o Veneziani, o voi degni figli della patria, anelate tutti
alla gloria.
Festa della Domenica DELLE PALME
La Festa delle Palme venne instituita dal Pontefice Giovanni VIII l'anno 877. Essa si solennizza in tutto il mondo cristiano in memoria dell'ingresso del Nazareno nella città di Gerusalemme, allorquando i Giudei gli andarono incontro con rami di palme e di ulivo, che poi vennero spargendo sotto i suoi passi. I Veneziani nel celebrarla tennero uno stile loro proprio, che a narrarne la storia, parrà a prima vista troppo lieve, anzi puerile; ma qualunque ella siasi, spero che i miei lettori la troveranno in appresso interessante, siccome quella che dipinge in modo assai nuovo l' indole gentile e generosa, che in tutti i tempi distinse il popolo di Venezia.
La mattina del giorno delle Palme un canonico di S. Marco, detto il Cassiere dell' anno, collocava sull' altar maggiore alcuni panieri di palme artificiali da essere presentate al Doge, ed ai Magistrati, che dovevano intervenire alla funzione. Ve ne avea pe' canonici, pe' chierici, pe' musici e per gli uscieri del Doge, di men belle però, ma tuttavia lavorate con molto buon gusto. La palma del Doge, fatta a piramide triangolare, distinguevasi sopra tutte per ricchezza e per eleganza. Il manico ch'era tutto dorato, portava lo stemma del Doge maestrevolmente dipinto; le foglie erano tutte d'oro, d'argento e di seta, accomodate con somma industria ed intrecciate con grazia. Questo finissimo lavoro usciva dalle mani delle Suore di Sant' Andrea, che non ci erano l' eguali per opere così fatte. Esse altresì formavano la palma del Primicerio, inferiore a quella del Doge, ma non per tanto men bella.
Benedicevansi le palme, indi si distribuivano fra ciascuno degli assistenti. Veniva poscia la messa solenne accompagnata da un' eccellente musica, dopo la quale il Clero faceva una processione intorno alla Chiesa, venendo seguito dal Doge, da' Magistrati e dal popolo portante in mano un ramo di ulivo. Giunta la comitiva dirimpetto alla porta maggiore faceva alto, ed i cantori intuonavano l'Inno: Gloria, laus et honor. Intanto che il coro cantava, alcuni sagrestani saliti sulla loggia esterna della facciata, davano al volo alcuni uccelli di varie specie, e segnatamente molte coppie di Piccioni, che portavano certi cartocci legati alle unghie, affinchè non potessero volar alto, e fossero costretti a calar presto a terra, il che porgeva comodo al popolo ragunato in piazza, di prenderli e di serbarseli per delizioso cibo il giorno di Pasqua.
Tre volte ripetevasi questa cerimonia durante la processione, dopo di che il Doge ed il suo seguito si ritiravano. Molti, non v'ha dubbio, recavansi in piazza per godere col popolo di questa piacevole caccia, che non finiva sì presto, attesi gli sforzi che gli uccelli facevano per isfuggire dalle mani di chi li perseguitava, e dai gridi d' una moltitudine ebbra di gioja, la quale nell'atto che bramava ghermirseli, applaudiva tuttavia al buon destino di que' volatili, qualora ad essi riusciva di non essere acciuffati. Gli applausi che alternativamente facevansi or a questi uccelli, che procacciavansi per sempre la libertà, or a quelli, che piombavano a terra per divenir vittima degli Dei Penati, porgevano un'idea dello spirito versatile degli uomini, agitati a vicenda da contrarie passioni, allorchè sono uniti in corpo, e tolti a quello stato d'isolamento, che può sottoporli ai serii calcoli della ragione e della giustizia.
Ma la natura provvide gli uccelli di un mezzo di difesa assai valido, contro il quale nulla può l' uomo, s'egli non prende in prestito dalla meccanica e dalla chimica una forza superiore. Senza tale soccorso il suo orgoglio dominatore resterebbe umiliato a petto dell'agilità di queste mansuete creature, che con un volo rapido come lo sguardo, si slauciano a distanze impercettibili, e lasciano il sovrano del mondo vergognoso della sua pesantezza, e della sua debile pupilla, che le perde di vista, allorchè si accostano al sole, in cui egli non può fissar l' occhio. Avveniva dunque che ciascun anno alcune coppie di questi timidi colombi, spaventati dal tumulto e dalle grida, ma però abbastanza accorti per non ispendere a vuoto i loro sforzi, si sollevavano per l' aria cercando qua e là un asilo. E dove potevano essi trovarne uno più sicuro e più felice, quanto in un luogo di pace consacrato a Colui, che tanto s'era compiaciuto in crearli? Nel tetto adunque della famosa chiesa di S. Marco i piccioni si ricovravano. Alcuni eziandio ebbero rifugio sotto a' piombi del coperto Ducale, quasi avessero voluto co' loro teneri lamenti ricreare e distrarre gl' infelici abitatori di quelle carceri. Questi pennuti coloni formarono una Repubblica, la cui base fu una libertà senza discordie, una comunità senza invasioni, e condita di tutte le delizie dell' amore. Da quel momento in poi essi si tennero quasi posti in salvo da ogni persecuzione, e scordati tosto di quella che avevano sofferto, furono visti frammischiarsi con fidanza in mezzo a quel popolo, che poco prima era stato loro nemico.
Compiacendosi i Veneziani di quest' amabile confidenza, si
fecero un sacro dovere di non turbare mai più la tranquillità di que'
Repubblicani; anzi spinsero a tale questo sentimento affettuoso, che vollero
rispettar in essi la specie tutta, e si contentarono che il dì delle Palme
venissero dati in balìa altri uccelli, tranne i colombi. Ecco in generale il
carattere del popolo: un sentimento di dolcezza e di bontà lo attrae
spontaneamente a favorire e a sostenere chi è debole; e se talvolta è crudele,
ciò nasce per un impulso straniero. Fu mai esso che trascorse coll'arma alla
mano le campagne e le
foreste, per dar la caccia ai pacifici abitanti, gareggiando in furore colle
fiere carnivore?
Anche il Governo volle concorrere col popolo per il buon essere di questi ospiti, ed ordinò che fossero loro apprestate alcune comode e ben disposte cellette, che sussistono tuttavia in que' siti ch'essi mostravano di preferire; ed inoltre volle che un Delegato dell'amministrazione de' pubblici granai facesse disperdere ogni mattina in sulla terza una certa quantità di grano per la piazza maggiore, e per l' altra dinanzi al palazzo Ducale. Bella lezione di morale che ci davano i Magistrati! Il costume di somministrare il vitto a tutti i discendenti di que' primi fuggiaschi, che non abbandonarono mai più il nido avito, stette sempre in vigore. Ma nel 1796 i semplici abitatori del tetto di S. Marco si videro in procinto di perire in que' momenti di anarchia e di confusione a Venezia tutta fatali, giacchè cessarono allora le leggi favorevoli a que' pensionarj dello Stato. Essi però furono fortunati, trovando fra i cittadini alcuni cuori sensibili e benefici, che si presero cura di porger loro ogni giorno qualche alimento. Non fu al certo per vanagloria, e ancor meno per interesse, che questi nuovi benefattori si assumessero cotal debito. È cosa in vero commovente il vedere ogni giorno questi pacifici uccelli fastosi in certa guisa di destar nell'uomo quel tenero senso di umanità che li sostiene, aggrupparsi in istormo in mezzo alla piazza, e conoscere e seguire la mano amica, che loro somministra l'ordinario cibo. Essi ragunansi ai piedi de' lor benevoli provveditori, vanno beccando con sicurezza l'offerto grano, accettano da' fanciulli, le cui malizie non temono, i bricciolini delle loro merende; passeggiano baldanzosi fra mezzo a noi, e se cedono il passo, il fanno in certa guisa per rispetto, non per timore.
Oh quanto dolci e insieme tristi pensieri non risveglia
questa scena nell'anima d'un Veneziano buon patriota!
Per iscansare gli orrori della guerra e la barbarie dei conquistatori gli avoli
nostri si cacciarono in queste lagune a trovarvi un sicuro ricovero: e per
isfuggire del pari crudeli persecuzioni e morte, i padri di questi felici
colombi si ripararono, ora sono molti secoli, dentro i tetti di fabbriche
consacrate alla pietà e alla giustizia. Essi fondaronvi una popolazione, la cui
libertà venne fin ora rispettata, e si conserverà lungo tempo, siccome io spero.
Servirà essa quasi per immagine di quella che noi ereditammo dai nostri
antenati, in tempi, ahimè! da questi troppo diversi. Se le insegne della
Repubblica di Venezia rimasero estinte, voi, o amabili colombi, ne sarete i
ravvivatori sotto una forma ancor più acconcia a risvegliare l' immagine de'
primi fondatori di Venezia, che non era lo stemma del leone alato, opportuno
soltanto a rimembrare la sua forza e la sua generosità, allorch' essa fu giunta
all' apice della potenza.
Festa di Santo Stefano ossia VISITA DEL DOGE A SAN GIORGIO MAGGIORE
Qualunque storia, che risalga a tempi assai rimoti, oltre al mancare di solidi documenti su cui appoggiarsi, viene talmente deformata dalle narrazioni popolari, che in essa mal puossi riconoscere la sincerità de' fatti. Simile inciampo presentasi a chi tenta decifrare l' origine della visita, che il Doge di Venezia faceva il giorno di Santo Stefano alla chiesa di S. Giorgio Maggiore. Ma lasciando a parte le opinioni volgari che non saprebbero meritare veruna credenza, potremo fissare l' epoca dell'instituzione di questa Fest all' anno 1009. Allora si fu che venne trasportato a Venezia da Costantinopoli il corpo di Santo Stefano, che fu subito deposto sull'altar maggiore nella chiesa di S. Giorgio. Il popolo tutto contento del prezioso acquisto, corse in folla ad invitare il Doge Ottone Orseolo a portarsi a quel tempio, e lo pregò inoltre ad obbligarsi per se e successori suoi di fare ogni anno una simile visita il giorno della festa del Santo. La grazia venne accordata di buon animo; poichè il singolare bene di possedere il corpo del primo martire della fede, poteva con ragione animare la divota pietà della Repubblica a stabilire una particolare solennità per la venerazione di lui.
Coll' andare degli anni i Dogi vi si recavano anche per visitare un luogo, come facevano di parecchi altri, il quale ad essi apparteneva per ragione di principato, volendo con ciò richiamare alla memoria de' sudditi il supremo dominio da loro conservato su questi ospizj. L'isola di S. Giorgio, chiamata anticamente de' Cipressi, per essere allora molto copiosa di questi alberi, era appartenuta in gran parte al Doge Tribuno Memmo; ond' è che l'isola tutta venne chiamata Memmia, Questo Doge regalò la sua parte a Giovanni Morosini, a condizione però che vi fondasse un monastero dell'ordine di S. Benedetto. Il Doge Sebastiano Ziani, che vi aveva un palagio, alcune saliue, de mulini, e un po' di terreno, fece anch'egli di tutto ciò un dono a que' medesimi religiosi. In oltre rifabbricò la chiesa, e mise a coltura il terreno all' intorno. Non era cosa nuova che i Dogi facessero tali doni agli ordini monastici, i quali sapevano ben conservarli e migliorarli; ed al caso di qualche pubblica urgenza, quasi per gratitudine, porgevano con offerte veramente spontanee importanti soccorsi allo Stato. Queste visite del Doge erano tante feste nazionali, poichè tutto il popolo vi accorreva con trasporto. Quella di cui imprendo parlare era una duplice visita, perchè una se ne faceva nella sera di Natale, l'altra nella mattina susseguente. Quella della sera divenne uno spettacolo così superbo, che il nostro celebre pittor Canaletto lo credette degno di figurare in una delle sue belle vedute, che venne poscia intagliata in rame, e che si può riscontrare anche oggidì. Essa era la sola visita in cui Sua Serenità comparisse pubblicamente di notte fuori del Ducale recinto. Essendo in quella stagione i giorni brevissimi, terminata la sacra funzione di Natale in chiesa a S. Marco, cominciava a farsi grande la notte. Allora il Doge montava ne' suoi magnifici peatoni accompagnato da' suoi consiglieri, dai capi delle quarantie, dai savj dell'una e l'altra mano, e dai quarant'uno che furono i suoi elettori. Veniva egli preceduto da certe barche co' lumi, appositamente dal Governo destinate, e seguito da innumerabili barchette di ogni maniera, fornite anch'esse di fanali, che tutte insieme coprivano lo spazio che avvi fra S. Marco e l' Isola di S. Giorgio Maggiore. Illuminavano questo spazio a dritta e a manca certi fuochi piantati sull'acqua, chiamati ludri, composti di corda bene impeciata, che mandavano anche da lungi un vivacissimo splendore, il quale riflettuto nell'acqua produceva un effetto magico. Giunta Sua Serenità alla riva dell'Isola, passava a piedi per mezzo di una elegantissima galleria costrutta appostamente, tutta coperta e chiusa sino alla porta maggiore della chiesa. Vedevasi in quest'occasione e nell'altra dell' Ascensione schierata la truppa Dalmata, sfarzosamente vestita, con bandiera spiegata, con banda militare suonante, il tutto per dimostrare esser essa intervenuta festeggiante a decoro del Principe, e a destare la commovente idea di amorosi figli che si recano come spontanei a circondare il loro tenero padre, non giammai a mantenimento dell'ordine, nè alla sicurezza di lui; cose queste ch' erano sempre affidate al solo cuore della Veneta popolazione. Veniva Sua Serenità ricevuta alla porta maggiore della chiesa dal Rev. Padre Abate di que'monaci, il quale vestito pontificalmente e colla mitra, faceva un complimento al Doge, e questi graziosamente gli rispondeva. Indi entravano in chiesa, dove facevano alcune preci. Frattanto anche le nostre Venete matrone scendevano dalle loro gondole, vestite di nero, con lungo strascico, ornate la testa, il collo, il petto e le orecchie di preziosissime gioje, avendo il volto velato di un finissimo merlo nero. Entravano esse pure divotamente in quella chiesa già affollata di gente. Dopo alcun tempo, tutta la regal comitiva rimettevasi in viaggio, rinnovando agli spettatori, accorsi sulle due opposte rive, uno spettacolo singolare, abbagliante, piacevolissimo. L' abbiamo ancora veduto tale a' nostri giorni. In questo modo davasi fine ad una sì bella sera.
Le mattina susseguente, il Doge col medesimo corteggio della sera antecedente recavasi di nuovo all'Isola di S. Giorgio, e rientrava in quel suntuoso tempio, opera insigne del nostro celebre Palladio. Vi si cantava la messa, dopo la quale il Doge col suo seguito recavasi nel proprio palazzo. Allora davasi principio alle feste civili, le quali, sia in un modo o nell' altro, quasi sempre seguivano in Venezia le sacre funzioni. In questo dì il Doge riteneva a pranzo tutti quelli ch'erano stati con lui. Il popolo che avea ammirato il divoto raccoglimento de' togati padri nel tempio, non era meno soddisfatto di poter godere dappresso la loro dolce serenità al pubblico banchetto.
Frattanto la piazza empivasi de' più sfarzosi ed eleganti cittadini. Le nostre belle vi andavano anch'esse a far pompa non meno dell'avvenenza che delle domestiche ricchezze. Questo era uno de' giorni della loro maggior gala. Sotto il velo della maschera nazionale passeggiavano esse la gran piazza, ove da una parte e dall'altra stavano schierate due file di scranne, sulle quali ognuno poteva sedere liberamente e godere di quella pompa brillante. Ad accrescere l' allegria della giornata si formavano numerosi pranzi di società, e il tutto finiva coll' apertura di sette teatri, dove ogni classe di persone trovava un diletto ad essa proporzionato.
Gl'infelici avvenimenti accaduti nel 1796 diedero fine alla Festa, ed a' suoi molti piaceri. Non è però a dirsi che ogni cosa svanisse, poichè le persone divote possono tuttavia soddisfare al loro sentimento, portandosi a quel medesimo tempio di S. Giorgio, riaperto non solo alle quotidiane preci, ma alla celebrazione altresì di quelle medesime solennità ne' giorni medesimi che hanno esse luogo in S. Marco. Altro oggetto pure può invitare oggidì a quell' isola, dove venne stabilito il Porto-Franco, che presenta ai Veneziani una prospettiva lusinghiera, ed offre nel tempo stesso ai curiosi un' opera veramente degna di venire osservata.
Grandi scavazioni furono necessarie per dar ingresso alle pesanti navi mercantili, e perchè potessero facilmente approdare. Un vasto molo forma il recinto, ed agevola lo sharco delle mercanzie, che debbono essere depositate negli ampli magazzini eretti di faccia. Ingegnosissimo e veramente ammirabile fu il ritrovato del nostro celebre ingegnere Venturelli per sostenere del molo le fondamenta. Dirimpetto ad esso fu costrutta una larga sponda marmorea, alle cui estremità sta attaccata una forte catena di ferro per chiudere l'ingresso e l' uscita alle navi, e separar quelle merci, che dirette per esteri Stati devono transitare con assoluta franchigia, da quelle che destinate al consumo della città o delle adiacenti provincie sono soggette al pagamento de' pubblici diritti. Il bacino è capace al meno di 18 bastimenti mercantili. Che se a taluno può sembrare alquanto ristretto per la città di Venezia, osservare egli deve, che non trattasi già di quella Venezia, il cui lustro spargevasi sul mondo tutto, e la cui preponderanza commerciale dava leggi all' universo; nè di quella Venezia sì ricca, in cui la folla dei navigli ancorati era tale da rendere difficile e stretto il passaggio delle gondole nel vasto canale della Giudecca; nè di quella Venezia a cui giugneva ogni giorno, anche da' soli fiumi, sì gran copia di mercanzie, che la città tutta parea un quotidiano mercato; non infine di quella Venezia che era l' emporio di tutte le nazioni, e il cui commercio estendevasi dall' Abissinia alla Svezia. dalla Persia alla Spagna; ma trattasi di quella Venezia, che più d' ogni altra città ha perduto nelle rivoluzioni politiche, che per i progressi delle altre nazioni non può più essere ciò che fu, e che deve sostenere la concorrenza degli altri porti del Mediterraneo. Ciò posto si deve riconoscere, che anche un luogo non molto esteso può in oggi esser bastante per contenere tutte le merci di transito, e dove sì gli esteri che i nazionali possono contrattarle, senza che abbiavi ad essere nè distinzioni umilianti per gli uni, nè pretesi privilegi per gli altri; giacchè la giustizia è una sola, è può ammettere protezioni. lutesa questa gran verità da' nostri antichi legislatori, sino dall' ottavo secolo trattarono essi col massimo riguardo tutti gli Orientali, che venivano a mercanteggiare in Venezia. Furono segnatamente date ad essi vaste fabbriche per alloggiare con libertà e comodo. Havvi ancora il nome di Ruga Jaffa, ch' era una contrada dove abitavano gli Armeni Persiani, o sia gli Armeni di Jaffa. Eravi il fondaco dei Saraceni o Mori, il quale più non esiste, ma di cui rimane ancora la memoria nella Piazza detta Campo dei Mori, sulla quale sorgeva un vasto e magnifico edifizio con colonne, statue ed altri ornamenti, di che si vedono tuttavia i rimasugli nelle casette costrutte poscia in quel luogo. Il fondaco de' Turchi si conserva pure oggidì sul canal grande, e serve ancora alla loro abitazione. Ne' tempi posteriori vi si eresse pure il Fondaco dei Tedeschi, famoso oltre al resto, per le superbe pitture delle quali lo hanno arricchito li nostri più celebri pittori. Tutto questo lusso non è certamente necessario all' essenza della cosa, e basterà solo che rimangano in vigore le basi essenziali del commercio.
Che se la sapienza e l'accorgimento d'un illuminato Governo
consiste principalmente uell' approfittare delle opportunità, che somministra il
paese, nel secondare i vantaggi della sua posizione, del suolo, del clima e
sopra tutto del genio e delle abitudini dei suoi abitanti, certo è che creando
Franco il Porto di Venezia si avrà preso la migliore possibile misura a suo
riguardo. Non v' è forse in tutta Europa una località più opportuna di questa
per siffatta instituzione [1]
E chi mai v' ha, che volgendo lo sguardo alle nostre lagune, ai fiumi che
accolgono, al mare che toccano, alla nostra superba città, agli edifizj
vastissimi, all vaghe isolette che nel loro giro racchiudono, ai liti abitati da
cui sono cinte, non esclami: oh quale immensa potenza marittima e commerciante
qui un giorno non si doveva ricoverare! Nè meraviglia potrà fare, che il nostro
commercio siasi mantenuto floridissimo per lo spazio almeno di nove secoli, cioè
dal 700 sino al 1600, e che anche nei secoli posteriori Venezia abbia superato
in ricchezze ogni altra città d' Italia, come lo provarono le somme incredibili
uscitene per le vicissitudini politiche, senza che per un tempo ne rimanesse mal
concia. Venezia potrà sempre riprendere gran vigore, avendo essa, come
osservammo, sopra tutte le altre città commercianti, infiniti vantaggi, ai quali
dobbiamo aggiungere il suo credito di già stabilito, la solidità già fondata del
suo commercio, e la conosciuta moderazione di chi lo esercita. Che se tutto ciò
non avesse bastato per l' intera prosperità di una tale instituzione, vi avemmo
inoltre uno zelante e ben instrutto cittadino, il quale animato dal favore del
Governo potè farsi capo di altri non meno zelanti cittadini per indicare gli
utili regolamenti da farsi affine di ottenere il desiderato effetto. È questi il
signor Treves, il quale ad estesi lumi in fatto di commercio unisce un
appassionato amor patrio, ed un carattere sì leale e franco da non trovarsi mai
sopraffatto da ingiuste accuse, nè disanimato da ostacoli di qual si sia sorte,
ma sempre dritto va pel suo cammino, la cui meta è il bene della sua patria.
Eletto l' anno 1807 Preside della Camera di Commercio, immaginò egli questa
bella istituzione del Porto-Franco, ne tracciò le basi, ne invigilò all'
esecuzione, e vi concorse non coi consigli soltanto, ma coll' opera la più
efficace. Da tutto ciò possiamo assicurarci, che le misure già prese
relativamente a questo grande oggetto, sono le più atte e bastanti per ravvivare
in gran parte ciò che languiva, per arrestare le minaccianti rovine, e per
riavere tutto ciò che le politiche circostanze permettono.
Festa del Giovedì Grasso
Fin da quando i Longobardi presero ferma stanza nel Friuli, i Patriarchi di Aquileja molestarono di continuo quelli di Grado soggetti al dominio Veneto, non cessando mai di adoperare e gl' intrighi e la forza per rovesciare la Sede Gradense; e fu spesso abbominando spettacolo il vodere sacri pastori, deposta la mitra e il pastorale, prendere l' elmo e la spada, invadere il nemico paese, violare monasteri, abbatter chiese, rapir tesori, e portare da per tutto desolazione e terrore. Che se non giunsero mai ad ottenere il fine da loro sì vagheggiato, ciò vuolsi in gran parte attribuire ai Veneziani, che zelanti difensori, com' erano, del Patriarcato di Grado avevano sempre opposta la forza e rintuzzati i rabbiosi loro tentativi. Ulrico, eletto Patriarca di Aquileja nel 1162, divorato anch' egli dal medesimo tarlo di rivalità e di odio, ben conobbe che non potea sfamarlo senza superare sì forte ostacolo, nè superarlo poteva senza ricorrere al vilissimo mezzo dell' astuzia. Quindi colse il momento, che i Veneziani facevano la guerra ai Padovani e Ferraresi, per ragunare egli in fretta un buon sussidio di gente dai feudatarj Friulani a lui bene affetti, e per occupare a tradimento l' infelice città. Ma appena il Doge Vital II Michiel udì l' ingiusta aggressione, che armò una flotta, fece vela inverso Grado, circondò la città, pose a terra le truppe, sconfisse il nemico, riacquistò la piazza, e vi sorprese il Patriarca con dodici de' suoi canonici e alcuni de' suoi vassalli, che fece prigionieri, e condusse in trionfo a Venezia.
L' entrata del Doge tanto fu pomposa, quanto cospicua cra stata la sua vittoria. Dietro lui veniva Ulrico vinto, abbattuto, disperato di vedersi vittima del suo folle ardire. L'avvilimento e la tristezza, conseguenze ordinarie di una vergognosa sconfitta, il persuasero a fare ogni sforzo per placar la Repubblica e ricoverare la sua libertà. Egli offerse di sottoporsi a qualunque condizione fosse piaciuta al vincitore, e di pagare ad ogni costo il suo riscatto. Le replicate sue offerte e le calde preghiere furono lungamente vane. Due forti motivi mossero il Governo ad usar sommo rigore. L'uno fu quello di annientar l' orgoglio di Ulrico, togliendo al tempo stesso ai di lui successori la voglia di provocare più oltre la vendetta della Repubblica con pretensioni novelle; l'altro fu per rendere la memoria del fatto eternamente durevole, onde impegnare il popolo stesso a conservarsi pronto a difendere il proprio suolo, la sua indipendenza, e i diritti e i privilegi della nazione. Alfine si permise ad Ulrico di ritornarsene co'suoi a casa, purchè subito giuntovi, come pure quind'innanzi ogni anno pel Giovedì Grasso, giorno anniversario della vittoria, avesse a spedire a Venezia un pingue toro e dodici porci per servire di spettacolo e di solazzo alla plebe. Ulrico tutto accordò: ma è credibile, che goffo com'era, non si accorgesse di venire rappresentato egli ed i suoi canonici, sotto sì umiliante allegoria?
Che che sia di ciò, la festa fu decretata; se ne prescrisse la celebrazione ed il metodo, e ciascun anno si rinnovò con solennità, con entusiasmo, con allegria generale. Eccone l' ordine stabilito. Picevuti dal Patriarca gli effetti stipu ati, si custodivano gelosamente nel Palazzo Ducale. Il giorno innanzi la gran festa, erigevansi nella sala, detta del Piovego, alcuni castelli di tavola, rappresentanti le fortezze dei signori Friulani. Ivi pure raccoglievasi il Magistrato del Proprio, che in forma legale pronunziava sentenza di morte contro il toro ed i porci. Il corpo de'Fabbri essendosi altamente segnalato nella vittoria contro Ulrico, come quello de'Casseleri nella liberazione delle Venete Spose involate dai Triestini in Olivolo, meritò il privilegio di tagliar la testa al toro. E per ciò la mattina del Giovedì Grasso, armati tutti di lance, di scimitarre ignude e di lunghissime apposite spade, si recavano al Palazzo Ducale con alla testa il loro gonfalone, e preceduti da scelta banda militare. Ad essi consegnavasi il toro ed i porci, che venivano condotti con molto apparato sulla piazza di san Marco. Queste vittime passavano in mezzo alla moltitudine, avida di vederle atterrate. Il popolo coll' occhio scintillante e pieno il cuore della propria gloria, usciva in trasporti di gioja, ch' erano quasi altrettanti pegni di nuove vittorie. Stava esso attendendo con impazienza il segnale, e parevagli rivedere il giorno del suo trionfo, e vi applaudiva con altissime grida a punizione e vergogna de'suoi nemici. La grande esecuzione, o diremo piuttosto il simbolico sacrificio, che si faceva alla presenza del Doge e della Signoria, era sempre accompagna to da non interrotti battimenti di mano, e a fischi ed urli di scherno contro i vinti. Ciò fornito, il Doge col suo corteggio passava nella sela del Piovego, dov' erano que'castelletti sopra menzionati; e qui Egli ed i suoi Consiglieri, dato di piglio ad un bastone, armato di punta di ferro, ed ajutati dal popolo che da ogni parte accorreva, battevano a gran colpi que' castelletti, sino a tanto che non ne rimanesse più traccia; per significare con ciò la vendetta che si sarebbe fatta de' Castellani feudatarj, se mai più avessero favorito le ingiuste pretese dei Patriarchi Aquilejesi contro la chiesa di Grado.
Conviene confessare, che oggidì tali spettacoli non avrebbero nulla di piacevole e di giocondo: ma quelli dei Greci e de' Romani erano forse più ragionevoli di questi? Abbiamo inoltre a nostro vantaggio il tempo in cui furono instituiti, tempo di tutta semplicità non disgiunta da una severa giustizia. Col progredir degli anni si conobbe quanto ridicole fossero tali costumanze, e come poco si addicessero alla dignità di una nazione incivilita. Esse poi erano divenute insignificanti per essere in appresso li prelati della vecchia Aquileja, come pure l'intero Friuli, passato sotto il dominio della Repubblica. L'illustre Doge Andrea Gritti, che visse ornato del Ducal diadema nella prima metà del secolo XVI, ebbe il merito di riformare questa Festa, e a tale la ridusse, che appena appena serbò vestigie di ciò ch'era stata in origine. Si volle però conservar ai Fabbri l'antico decoroso privilegio di troncare essi soli il capo alla vittima carnascialesca: e di tal privilegio erano sì superbi, che prima di andar la mattina in piazza s'arrestavano alle porte de' primarj patrizj loro protettori, quasi invitandoli col suono delle trombe a portarsi ad ammirarli. Anche nel resto si studiò di conservare a questa Festa il carattere popolare; e sotto colore di divertir li plebei, ebbesi la principal mira di esercitarli in tutti que' giuochi, che valgono a sviluppare ed accrescere le loro forze e la loro destrezza; di eccitare l' emulazione mercè l' opposizione de' partiti; di renderli in somma atti a tutte le operazioni sì marittime che terrestri, formandone uomini intrepidi, ardimentosi, gagliardi.
Nella pittura di quest' antichissima Festa noi non vedemmo fin ora che un ignobile simbolo e bizzarro dell'ottenuta vittoria, un sacrificio ridicolo e spiacevole consacrato alla vendetta: qui la scena si cangia, ed apre uno spettacolo nazionale e veramente solenne. Qui tutto diventa interessante e grande non meno in quanto allo scopo, che in quanto agli effetti. Qui il Doge, la Signorìa, il Senato, gli Ambasciatori intervengono solo per presiedere, e per aggiunger decoro colla presenza ad una specie di giuochi proprj del solo popolo di Venezia, che se non gareggiano in pompa e splendore con quelli dell'antichità, sono degni di competer con essi per la fina politica, ond'ebbero origine, e per la ilarità che svegliano ne' cuori. Ma prima di far parola dello spettacolo, diasi una occhiata a due fazioni differenti e sempre tra loro rivali, l' una detta de' Castellani; l' altra de'Nicolotti, dalle due contrade di Castello e di S. Nicolò, che sono tra le principali, l'una di qua, l'altra di là del gran canale, che divenne di ambedue le fazioni il confine.
Il principio di quella contrarietà, che il tempo non valse ancora a distruggere, è non meno antico che incerto. Potrebbe essere anteriore all'epoca in cui queste isole non erano per anco congiunte in una sola città, e potrassi dire, che la caccia, la pesca, i limiti non ancora fissati del loro territorio, facessero nascere, e mantenere certe dispute e querele fra gl'isolani, che in appresso si convertirono in odio e divisione di partiti. Potrebbesi anco a tali congetture aggiungere, che a'tempi calamitosi dell'Italia, quando Venezia apriva il suo grembo consolatore a tutti gli sventurati, che vi si rifuggivano, gli abitanti di Equilio e d'Eraclea, formanti due fazioni fra di loro molto accanite, venissero qui a cercare un asilo, e che secondando probabilmente gl'impulsi dell' avita loro avversione, si piantassero nelle due opposte sponde del gran canale, onde vivere gli uni segregati dagli altri; e che meschiandosi quelli co' Castellani, questi co' Nicolotti vi diffondessero tra loro lo spirito di partito, il quale venne crescendo in proporzione dell'aumento della popolazione, e delle rispettive cause di odio scambievole. Gli stranieri poi, pe'quali il nome di Veneziano e di politico sono quasi sinonimi, attribuiscono a conseguenza di sistema politico, che il governo soffrisse, anzi fomentasse questa ereditaria animosità di fazioni; giacche, dicevan essi, per simile divisione di popolo nella capitale, la sospettosa Aristocrazia assicuravasi, che non sarebbero nate trame contro di essa. Ma tale opinione potrebbe perdere alquanto del suo credito, poichè vediamo le due fazioni ora più che mai accanite. Tuttavia non crediamo ingannarci sul loro spirito attuale. Più che avversione, ella è concorde vaghezza di far rivivere una fra le Venete antiche consuetudini già perdute, rinnovando gare, rivalità e disfide, che negli animi delle classi meno incivilite, dopo avere eccitato il più vivo trasporto, vanno a trasformarsi in soggetto di trastullo e di gozzoviglia.
Ma ritornando a' tempi primitivi, senza perderci in congetture più ingegnose che solide per istabilire l'origine di questa opposizione di partiti, è da osservarsi, che da per tutto dove gli nomini respirarono l'aura salutare e vivifica della libertà, il popolo usò accarezzarne e santificarne le instituzioni e le usanze; che fu sempre non meno zelante in nodrire e coltivare i primitivi sentimenti inspirati dalla natura, perpetuando tutto ciò che aver potesse legame con questa originaria dote dell'uomo. Quindi è, che in tutte le società nascenti, gli esercizj del corpo, le sembianze di pugna, le lotte, il pugilato, i ginnasj, le palestre, le corse, vennero singolarmente praticate e tenute in onore. I nostri padri pertanto, scorti prima dall'istinto dell'uomo ancor barbaro, indi rischiarati dal genio delle scienze omai fatte adulte, seppero rivolgere a profitto della patria le passioni tutte, l'industria e le forze del popolo, col presentargli continui motivi di gloria, di superiorità, d'interesse. Per questa via seppero cangiar la gelosia e la rivalità delle due fazioni plebee in quella nobile emulazione e in quell'entusiasmo, che si alimenta della cosa pubblica, della prosperità comune, o della grandezza dello Stato. Fu da tali giuochi, e da tali combattimenti, sì analoghi ad un popolo libero e indipendente, che scaturirono tutti que'mezzi efficaci, pe'quali Venezia nel corso di tanti secoli ottenne quella superiorità che sì la distinse fra tutte le altre nazioni di Europa. Ed infatti non si serve mai bene la patria, se non si chiude in seno un'anima forte e generosa in un corpo robusto e consumato nella fatica. A questo fine mirarono tutte le Repubbliche più celebri, e posero tutte in opera gli stessi mezzi. Vogliamo noi convincerci di ciò senza rimontare ai Greci ed ai Romani? Leggansi le storie delle piccole Repubbliche di Firenze, di Siena, di Pisa e di Bologna, e si troverà, che tutte a certi tempi avevano le stesse feste, gli stessi giuochi, gli stessi esercizj e spettacoli, diretti a mantenere lo spirito di libertà e l'amor della patria, requisiti necessarj, perchè una Repubblica possa consolidare la sua esistenza e perpetuarla.
Condotti adunque da sì sublime principio di comune utile, noi abbiamo sfiorati e con gelosia serbati tutti i preziosi avanzi degli antichi usi di Grecia e d'Italia. In particolare l' ultimo giovedì di Carnovale, detto volgarmente Giovedì Grasso, le due fazioni de'Nicolotti e Castellani facevano i maggiori sforzi per superarsi a vicenda. Seguiva lo spettacolo nella piazza di san Marco sotto gli occhi (siccome abbiamo di sopra accennato) del Doge vestito a gala, della Signoria, del Senato e degli Ambasciatori, collocati dignitosamente nella galleria del palazzo Ducale, che guarda la piazza.
La Festa cominciava dal sacrificio del toro; cerimonia che teneva dell'antico, e la sola che si conservasse della prima instituzione, della quale abbiamo parlato. Ciò ch'eravi di più osservabile del popolo, ciò ch'eccitava per parte sua i maggiori gridi di gioja, gli applausi i più vivaci, si era la destrezza di quello che decollava l'animale, la cui testa dovea cadere e rotolare sulla terra ad un sol colpo di sciabla, ed il ferro non doveva, malgrado la violenza del colpo, toccare il terreno.
A questo spettacolo succedeva il volo di un uomo armato di ali, che vedevasi partire da una barca ancorata alla sponda della piazzetta, ed innalzarsi sino alla camera del gran campanile di san Marco. Traversava costui sì grande spazio di aria, mercè di una gomena fortemente assicurata da uno dei cavi alla barca, dall'altro al comignolo del campanile. Egli veniva legato a certi anelli infilzati nella gomena, e col mezzo di un'altra fune e di parecchie girelle lo si faceva ascendere e calare con gran velocità e agevolezza, come se adoperasse le sue ali. Il suo cammino aereo era tracciato in modo, che dopo essere asceso al campanile, calava sino all'altezza della galleria del palazzo, dove resentava al Doge un mazzetto di fiori ed alcuni sonetti; indi ritornava all'alto della torre, e quinci di nuovo scendeva alla sua barca. Usavasi scegliere a tal fine un uomo di professione marinajo, forte di petto e di reni, che potesse lungamente resistere ad un viaggio sì violeuto e sì strano: perciocchè gli anelli non lo ritenevano se non ai piedi e alle spalle, affinchè agli occhi degli spettatori si presentasse, per quanto potevasi, sotto il vero aspetto del messaggiere celeste, che fende l' aria per eseguire i comandi di Giove. Il leggiero farsetto ond'era vestito, i nastri che gli svolazzavano indosso, i sonetti che per l'aria spargeva, il suo volto composto a letizia, i suoi gesti, le sue voci di gioja, tutto giovava all'illusione, ed inspirava nella moltitudine spettatrice ammirazione, premura, trasporto.
A questa scena venivano dietro le Forze di Ercole, che così i Veneziani solevano chiamare certa gara tra' Castellani e Nicolotti. Di esse non puossi formar idea giusta senza averle vedute. Immaginiamoci però di scorgere sopra un apposito palco costrutto in sul fatto, perchè il popolo anche da lungi tutto mirar potesse, erigersi a vista d' occhio un bellissimo edificio composto di uomini, gli uni sovrapposti agli altri sino ad una grande altezza. Mercè delle loro positure e scorci diversi, questo edificio rappresentavasi sotto differenti forme, a norma del loro immaginato modello. Or era una piramide egizia, ora la famosa torre di Babilonia, ora ciò che può offrire alla vista di meglio l'architettura navale e civile. Nel far ciò non si valean d'altro ajuto che delle proprie braccia, degli omeri loro, ed alcune volte di certi lunghi assi che posavansi sulle spalle, o su qualche altra parte del corpo, onde vieppiù legare e strignere tutti i membri di questa fabbrica equilibrata, di cui essi medesimi erano gli architetti, inventandone il disegno, ed erano anco i materiali, somministrandovi i loro corpi e la combinazione delle loro forze. Volevano, per esempio, innalzare una sublime piramide? Essa veniva formata da quattro o cinque file d'uomini gli uni montati sulle spalle degli altri, che poi terminava in un solo. Sull'ultimo apice di questa piramide colossale arrampicavasi con somma destrezza un giovinetto, il quale, poichè v' era giunto, si tenea ritto e fermo in piedi sulla testa dell'ultimo uomo in modo maraviglioso. Nè ciò bastava ancora. Vedeasene un altro salire velocemente d'ordine in ordine fino a quest'ultimo, e volto il proprio capo in giù, ponealo sul capo di quello, facendosi puntello delle sue mani sulle mani dell'inferiore, agitava pe'campi dell'aria i leggieri suoi piedi, e faceva con essi galloria. Talora anche rivolgevasi, e stando ritto sull'estremo apice ne formava il cimiero, e coll'agitar delle braccia, e col battere delle mani dava il segnale della comune allegrezza. Gli spettatori che temere non potevano pericolo in quelli atleti, perchè vedevano non temerue essi alcuno, gli rispondevano battendo anch'essi le mani, vociferando e gridando maravigliati, e tutti ebbri di gioja.
Ma già l' altro partito preso da nobile emulazione ardeva di voglia di ottenere anch'esso gli stessi applausi, nè intralasciava nulla per sorpassare in destrezza la fazione rivale. Quindi que' prodigj e quegli sforzi che non si potrebbero nè narrare, nè credere, ma che pur succedendosi da banda a banda quasi per incanto, raddoppiavano le apparenze di un' architettura superiore ad ogni modello, benchè passeggiera e fittizia. Il popolo in tal guisa ammaestrato, quando occasione gli si fosse offerta, non avrebbe avuto mestieri, come gli altri popoli, di ricorrere al comun ajuto delle scale per ascendere ad una fortezza; potea pur anco di leggieri manovrare un vascello in burrasca, montare sull'estremità degli alberi e dei cordaggi per quanto soffiasse il vento; tenersi saldo su piedi, o piegare il corpo in modo, che secondasse le scosse del bastimento, e l'agitazione dell'onde sbattute o dalla burrasca o dal combattimento; e tutti questi vantaggi preziosissimi per lo Stato erano l'effetto delle sue gare da scherzo.
Compiuto questo spettacolo, tantosto ne veniva un altro, motivo anch'esso di nuova emulazione tra i due partiti. Era desso una specie di lotta o scherma tolta dai Saracini, che volgarmente dicevasi la Moresca, la quale non men dell'altra esigeva agilità, pieghevolezza di membri e gagliardìa. Li combattenti si accignevano con sì grand'ardore, che avresti detto trattarsi dei loro interessi più cari e del loro più importante trionfo. Gli spettatori cogli occhi ed i cuori fisi sui bravi atleti, osservavano il principio di quest'esercizio guerriero, ne seguivano i progressi, ne aspettavano l'esito con quella inquietudine piacevole, con quel palpito, con quell'impegno, che fa sospendere il respiro, quasi per tema di turbare con picciolo sussurro l'azione de' lottatori. Ma lo stato di estasi, d'immobilità e di silenzio che teneva tutti i moti dell'anima in freno, ben presto cessava, e scioglievasi in un immenso scroscio di viva, di applausi, di trasporti, di cui rintronava la piazza, e che a poco a poco mancando, cangiavasi in quel cupo mormorìo, che nasce dal contrasto di tante migliaja di uomini, che si sforzano colla voce di attribuire la vittoria a quella fazione che ciascun favorisce. Questa Festa era infine la festa di tutti, ed ogni cittadino portava impressa nel volto una porzione del diletto comune; e chi non v'interveniva, chiedeva almeno con ansietà le nuove agli altri, e se ne facea narrare gli accidenti. La nobiltà stessa, che pur ai nostri dì affettava di sdegnare la popolarità di tai giuochi, e, per mostrarsi superiore alla plebe, riguardava lo spettacolo come un decrepito avanzo di ridicola barbarie, non poteva alla fin fine rimanere indifferente. Stupiva di sè stessa in sentir, suo malgrado, un occulto diletto, che attaccavala a que' giuochi.
Terminava questa Festa una superba macchina di fuochi
d'artificio, che pur destava i popolari viva, malgrado allo stravagante costume
di accenderla a chiaro giorno. Anticamente la ragione ne fu per lasciar il tempo
necessario alla nobiltà di apparecchiarsi ad un balio, che la medesima sera il
Doge dava nel suo palazzo. Questo ballo non ebbe più luogo in appresso, ma non
per tanto non si cangiò l'ora de' fuochi, poichè si tiene il più che si può alle
abitudini. Il sole, è vero, scemava il loro splendore, pure non distruggeva il
loro effetto sulle anime di un popolo sempre disposto ad applaudire con
trasporto a tutto ciò che facevasi in nome della patria, e che aveva qualche
legame colla gloria della nazione. Esso gioiva perchè era felice; abbandonavasi
ad una dolce e vera ilarità, perchè aveva cittadino il cuore e lo spirito, e
perchè l'amor patrio e que' sentimenti che da esso provengono, sono una fonte
inesausta di piacere, di grandezza e di prosperità.
Festa del primo di Maggio ossia VISITA DEL DOGE AL MONASTERO DELLE VERGINI
Papa Onorio III dolente assai per i tumulti che l'Imperator Federico II destava in Lombardia a danno del Cristianesimo, risolse inviargli un Legato, che tentasse di ammansarlo. A tal fine scelse Ugolino Vescovo di Ostia, che fu poscia Papa col nome di Gregorio IX. Questi in passando per Venezia l'anno 1176 udì narrare, che i Saracini non mai sazj di perseguitare i fedeli, avevano distrutto nella santa Città anche il tempio dedicato alla Vergine. Egli ne rimase vivamente commosso, e conoscendo la molta pietà del Doge Pietro Ziani, animò la di lui generosità a risarcire quel culto, che la Madre di Dio avea perduto in Gerusalemme per l'orribile profanazione de' seguaci di Maometto. Il religioso Principe accolse con rispetto le pie insinuazioni del Vescovo, e fece tosto a sue spese innalzare nella contrada di Castello non solo un tempio in onore della Vergine, ma eziandio un monastero, in cui molte zitelle nobili fecero i loro voti, e presero il sacro velo. Questo monastero assunse il nome stesso della chiesa, e fu detto le Vergini. Il Doge sì ad esso come al tempio assegnò una dote di fondi suoi proprj, a condizione però ch'entrambi appartenessero mai sempre ai Dogi. E per convalidare questo perpetuo dominio fu decretato, che qualvolta veniva eletta una nuova Abbadessa, il Doge si recasse al monastero per darle secondo l'uso di que' tempi l'investitura. La cerimonia consisteva nel porre in dito della candidata un anello d'oro, ch'ella doveva portare sin che viveva. Inoltre per tenere più viva la memoria di questo possesso, si volle che il Doge con tutto il suo augusto corteggio si recasse ciascun anno il dì primo di maggio a visitare le Vergini. Egli cominciava dall'entrar nella chiesa, e dall'assistere ad una messa solenne celebrata da un Vescovo da lui prescelto, e cantata da' musici della sua cappella. Compiuto il sacrificio, veniva al parlatorio, ove la madre Abbadessa vestita di un lunghissimo manto bianco, con in capo due veli, uno bianco e un nero, che scendevano a coprirle la vita, presentavasi al Doge seguita dalle sue consorelle, e dalle giovanette affidate alla sua educazione. Ella parlava per tutte: e fatto al Doge il complimento, offrivagli un mazzetto di fiori col manico tutto d'oro, circondato di finissimi merli di Venezia. Il maestro di cerimonie del Doge ne dispensava uno alquanto inferiore al Vescovo, al Nunzio apostolico, ed a tutte le persone del seguito, secondo la commissione avuta da quelle religiose. È ben naturale, che il Doge nell'accogliere il gentil dono aggiungesse molte parole cortesi alla Madre Abbadessa.
Interrogavala con premura di ciò che poteva spettare alla comunità; le offeriva la sua cordiale assistenza qual vero e legittimo protettore, e s'informava intorno alla riuscita delle giovani allieve. Beate quelle che per i vincoli del sangue potevano venir presentate, come le più meritevoli di tanto onore! Questa bella distinzione, e gli elogi del Capo della Repubblica pronunziati in faccia a sì augusta assemblea, potevano a giusto diritto lusingare il loro amor proprio, contribuire ai felici progressi della loro educazione, e rattemprare il dolor delle madri per una separazione ad esse comandata dall'uso comune. Fu al certo in vista di tutto ciò, che allora quando nel 1375 un incendio incenerì quasi affatto questo edificio, anzi che unire quello spazio di terreno al contiguo arsenale, com'era stato proposto, si preferì di conservarlo ad un uso sì salutare; anzi si decretò di rifabbricare il monastero in forma più ricca e più splendida. Nè per altra ragione che per quella dell'educazione, si ebbe altresì particolar cura di perpetuare in tutto il suo lustro la festa, o sia la visita del Doge tal quale la vedemmo sino all'anno 1796. Ma da che tale educazione cessò, fu buon consiglio il servirsi di quell'edificio come di un accessorio al grande arsenale. Nomando questo celebre stabilimento della Veneta Repubblica, non puossi a meno di non trattenervisi alquanto col discorso.
Il suo principio dev'essere stato, e realmente il fu, congiunto a quello di Venezia, mentre i nostri antenati volendo formare una città in mezzo alle lagune, dovettero tosto conoscere il bisogno di armarsi per reprimere gli assalti de' vicini, ai quali non poteva destar che dispetto il veder sortire di mezzo all'acque una nuova e grande città. Per tanto da che fu approntata una marina di difesa, occorsero cantieri ed arsenale. Ma quello, di cui qui si tratta, non ebbe principio nel sito ove giace, se non nel 1104. Venne a mano a mano aggrandito, e giunse dopo il 1569 ad avere oltre due miglia di circonferenza, e ad essere tutto recinto di mura. Si cominciò allora a dire, a scrivere ed a ripetere da per tutto, che Venezia aveva il più bel Arsenale del mondo, e si aggiunse persino, ch'esso meriterebbe di venir preferito a quattro delle più belle città della Lombardia. Ciò fu tenuto per incontrastabile, nè vi fu che un certo signor Forfait, il quale in questi ultimi tempi osasse annunziare all'Istituto di Parigi, ed anche stampare, che “I'Arsenal di Venezia non merita più di essere risguardato, che come un monumento antico, fatto appena per eccitare la curiosità dell'uomo, che si compiace d'indagar le traccie rare e impercettibili, che ha lasciato nella serie de' tempi il lento progresso delle scienze e delle arti nautiche.” Per sapere qual peso debbasi dare a questa opinione, sì opposta al giudizio di tutti gl'intelligenti d' ogni nazione, converrebbe ch'egli ci avesse detto se ha giudicato così al suo arrivo o alla sua partenza. Ne lascio la cura a' miei leggittori.
L'Arsenale di Venezia è una specie di città dentro la città. Lungo sarebbe il descrivere i vasti magazzini altrevolte ripieni di alberi, di timoni, di ancore, e di quanto potrebbe bastare pel lavoro di dieci anni sì riguardo al servigio, e sì alla costruzione de' vascelli. Infinite erano le officine, ove mille braccia sudavano intorno a mille opere d'ogni maniera che strepitavano un giorno pe' martelli de' lavori di ferro e di acciajo. Stupendo edifizio è la gran fonderia de' cannoni e delle palle; ma più stupendo ancora è quell'altro destinato al travaglio del canape. Esso conserva il nome di Tana, derivato dal famoso porto così chiamato, e dalla città antichissima che da Tolomeo fu detta Tanay, per essere posta sulle rive del fiume Tanay, ora detto Don; giacchè i Veneziani ne' loro primi tempi colà si recavano a fornirsi de' canapi per la marina. Merita osservazione altresì la gran sala, dove più di cento femmine adoperavansi intorno alla facitura delle vele; e molto più quell'altra, in cui stavano in bell'ordine schierati i modelli delle fortezze primarie dello Stato, delle macchine più ingegnose, de' ponti più singolari, e finalmente di tutte le forme de'vascelli dalla prima epoca della nostra marina sino a' tempi recenti. Ben fu sciagura, che tra esse andasse perduta sin da lontana epoca la forma di quella famosa Quinquereme, con cui il nostro Vettor Fausto nell'anno 1529 era giunto a rinnovare la ricordanza delle Quinqueremi Romane. Egli è certo, che tanto romore ed applauso destò nel mondo la sua invenzione che sarebbe un monumento preziose per noi il modello di un'opera, che non meno all'autore che al nostro Arsenale in cui fu lavorata, apportò tanta gloria, da venir esaltata a cielo e in verso e in prosa dalle più illustri penne. Ma che diremo di quelle altre sale piene di armi di ogni sorte e di superbi trofei? Se tu fissi lo sguardo su quelle antiche figure da capo a piedi vestite di ferro e su quelle braccia in atto minaccioso, non sapresti decidere se stieno per iscagliare un mortal colpo sul capo a qualche barbaro Musulmano, ovvero se s'accingano alla difesa contro que' barbari d'altra fatta, che ad annientarle aspirano. Che se dopo un orrido tremuoto osservasi con certa sensazione penosa quegli uomini, che sotto le sue rovine conservano tuttavia l'ultima attitudine del loro ultimo pensiero qual impressione far non dovranno le immagini di azioni vive ed illustri di que' medesimi uomini quivi raffigurati? E chi legger potrà quelle inscrizioni, che ricordano appunto le tante vittorie da loro ottenute senza sentirsi per mille guise commosso il cuore?… Utilissima previdenza sono que' canali coperti, entro cui si possono vantaggiosamente riattare i bastimenti disarmati, o tenerne in pronto alcuni altri per servizio dello Stato. I cantieri poi non solamente sono la cosa più mirabile, ma quella per cui l'Arsenale di Venezia più particolarmente si distingueva fra quanti hannovi al mondo. Son essi alcuni spazj di diversa grandezza, divisi fra loro da grossi pilastri ed arcate, e ricoperti ciascuno da un vasto tetto, per cui gronda la pioggia a dritta e a sinistra senza mai penetrarvi, talmentechè vi si possono fabbricare al coperto tutti i vascelli sino al punto di essere gettati nell'acqua.
Quanti vantaggi non derivano da ciò, sia per la sollecitudine
dei lavori, sia per lo risparmio degli operaj, sia per la conservazione de'
materiali! Eppure contro essi appunto fieramente si scatena il sig. Forfait. E
quanti discapiti non vi trova egli? In prima sono, egli dice, sì stretti che non
si può lavorare liberamente intorno a' vascelli; sono sì bassi, che non si
possono terminare le poppe; sono sì corti, che non vi si possono mettere gli
sproni, nè lavorare il cassero; sono sì oscuri, che giammai la luce del giorno
vi penetra, ed anche in un bel meriggio estivo conviene accendere le fiaccole,
ed appiccare alle mure le torcie di corda impeciata. Secondo lui è dunque cosa
evidente, che l'arte del falegname, di cui però i Veneziani vanno sì superbi,
non può essere che male esercitata, nè può veruno de' suoi lavori avere
solidità, precisione, eleganza. Simile discorso figlio dell'ignoranza, o della
superbia, o dello sprezzo di quanto v'ha dell'antico, e forse di tutte queste
cause insieme, persuase i direttori francesi delle costruzioni navali, che si
distruggessero le volte di alcuni cantieri, ben certi che non vi potessero
capire vascelli da guerra. Ma il nostro celebre ingegnere Salvini mettendo all'
acqua un suo vascello lavorato al coperto, pari in ogni sua parte a quelli da
loro lavorati in luogo scoperto, mostrò col fatto ch'essi avevano il torto.
Migliaia di persone ne furono testimonio, non che tutte le autorità costituite
di quel tempo, appositamente concorse per vedere quella nobile gara.
Ogni cuor Veneziano balzò dalla gioja, e da ogni bocca uscirono viva sonori.
Somma infatti fu la gloria acquistata anche in questa, come in tante altre
occasioni, dal sig. Salvini, che sì bene sostenta tuttavia la fama della nostra
marina, la quale fino a questi ultimi tempi gareggiar ci fece colla nazione
fatta signora di tutti i mari, con quella nazione che seppe ammirar i vantaggi
del nostro Arsenale, e che adesso prova un misto di compassione e di rabbia,
veggendo scomparse tante ricchezze utilissime, e dall'altrui fatale presunzione
deformati i cantieri più belli. A questa singolar perdita un'altra se ne
aggiunge ancora più crudele. Serbava l' Arsenale una copiosa serie di cannoni d'
ogni specie, cominciando dalla loro origine, quando si usavano di cuojo, e
discendendo a tempi più bassi, quando il ferro ed il bronzo parvero materie
unicamente opportune per sì micidiali stromenti. Scor evasi in essa la diversità
delle fusioni, la moltiplicità delle forme. Gli uni rappresentavano colonne
liscie o striate con capitelli di tutti gli ordini; altri figuravano serpenti o
basilischi, ed altri lunghi animali; tutti di ottimo disegno e con magnifici
ornamenti. I Veneziani li conservavano per vanto, e ne avevano somma cura, come
quelli che alla storia ed erudizione militare giovavano, e che insieme erano
parlanti testimonj delle nostre vittorie. L'avidità e l'invidia fecero che
andassero alla fonderìa o alla vendita, e del tutto sparisse anche un sì
prezioso museo.
Oltre tutto ciò che spetta al materiale dell'edificio sarebbe cosa veramente interessante il presentar sott'occhi il bell' ordine, i savj istituti, la retta giustizia, e le tante discipline economiche con cui al tempo della Repubblica reggevasi l'interna sua amministrazione; ma troppo a lungo ci porterebbe un minuto dettaglio. E nemmen troppo ci fermeremo sul parlare di quelle scuole erette nel grembo stesso dell'Arsenale, ed animate da regie largizioni e da premi, ove non solo insegnavansi le matematiche, l'architettura navale e civile, la nautica e il disegno, ma altresì l'Idrodinamica sommamente utile pel governo delle nostre lagune e de'lidi, le lingue francese e inglese, opportunissime per l'intelligenza de'migliori libri dell'arte; e finalmente la rurale economia e la storia naturale, a cui sì caldamente è affidata la preservazione de' boschi, uno de' primarj elementi dell'immensa officina. Quanto i boschi stessero a cuore all'antico Governo, il dimostrò l'avere unita la loro azienda alla marina, anzichè alla finanza, come altrove costumasi. In fatti l'amministrazione di questa non ha di mira che il risparmio del tesoro pubblico, il danaro contante, gli oggetti presenti e visibili. Quella della marina al contrario spinge più in là le sue mire, ed invigila al futuro incremento de' boschi, mercè delle nuove piantagioni e delle semine. Quindi è, che nè anche la caustica penna del signor Forfait potè astenersi dal confessare, che “i boschi de' Veneziani sono i più belli di quanti mai si possono vedere altrove, agginngendo, che la vera cagione di ciò è, perchè la legislazione che li riguarda, essendo conforme alla giusta politica ed alla sana ragione, e fondata sopra una saggia combinazione d'interessi, dovea necessariamente avere, com'ebbe di fatto, i più felici risultamenti.” Tra noi egli è certo, che non si voleva gruppo di alberi negletto, non pezzo di terreno ozioso. Si volevano instrutti gli alunni intorno al tempo di recidere il legname, intorno al modo di acconciarlo e di separarlo a norma de' differenti usi; si voleva infine che ognuno fosse buon conoscitore di tutti gli stati, pe' quali passa un albero dal momento in cui si consegna tenerello alla terra, sino a quello in cui assoggettasi al tormento dell'ascia e de' martelli. Sommi rigori si praticavano nella scelta degl'inspettori de'boschi. La loro nomina era appoggiata alle Accademie agrarie dello Stato, e la elezione spettava al Senato congiunto al reggimento dell'Arsenale. Ma per meritare tal posto non bastava molta estensione di lumi; ci volevano benemerenza di servigi, e soprattutto testimonianza d'incolpabile condotta; giacchè l'immoralità, là dove s'insinua, guasta ed avvelena il germe di tutte le ottime instituzioni. Quindi è che il requisito della probità era uno de'maggiori, che si esigesse dalla pubblica vigilanza in qualunque impiego, nè certo senza esso poteva veruno nutrir lusinga di diventare inspettore ai boschi, nè capo architetto, ed ancora meno ammiraglio dell' Arsenale.
Or chi potrebbe mai, avendo di questo stabilimento parlato, passare sotto silenzio la tenerezza veramente filiale, e il focoso entusiasmo verso la Veneta Repubblica di più di tre mila nomini all' Arsenale addetti, che per ciò erano giunti a meritarsi il glorioso titolo di sua prediletta famiglia? Il primo sentimento che da cuore a cuore, da generazione a generazione passava e discendeva, era questo illimitato amore per la Repubblica, nè con altro nome sapevano i buoni Arsenalotti chiamarla che con quello di nostra benedetta Mare. Era dolce cosa il trovarsi presente al mattutino aprirsi delle officine, ed al chiuderle della sera, e l' udire quelle spontanee grida di Viva san Marco, che proprio scappavano dal cuore, e che ripetute venivano dal balbettante labbro de'teneri fanciullini. Questa reciproca affezione aveva, dirò così, tra il Governo e gli Arsenalotti introdotta, stabilita e perpetuata una certa gara di fiducia, per cui non sapevasi discernere, se fosse più soave il comando degli uni, o più pronta e giuliva l'obbedienza degli altri. Ed il titolo di Patroni che portavano i Governatori dell'Arsenale, giammai meglio espresse, e con più verità la primitiva sua derivazione dalla voce Padre. Degli Arsenalotti la Repubblica si valeva per provvedere i vascelli da guerra d'industri artefici, i quali potessero viaggiare, e riparare ai disordini prodotti dalle fortune di mare, e soccorrere ai bisogni dei cantieri nella Dalmazia e nel Levante. Ad essi affidata era la custodia di tutti i luoghi della città più ragguardevoli e più gelosi. Allorchè i Patrizj si raccoglievano nel Maggior Consiglio, era una porzione di questa famiglia, che forniva di guardie il palazzo. Questo palazzo stesso era interamente posto in loro balìa all'occasione di un interregno. Un drappello di loro custodiva, durante la notte, la pubblica piazza, il tesoro di S. Marco, e que' due gran serbatoj della nazionale ricchezza, il Banco giro e la Zecca. L' Arsenale stesso, fondamento primario della nostra potenza marittima, della nostra grandezza, della nostra gloria, era consegnato alla loro fede. Ducento fra essi giravano tutta la notte e dentro e fuori delle sue mura; e benchè non dovesse cader ombra di trascuraggine in loro, pure venivano preseduti da uno de'primi architetti, e sopra tutto da uno de' tre Governatori dell'Arsenale, che nel suo mese di guardia non abbandonava pure un momento il geloso ricinto. Questa somma vigilanza era tanto più necessaria, quanto che ogni soccorso in caso d' incendio non solamente nell'Arsenale, ma nella città tutta, dai soli Arsenalotti traevasi. Ad un tocco di campana a martello accorreva tosto il Patron di guardia colla sua numerosa comitiva.
L' ammiraglio, ovvero il più anziano fra gli architetti, assumeva il comando. Le trombe stabilite ne'differenti quartieri della città, da essi soli si maneggiavano; essi soli abbattevano quelle parti degli edifizj, che parea necessario di distruggere per togliere la comunicazione con quelle già attaccate dal fuoco. La maggiore armonia regnava sempre fra il comando e l'esecuzione; tutto era ordine, tutto era animato dal più spontaneo fervore. Si videro in fatti in sì terribili incontri prove di coraggio e di zelo da non potersi lodare abbastanza, nè abbastanza ridire. In ricompensa di tanto amore e di sì importanti servigi, godevano privilegi distinti. I loro figli arrivati all' età di dieci anni inscrivevansi ne' pubblici ruoli dell' Arsenale, siccome figli legittimi di quella casa, e cominciavano sin d' allora a trarre una paga. Educati ch'erano, destinavansi a que'servigj che pareano più acconci alle loro cognizioni e capacità. Fatti vecchi e inabili godevano d'una pensione proporzionata all'impiego esercitato in gioventù. Per loro gloria, ad ogni elezione di Doge, spettava ad essi lo scortarlo, allorchè pomposamente si recava a prendere il possesso del trono. Essi inoltre avevano il privilegio onorifico, e di cui tanto andavano fastosi, come altrove abbiamo detto, di condurre il Doge nel dì dell'Ascensione ai suoi misteriosi sponsali col mare; ed il Doge dal canto suo ricompensava in modo insolito la loro straordinaria fatica, trattenendoli quel giorno a pranzo nel suo palazzo. In una delle sale si apprestavano le tavole, ornate sì, ma semplici, ove le vivande e il vino erano in copia. I membri della famiglia Ducale sopraintendevano perchè nulla mancassevi, e compiacevansi di prestare ai buoni convitati ogni cordiale attenzione. A ciascuno di essi inviava il Doge un dono di quattro fiaschi di moscato greco, una scatola di confettura fregiata col suo stemma, ed un'altra piena di droghe; costume derivato sin da que' tempi ne' quali i soli Veneziani facevano il traffico di tal merce, ed aggiungeva a tutto ciò una moneta d'argento. Bizzarra costumanza era quella di permettere, ch'essi portassero con seco tutti gli utensili della tavola, vale a dire bicchieri, piatti, tovagliuoli e possate, ma veniva ad essi severamente proibito di fare la loro favorita acclamazione Viva san Marco. La decenza del luogo esige spesso il sacrifizio del cuore. Così questi buoni artigiani se ne partivano contenti ed allegri, sentendo nel loro interno questa gran verità che l' amore sincero ed il verace rispetto non tanto si appalesano con inchini ed acclamazioni, quanto con una perfetta sommissione alle leggi, e con una dedicazione spontanea ed intera di sè medesimi. Tutto ciò dal buon popolo Veneziano e dagli Arsenalotti specialmente.
Festa di Sant' Isidoro AL RITORNO IN VENEZIA DEL DOGE DOMENICO MICHIEL
Spettacolo in vero commovente fu quello del ritorno a Venezia del Doge Domenico Michiel dopo una bella serie di gloriosi successi. Prima però di parlarne diasi un' occhiata ad un'epoca, di cui forse in tutta la storia del mondo non v'ha la più straordinaria ne'suoi principj, nè la più curiosa in tutto il suo progresso: ad un' epoca in cui guerre orrende insanguinarono tutta la faccia del globo dall'Egitto fino alla Livonia, dall'Irlanda fino all' Indostan; ad un'epoca in cui l'Europa intera parve divellersi da' fondamenti per rovesciarsi con tutto il suo peso sull' Asia, senza che tanta moltitudine di gente fosse a ciò forzata dalla voce imperiosa de'tiranni, ma puramente condotta dal fanatismo di una cieca obbedienza alla supposta volontà di Dio: epoca in cui ebbe luogo quell'assedio divenuto quasi famoso al paro di quello di Troja, non meno per le imprese operatevi, che per li sublimi versi del Tasso, da cui furono celebrate; epoca alfine che distrusse gli abusi del governo feudale, che fece svanire la rozzezza del gusto e dei costumi, naturale conseguenza di quello che mediante una catena di cause e di avvenimenti or più or meno apparenti, giovò a togliere per sempre la confusione, la barbarie e l'ignoranza, sostituendovi l' ordine, la civiltà, la coltura. Ognuno s' accorgerà di leggieri, che qui parlasi delle Crociate, o sia della spedizione de' Cristiani, diretta a strappare Terra Santa di mano agl'infedeli, dopo che per il lungo corso di sei secoli erasi sofferto di vedere una falsa religione adorata sopra quegli altari medesimi, in que'medesimi templi, e in quelle stesse contrade, ch'erano state consacrate dal divino autore della Religione Cristiana, unicamente vera.
Ogni classe di popolo accorse con ardore a questa grande impresa, ed un eguale entusiasmo destossi nei principi, che tenevano un posto importante nel sistema feudale; ma nessuno dei principali monarchi d' Europa entrò nella prima Crociata. Non l'imperatore Enrico IV, per non sentirsi disposto ad obbedire agli inviti del Papa; non Filippo I re di Francia distratto troppo dalla seduzione dei piaceri; non Guglielmo di Roux re d'Inghilterra, occupato della sua recente conquista; non il re di Spagna e Danimarca imbrogliati nelle guerre co' Mori; non i sovrani settentrionali di Scozia, di Svezia e di Polonia, a' quali interessavano poco gli affari de'popoli del mezzogiorno; non in fine lo stesso Papa, che quantunque successore di quel Gregorio II, a cui apparteneva la cura di armar l'Europa contro l'Asia, ricusò di concorrere, allegando per motivo lo scisma della chiesa e i doveri del Pontificato. Nemmeno i Veneziani si mostrarono punto zelanti a sostenere questa pietosa impresa. Anzi la Santa Città di Gerusalemme era già stata riscattata dalle mani degl'infedeli, e Goffredo di Buglione n' era stato eletto re, prima ch' essi cominciassero in tal facenda a meschiarsi. Finalmente l'anno 1099, pensando meglio i Veneziani ai loro interessi, fornirono una flotta di ducento vele, la quale verso Rodi s'incontrò con quella de' Pisani. Una gara di preminenza occasionò tra loro una zuffa sì sanguinosa, che bastò a decidere per sempre della superiorità in favore de' Veneti, ed i Pisani mai più non pretesero di gareggiare con loro in altro che in fatto di belle arti. Questa flotta vincitrice entrò poscia nell' Arcipelago, s'impadronì di Smirne, e facilitò ai Crociati la conquista di Jaffa, che presero d'assalto nel medesimo anno 1099, ed in tal modo finì questa gloriosa campagna.
L' anno appresso i Veneziani contribuirono sommamente alla
conquista di Tiberiade e di quasi tutta la Galilea.
Vennero poscia sotto a Caffa, la strinsero per mare, mentre Goffredo operando di
concerto dalla parte di terra, la costrinse ad arrendersi. L'ultima prova fu
questa, che Goffredo diede del suo valore, e poco dopo morì. Baldovino I suo
fratello s'impadronì della corona di Gerusalemme. I Veneziani non credendosi più
necessarj, rientrarono nei loro porti. Ma gli affari della Sorìa non procedevano
sotto Baldovino I con tanta prosperità come sotto Goffredo, talmentechè il nuovo
principe fu astretto ad implorare da tutte le parti assistenza. L' ottenne
prontamente dai Veneziani, e la loro squadra contribuì assai alla presa di Acri,
di Sidone, di Berito. Baldovino grato a tanti benefizj, cedette ad essi un borgo
di Acri, ov' ebbero permissione di stabilirsi, di tenervi i loro magistrati, e
di governarsi secondo le loro leggi e costumi, godendovi inoltre di tutti li
possibili privilegi del commercio e di tutte le franchigie. La flotta Veneta
lieta per tanti vantaggi, ritornò a Venezia ove ricevette veraci contrassegni di
generale approvazione.
Non assai tempo durò tal riposo. L'anno 1117 le cose de'Cristiani in Oriente erano a mal partito ridotte, e la Sorìa stava per ricadere in mano degl'infedeli. Quindi Baldovino risolse di spedire oratori a Venezia per implorare soccorsi novelli. A tal fine riconfermò non solo tutte le concessioni di prima, ma ne offerse anche di più ampie riguardo al commercio. Se non che mentre in Venezia si dibatteva su tal punto, giunsevi la notizia che Baldovino era stato fatto prigioniere e chiuso in un castello da' barbari. Simile sciagura avrebbe potuto rendere vani li maneggi degli oratori, ma i Veneziani ben sapendo calcolare i loro interessi, deliberarono di porre in ordine colla maggior prestezza una flotta; e più di cento vele comandate dal Doge Domenico Michiel ben presto uscirono dal porto. La squadra andò prima in Dalmazia a rinforzarsi di legni e di marinaj. Un vento propizio in pochi dì la condusse dinanzi all'isola di Cipro. Di là passò a Jaffa, dove una flotta d' infedeli corseggiava a vista del porto. Parve al Doge essere quella l' occasione propizia di segnalare il proprio zelo e quello de' suoi. Tosto si sforzano le vele onde raggiungere il nemico, che d' altra parte si allestisce anche' egli all'attacco con risoluta fermezza. I Veneziani danno principio con lo scagliare una nube di giavellotti, e già orrenda carneficina di qua, di là comincia. Non si discerne più il valore dalla ferocia; il sangue corre a rivi, l'aria rimbomba dello strepito delle armi, del fracasso de' vascelli, dell' urto de' combattenti, del gemito de' feriti e de' moribondi. Molte ore durò l' azione; alla fine gl'infedeli infievoliti, semivivi, piombarono da ogni parte in mare, e vi subissarono insieme colle loro navi. Distrutta così l'armata nemica, e rimasti compiutamente vincitori i Veneziani, il Doge Michiel giudicò opportuno di condurre la flotta vincitrice nel porto di Jaffa per dare ristoro a' soldati, ed attendere intanto novella occasione di altre imprese.
Si recò poscia a Gerusalemme per concertare col Patriarca, e con quelli che tenevano il governo durante l'assenza di Baldovino, le operazioni da farsi. Egli vi fu accolto non solo con tutti quegli onori che gli erano dovuti, ma con quanti possono cader in mente ad un popolo ridotto all'estremo, e che attende la sua liberazione. Prima di nulla intraprendere volle il Doge che si segnassero in iscritto le promesse già fatte alla Repubblica, al che condiscesero di buon grado e il Patriarca e i Magnati, con grand'utile de'Veneziani: giacchè, è duopo il confessarlo, questi aveano sempre l'animo rivolto non solo a non gettare le spese de'loro armamenti, ma altresìi a ritrarre il possibile vantaggio dai soccorsi, che ai loro alleati prestavano; ed in questa stessa guerra, in cui tutte le nazioni condotte da religioso entusiasmo s' impoverivano d' uomini e di danari, la sola Repubblica di Venezia dilatava il suo commercio, piantava stabilimenti, diveniva il magazzino dell'Europa e dell' Asia, e si poneva in istato d' assorbirne tutti i tesori.
Fatto e sottoscritto l' accordo, si deliberò di por mano all'assedio di qualche piazza importante; ma erano discordi i pareri dei Generali intorno alla scelta, e tal discordia produceva inazione. Il Michiel mal sofferendo un tal ritardo propose di commettere la decisione alla sorte. Questo destro espediente, sì acconcio in tempi d'ignoranza e di superstizione, ei lo credette il più sicuro e il più pronto per togliere soggetto di disputa e troncare le difficoltà. Di fatto la sua proposizione venne con trasporto accettata. Per rendere poi più solenne quest'atto politico, si decise che si cavassero le sorti nella chiesa Patriarcale. Si venne dunque al tempio; vi si celebrò il santo Sacrifizio con pompa; e l' urna contenente tanti biglietti quante erano le città proposte per l' assedio, fu collocata sopra l' altare, e scelto un fanciullo per l' estrazione, volle il cieco destino porre nell' innocente mano Tiro.
Questo tratto della sorte fu preso per un augurio felice. E veramente il caso non poteva secondar meglio le mire de'Veneziani. V'hanno poche città celebri al pari di Tiro. Fondata da Agenore figlio di Belo, essa fu per lungo tempo la sede delle arti e del commercio. Le sue colonie si diffusero per tutta la costa dell' Africa, vi fondarono Utica e Cartagine, e sulla costa d'Europa innalzarono Cadice, non lungi dalle colonne di Ercole, che allora consideravansi come gli estremi confini del mondo. Bellissima era la sua posizione, e tutta la spiaggia circonvicina era deliziosa per la fertilità, per la squisitezza de' frutti, e sopra tutto per la dolcezza del clima, mentre e primavera e autunno colà regnavano a gara, portando insieme l'una i suoi fiori, l'altra i suoi frutti. Nè il soffio ardente de'venti meridionali che tutto fanno appassire e diseccano, nè il rigore dell' aquilone osò giammai toglier ivi ai giardiui l' ornamento dei loro vivi colori. Lungo spiaggia sì ridente la città di Tiro s'innalza. Se una simile città avea meritato, che altre volte Alessandro il Grande la riguardasse come una delle sue più preziose conquiste, non è a stupirsi, che i Veneziani facessero ogni sforzo per riscattarla dalle mani del Califfo d'Egitto, che ne possedeva una parte, e da quella del Soldano di Damasco che ne occupava il resto.
Se ne prepara dunque immediatamente l' assalto. Le truppe di Gerusalemme la circondano dalla parte di terra, ed intanto la flotta Veneta s'incammina ad attaccarla dalla parte del mare. La città di Tiro non era accessibile alle truppe terrestri che dal lato di Oriente, mediante un istmo angustissimo, ed anche difeso da forti muraglie e da elevate torri, cui ricingea una fossa profonda e larghissima. A settentrione, a mezzodì e a ponente l'attorniavano vasti scogli a fior d'acqua, ed inoltre fortificavala un doppio giro di muro. Il suo porto era difeso da due immense torri, che ne proibivan l'ingresso. Ed oltre a tutto ciò numerosa guarnigione, molto agguerrita la custodiva di dentro, che dovea per lo meno far temere agli assalitori di aver a spendere molto tempo, e a sostenere lunghe fatiche prima di poter ottenere il sospirato successo.
Ad onta di tante difficoltà insieme accoppiate, cominciò dall'una parte e dall' altra l' attacco; ma lente erano le operazioni a motivo del numero e della natura degli ostacoli da superarsi. I tentativi furon molti, ma sempre vani, e dopo tre mesi non si vide più avanzamento di prima. I Veneziani, avvezzi a prendere quasi sempre le città al primo tratto, cominciarono a mostrarsi svogliati e stanchi, nè vi volea meno che la grande fermezza del Doge per tenere a freno l' armata, ed impedire la diserzione. Per colmo di sfortuna si divulgò la voce, che il Soldano di Damasco ragunava un forte esercito per correre in ajuto de' Tirj; e tanto bastò perchè il campo di terra fosse messo a rumore; giacchè i soldati prevedevano, che se tale esercito giungeva, tutto il fuoco della guerra si sarebbe rivolto contro essi, mentre i Veneziani, rimanendo sempre aperto il mare, potevano in caso di qualche sinistro ritirarsi. A chiare note aggiungevano, che se questi Repubblicani doveano essere fatti partecipi degli utili delle conquiste, era giusto che ne incontrassero anche i pericoli; che le condizioni insin allora non erano state pari, poichè gli uni rimanevano esposti a tutti i rischi, e gli altri vivevano in piena sicurezza.
Giunsero tali mormorii all' orecchio del Doge Michiel, ed ei ne rimase grandemente offeso, e a buon diritto, poichè era uomo franco, leale, generoso, esatto mantenitore delle promesse, incapace della più piccola viltà, e che avea in conto di sanguinosa ingiuria ogni ombra di sospetto, che altri osasse spargere contro l'equità dei suoi sentimenti. Egli adunque studiò il modo di poter convincere la moltitudine delle sue rette intenzioni, contrarie affatto ai loro manifesti timori. Gli nacque un pensiero non poco ardito, che tosto volle eseguire.
Le galee Veneziane stavan sull' ancora. Egli le fece sguernire di timoni, di alberi, di vele, di tutti insomma gli attrezzi navali; ne caricò il dorso de'suoi marinaj, e sceso a terra con essi, comparve al campo alla testa di sì impensato convoglio. Ivi con quel tuono franco che nasce da un vero sentimento di onore e da una pura coscienza, parlò all'armata, che attonita il guardava. Le fece comprendere, che i Veneziani non sapevano che fosse viltà o tradimento; ch'essi bensì erano sempre fedeli ai loro impegni anche in mezzo ai più tremendi pericoli; che ad ogni modo non volendo soffrir più lungamente di essere sospettati rei, erano venuti a depositare nelle mani di essi il pegno della loro fedeltà e della loro risoluzione. Fece allora schierare alla comune vista tutti gl' istrumenti, senza de' quali ogn'idea di partenza rendevasi vana. Ordinò ai soldati di Baldovino d' esserne i depositarj, indi soggiunse: “Ecco che adesso il nostro rischio è ancor più grande del vostro; voi non avete a temere che il ferro del nemico, noi il furore di tutti i venti; voi potete fuggire, per noi è tolto ogni scampo.”
Questa condotta veramente eroica del Doge riempì di stupore e
di ammirazione l' esercito. I Generali fecero sommi encomj al suo coraggio, alla
sua intrepidezza, nè vollero per nessun patto permettere, che tanti bravi
guerrieri ed un sì gran numero di vascelli restassero esposti a perire ad ogni
picciol soffio di vento; e rivolti al Doge il pregarono a voler disprezzare le
ciarle d' una turba ignorante, a viver sicuro della loro piena fiducia, ed a
ripigliare tutti i suoi attrezzi marittimi.
Egli, trovandosi con ciò interamente soddisfatto, si congedò, e ritornato alla
sua flotta la fece tosto riordinare per ricominciar subito i concertati attacchi
con più vivacità e ardore di prima.
Veramente ciò che diede l'ultima mano alla presa di Tiro, dopo cinque mesi di assedio, fu per quanto dicesi, lo stratagemma di alcune lettere intercettate che venivano recate da una colomba. Nè v' è in ciò meraviglia, mentre è già noto l' antico uso ch' eravi in Sorìa, di avere speditamente avvisi da luoghi lontani col mezzo delle colombe. Che che ne sia, le truppe di Baldovino, non men che le Veneziane, entrarono nella città, e vi spiegarono sulle torri le loro rispettive bandiere. Il trattato già conchiuso fra le due nazioni venne esattamente osservato, ed il Doge prese possesso d' un terzo della città. Lo stesso venne in Ascalona, che poco appresso si arrese.
Il re Baldovino che frattanto ottenuta avea la sua libertà, pagando però il riscatto, quando rientrò in Gerusalemme ed udì la convenzione seguita tra' suoi agenti e la Repubblica, l'approvò e la confermò con un atto solenne, cioè vi pose il suo regale suggello. Inoltre dicesi, che in riconoscenza de' servigi prestatigli dai Veneziani volesse, che qualunque volta il Doge di Venezia recato si fosse a Gerusalemme, avesse a ricevere quegli stessi ouori, che si tributavano a lui stesso.
Tutti questi vantaggi furono il motivo, che destò contro i
Veneziani le gelosie ed i sospetti dell' imperatore Carlogiani, che regnava a
Costantinopoli dopo la morte di Alessio. Egli senz'altri riguardi comandò, che
quanti vascelli Veneziani s' incontrassero nei mari della Grecia, fossero
attaccati, e fece chiuder loro tutti i porti dell'Arcipelago. Quest' era
veramente un ricambiar male assai i beneficj, che la Repubblica recati avea ad
Alessio suo padre; ma non è da stupirne, essendo cosa rara che un privato ed
ancora meno un principe riponga la gratitudine nel numero de' propri doveri, e
chi ha la forza in mano preferisce agevolmente il suo interesse a ciascun altro
riguardo. In quanto a Carlogiani ei non seppe abbastanza conoscere, che una
monarchia sì vacillante come la sua, non poteva procurare ai suoi stati che una
debole protezione. In fatti appena il Doge Michiel si presentò davanti la città
di Rodi colla sua squadra, e si vide dai Rodiani negato l'ingresso, poco ebbe a
sudare per farsi padrone della piazza. Onde prendere vendetta dell'ingiuria la
lasciò in preda all'ingordigia de' suoi soldati; ma prima ebbe cura di sottrarre
al loro furore tutti i monumenti che potevano un giorno ornar la sua patria, e
li fece trasportare su i vascelli. Sì pregevol bottino era degno di lui. Rodi,
come ognun sa, fu celebre non meno per le sue saggie leggi sopra il commercio
che per i suoi poeti, pe' suoi pittori e per li suoi gran monumenti.
Se quest'avventurata città ebbe l'onore, che seguisse in essa l'incontro di quei
due illustri romani Cicerone e Pompeo, la disonorò alquanto il soggiorno che vi
fece Tiberio. Li persiani se ne resero padroni sotto il regno di Onorio; poscia
fu presa dai Generali dei Califfi nell'anno 647 di nostra salute; ricuperata da
Anastasio imperatore di Oriente, venne indi sottommessa nel 1124 da Domenico
Michiel.
Da di là si mise egli a percorrere le isole di Scio, di Samo, di Paro, d' Andro, di Lesbo, tutte in somma le Cicladi, e vi ebbe grande prosperità. Malgrado però tanta gloria e sì grandi vantaggi, il Michiel trovossi sul punto di perdere il frutto delle sue imprese, perchè gli mancò al maggior uopo il danaro onde pagare le truppe; quindi e soldati e marinaj si diedero, secondo il solito in simili casi, a mormorare del loro capo. Per prevenire gli effetti funesti di tale ammutinamento egli mandò in giro una moneta di cuojo, su cui fece improntare il suo nome, e ordinò a tutti i provvigionieri dell' armata di riceverla, promettendo sul suo onore di rimborsarli in contanti tosto che fosse giunto in Venezia. La fiducia che aveva in tutti inspirato la di lui pubblica e privata condotta e la sua alta riputazione, non permisero che alcuno dubitasse della sicurezza del pegno ch' ei presentava, e gli venne pienamente accordato quanto egli ricercava. È inutile il dire che mantenne esattamente la sua parola. Egli è in memoria di questo fatto sì utile e singolare, che si aggiunse in uno dei quadrati del suo stemma gentilizio la rappresentazione di alcune monete.
Dopo ch'egli ebbe attraversato tutto l'Arcipelago, determinò di ritornarsene a Venezia. Passando lungo le coste della Morea, conquistò Modone, e postavi guarnigione andò a riposare in Sicilia. Li primati del regno ed il popolo stesso, non sì tosto seppero il suo arrivo, gli corsero incontro, ed accesi da un vivo entusiasmo pe'suoi luminosi meriti, gli offrirono il diadema regale, pregandolo di renderli felici coll' accettarlo. Benchè l' offerta fosse assai lusinghiera, pure egli la ricusò, giacchè un vero Repubblicano, un Veneziano non potea sentir altra ambizione che quella di essere cittadino di una patria sì giustamente ammirata. Infine dopo aver empiuta tutta la spiaggia marittima dalla Siria sino all'Adriatico del nome Veneziano, pose il colmo alla sua gloria rientrando l'anno 1125 nel porto di Venezia senza aver perduto un solo vascello.
Grandi erano in patria li preparativi per riceverlo colla pompa dovuta ad un sì grande trionfatore, ma egli ricusò per sè stesso qualunque onore. Ad ogni modo al giunger suo accorse la città tutta per vedere un eroe, che avea tanto accresciuto il lustro della Repubblica. Ma quanto non si raddoppiò la sorpresa e la gioja del popolo, quando vide schierarsi sul lido li rari e magnifici monumenti e il gran numero di preziosi marmi di ogni specie ch' egli recato avea di Grecia? Soprattutto non rifinivasi mai d'ammirare quelle sterminate colonne di granito, che tuttavia si veggono sopra la piazzetta di san Marco. Fors'è per esse che la sua famiglia acquistò il soprannome di Michiel dalle Colonne, piuttosto che per quelle che sostengono la facciata del suo palazzo, nel quale anche ai dì nostri si contempla lo stendardo di questo Doge, su cui è tracciata una croce, distintivo di tutti quelli che concorrevano alle famose Crociate. Un sì antico monumento di gloria venne collocato in una sala, in mezzo ad alcuni trofei d' istrumenti navali e guerrieri da un discendente di quest' eroe, che privo essendo di prole maschile, a cui lasciar in un col suo nome anche le sue ricchezze, ed un sì illustre retaggio, avea formato il pensiero generoso e patriottico di farne un dono alla Madre-Patria, trasportandolo all' Arsenale, di cui egli era stato uno de' Governatori assai rispettato ed amato, e dove intendea di consacrare una sala pomposamente fregiata de' più preziosi attrezzi marittimi e militari, che ricordasero ai Veneziani uno dei fasti gloriosi della loro storia. Ma questo figlio infiammato da sentimenti sì nobili, ebbe la sventura di non poter effettuare le sue cittadinesche idee essendo sopravvissuto alla Madre comune.
Ritornando alla storia del Doge Domenico Michiel, di cui abbiamo interrotto il racconto con una digressione che soddisfacendo il mio cuore, chiede indulgenza a' miei lettori, dirò dunque che siccome in lui la pietà superava ogni altro sentimento, così più che tutte le preziose cose acquistate, specialmente rallegrava il suo cuore l'aver potuto trar dalle mani degl'infedeli, e recar con sè a Venezia il corpo di sant'Isidoro. Si accordano gli storici tutti nel celebrare la sua somma pietà, e bench' egli in petto annidasse tutta la forza del valore e gli spiriti più elevati, pure il suo cuore era semplice, e la sua credenza a un dipresso eguale a quella di tutti gli altri suoi contemporanei. Egli non volle por piede a terra, se prima non fosse tutto allestito per accogliere col dovuto decoro questa santa reliquia. Si raccolse in fatti sul Lido dove sbarcar dovea, la Signoria, il Senato e tutto il Clero. Allorcl è ogni cosa fu in ordine, il Doge scese dalla sua nave vestito con grande magnificenza, e seguìto da tutto il suo equipaggio si pose alla testa di una processione non solo numerosissima, ma sommamente divota. In tal modo fu trasportato a terra il corpo di sant'Isidoro, il quale venne riposto nella chiesa di san Marco; ed anche al dì d' oggi ivi esiste la Cappella a lui intitolata, ove vedesi scolpita la storia di tal trasporto, non che questa festa e questa grande processione, che porse uno spettacolo assai commovente, mercè del concorso di tutto il popolo attiratovi dal concerto di sentimenti i più vivi, quali sono della pietà, della gratitudine e dell'ammirazione. Da quel momento si decretò, che il giorno di sant' Isidoro sarebbe Festa di palazzo, e che il Doge col suo augusto corteggio si porterebbe ogni anno ad assistere ad una messa solenne, ciò che sempre si fece.
Poscia la Repubblica volle eternare in altro modo ancora le geste gloriose di uno de' suoi prediletti figli, e a tal fine le fece dipingere in alcune Tavole, che veggonsi ancora oggidì nella sala già detta dello Scrutinio, perchè ad onta di tutti gl'incendj avvenuti nel pubblico palazzo, parea che il Governo si facesse un dovere di ristabilire sempre gli stessi monumenti come contrassegni pubblici della gloria dei privati. Vedesi in una la battaglia del Doge Domenico Michiel e la vittoria da lui ottenuta sul Califfo d'Egitto. In un' altra è rappresentato il suo famoso assedio di Tiro. E perchè questa saggia Repubblica non contentavasi del valor militare, ma voleva insieme che i suoi Generali nodrissero la più rigida morale ed uno spirito affatto cittadino, così per dare un esempio di queste qualità insieme associate, aggiuntavi l'altra virtù sì necessaria ne' governi Repubblicani, della moderazione, fece dipingere nella stessa sala il Doge Domenico Michiel in atto di ricusare l' offerta sovranità della Sicilia.
A questo modo i Magistrati della Repubblica di Venezia facendo delle belle arti l'uso più nobile e più degno, se ne servivano non meno per ricompensare che per istruire. Più saggi in ciò degli antichi che si ristringevano ad innalzar delle statue, monumenti che finivano coi condurre gli animi ad una specie d'idolatria verso le persone, anzichè ad un giusto entusiasmo per le azioni, e che non aveano, come i nostri, il vantaggio di diffondere i semi della morale, porgendo insieme col testimonio della pubblica riconoscenza anche il precetto e l'esempio colla rappresentazione di fatti gloriosi ed atti a sublimare la fierezza Repubblicana.
Festa per la presa DI COSTANTINOPOLI
Vedemmo già come le guerre dei Crociati avessero per oggetto la liberazione di Gerusalemme; ora vedremo come allo spirito di Enrico Dandolo la liberazione di Gerusalemme servisse di pretesto per conquistare l' impero di Costantinopoli, e verremo con ciò a parlare di un'impresa felice che capovolse un grand'impero, e decidendo della fortuna di due grandi nazioni, portò la potenza Veneziana al più alto grado di splendore a cui siasi giammai innalzata.
Non puossi proferire il nome di Enrico Dandolo, che fu il promotore ed il capo di questa grande conquista, senza che si desti ne' cuori de' veri Veneziani un nobile orgoglio di averlo avuto per concittadino. Dotato di uno spirito elevato, ne concepi tosto il disegno, e lo diresse con sano giudizio e con sagacità infallibile. Seppe preveder da lungi gli avvenimenti, far nascere destramente le circostanze, prevalersi del bisogno che delle sue forze altri aveva, col far occultamente concorrere al maggior vantaggio della sua patria tutti gli stranieri interessi, Niuno meglio di lui conobbe quelli di Venezia, niuno li sostenne e difese con più energia, con più intelligenza, con più ardore e con più disinteresse personale. Comandante della flotta, spiccò per tutte quelle virtù che costituiscono la gloria di un capo; vigilante senza inquietudine, giusto senz'asprezza, esatto senza rigore, buono senza debolezza. Tale era il Dandolo, e ben meritava il fregio del diadema Ducale che gli fu conferito solo dopo gli anni 80, e quando la sua vista era al sommo indebolita per lo tradimento dell'imperatore Emanuele, che mentre egli stava ambasciatore alla sua corte, avea tentato di bruciargli gli occhi con un riverbero. A tale difetto suppliva però largamente la magnanimità e l'altezza dell' animo suo, come da ciò che diremo si potrà rilevare.
Verso la fine del duodecimo secolo gli affari de' Cristiani andavano alla peggio
nell' Asia. Li Turchi avean loro distrutti degli interi eserciti; Gerusalemme
era presa, e Lusignano che vi comandava rimasto era prigioniere: non v' avea
insegna cristiana in quasi più alcuna delle provincie della Siria. La serie di
tante disgrazie riaccese più che mai in tutto l'Occidente l'antico ardore delle
Crociate. A quel tempo Costantinopoli era il teatro delle più tragiche
catastrofi. Il voluttuoso riposo dell'imperator Isaaco era già stato di
frequente turbato da sollevazioni e da congiure secrete; poscia egli stesso
caduto era nelle trame di un fratello, che dommato dall'ingorda sete di regnare,
la quale conduce al delitto e all' atrocità, aveva per acquistare il precario
possesso di un trono vacillante, postergati tutti li sentimenti di natura, di
dovere e fedeltà. Mentre Isaaco stava trattenendosi colla caccia nelle valli
della Tracia, Alessio di lui fratello si rivestì della porpora fra le
acclamazioni di tutto l'esercito; e la capitale ed il clero applaudirono a
questa scelta. Isaaco non seppe la sua caduta, che allora quando si vide
inseguito dalle sue guardie. Fuggì solo senza risorse in Macedonia; ma nemmen
colà giunse ad evitare un più sciagurato destino: perciocchè venne arrestato e
condotto in Costantinopoli, dove gli furono cavati gli occhi, indi gettato in
una solitaria torre, e tenuto in vita a solo pane ed acqua per suo maggiore torn
ento. Il di lui figlio Alessio suo successore naturale all'impero, ebbe la sorte
di fuggire. Vestito da semplice marinajo andò a ricoverarsi sur un bastimento
mercantile Veneto, che lo sbarcò in Sicilia. L' altro Alessio si sostenne
nell'usurpato trono colla forza delle sue violenze, e per sett' anni stette
godendo il buon esito de' suoi misfatti.
Un tal ordine di cose offriva ai cristiani sempre maggiori pericoli pel loro
passaggio; altri pure ne esistevano dalla parte della Germania e della Ungheria.
I soli Veneziani potevano offrire ai Crociati i mezzi necessarj per un passaggio
sicuro e pronto nel Levante; talmentechè questi unanimemente determinaronsi a
spedire oratori a Venezia per ottenere il desiderato effetto. Vennero accolti
favorevolmente; si segnarono le condizioni preliminari, ed i Veneziani
adempirono ben presto i loro impegni. Ma al momento di affidare ai Crociati la
flotta convenuta, questi si trovarono nell'impossibilità di sborsare la somma
promessa di ottantacinque mila marche d' argento. I Veneziani già preveduta
aveano assai prima quest'impossibilità, ma non pertanto non avevano rallentate
le loro operazioni, anzi l' apparecchio fu maggiore di quanto erasi stbilito,
perchè, destri com'erano, miravano ad interessi maggiori, e principalmente al
partaggio delle conquiste che prevedevano potersi fare. Intanto il Doge propose
un accomodamento, che riuscire poteva utile ad entrambe le parti. Quest' era,
che a' Crociati ajutassero i Veneziani a toglier Zara, capitale della Dalmazia,
dalle mani del re d'Ungheria che custodivala con somma vigilanza; e dal canto
suo egli prometteva che la Repubblica grata a questo servigio, avrebbe accordato
ai Crociati tutto il tempo necessario a saldare il loro debito; anzi
consentirebbe che l'intero pagamento si dilazionasse sino al ritorno dalla Terra
Santa. Questa proposizione offriva tutte le apparenze di un vantaggio reciproco;
nondimeno insorsero alcune difficoltà, che a quei tempi erano d' un gran peso.
Una bolla del Papa formalmente portava la scomunica a tutti quelli che
prendessero l'armi contro un principe. cristiano, qual ch'egli si fosse. Il
Dandolo, da uomo del più gran senno, combattè con forza e distrusse gli scrupoli
de' Crociati, facendo conoscere che allora trattavasi di ricuperare i possessi
proprj, e di ricondurre all' obbedienza sudditi ribelli; al che il Papa non avea
diritto di opporsi. Egli infine seppe condurre gli spiriti deboli al termine a
cui voleva, cioè all'intera esecuzione de' suoi disegni. L'assedio di Zara fu
deciso, e poco passò ch' essa fu costretta ad arrendersi.
Tale conquista non fu per il Dandolo che il principio di altre più importanti e più utili. In tale speranza propose egli di svernare in Dalmazia, sotto pretesto di aver così il tempo neccessario per meglio apparecchiarsi alla conquista dei luogi sacri. Si trovò giusta la proposizione, perchè nessuno penetrò le di lui vere intenzioni; ma egli era ben sicuro di ricever presto nuove del giovine Alessio. Questo principe, contando assai sull' equità e sull' umanità del Papa, erasi a lui rivolto per ottenere soccorso, ma non ne aveva avuto che semplici parole di consolazione. In appresso come seppe l'arrivo in Venezia dei Crociati, quivi recossi sperando di meglio riuscire presso di loro; ma que' principi, unicamente intenti alla spedizione di Terra Santa, lo consigliarono a portarsi dall'imperatore Filippo, che avea per moglie Irene sua sorella. Alessio, nulla avendo di meglio da sperare, andò in Germania; ma Filippo, che aveva in Ottone un competitore da temersi, nessun soccorso poteva dar sul momento; il più che potè fare per il cognato, si fu di consigliarlo a ritornarsene presso i Crociati che si trovavano allora in Zara, e di offrire tutto ad essi per poter da loro qualche cosa ottenere. Vi aggiunse per altro una sola lettera commendatizia al Doge di Venezia, in cui erano esposte le vantaggiose proposizioni di Alessio di sua propria mano sottoscritte. Prometteva egli per se' e per suo padre, che, tosto che avessero ricuperato il trono di Costantinopoli, cessar farebbesi il lungo scisma de' Greci, e si sottometterebbero essi ed i loro sudditi alla Chiesa Romana. Impegnavasi inoltre di ricompensare le fatiche ed i servigj dei Crociati col pagamento immediato di ducento mila marche d' argento; di seguire i pellegrini in Egitto, oppure dove più fosse loro piaciuto; di mantenere per un anno a sue spese dieci mila uomini, e durante tutta la sua vita cinque cavalieri pel servigio di Terra Santa.
Niente di meglio aspettare potevasi il Doge, la cui eloquenza fece determinar la spedizione in favore del principe. Ma al momento della partenza non si trovarono più che Veneti e Francesi; tutti gli altri Crociati, più intimoriti dagli scrupoli, dai pregiudizj e dalla loro timida coscienza, che animati dall'umanità e dalla giustizia, ricusarono d'imbarcarsi.
La navigazione fu felice, e la flotta trovossi in breve sì vicina a Costantinopoli, da poter contemplare con vera ammirazione la capitale dell'Oriente, che anzi sembrava piuttosto quella del mondo intero, innalzandosi essa sulle sue colline, e dominando il continente dell'Europa e dell'Asia. I raggi del sole indoravano i tetti de' templi e de' palagi, e si riflettevano sulla superficie delle acque. Le mura formicolavano di soldati e di spettatori. Tanta moltitudine di gente valse per un momento ad indebolire il coraggio de' Crociati, molto più considerando, che dalla nascita del mondo non erasi giammai osato tentare un'impresa sì perigliosa. Ma l'eloquenza del Dandolo seppe rianimar il valore e le speranze in tutti i cuori, ed ognuno gettando gli occhi sulla propria spada o sulla lancia giurò di vincere o di morire gloriosamente.
Prima però di nulla intraprendere, si deliberò di spedire Ambasciatori all' usurpatore Alessio, intimandogli di rimettere la città e lo scettro a Isaaco ed al giovane Alessio, che n'erano i padroni legittimi. Il tiranno non solo ricusò di arrendersi, ma minacciò persin della vita gli stessi Ambasciatori. Tal rifiuto fece risolvere li Crociati a non più dilazionare l'attacco della città. Sì bene corrispose la riuscita, che ben presto i Greci furono ridotti alla disperazione. Si sollevarono essi contro l'usurpatore, il quale potè a stento fuggire ricovrandosi in Tracia, e non lasciando di sè altro vestigio che un ricco stendardo, per cui i Latini poterono poscia conoscere, che combattuto avevano contro un Imperatore. Il popolo allora corre alle carceri, ove sta rinchiuso il vecchio, il cieco, lo sventurato Isaaco, spezza le sue catene, lo ristabilisce sul trono, prostrasi a' suoi piedi senza ch'egli discerner possa l'omaggio vero dalla gioja simulata.
I Crociati ricevettero deputati dal legittimo Imperatore, che rimesso ne' suoi diritti era impaziente di abbracciare suo figlio, e di ricompensare i suoi generosi liberatori. Ma questi liberatori generosi non erano però disposti a rilasciare il loro ostaggio prima della ratifica del trattato già conchiuso col giovane Alessio. A tale oggetto si scelsero quattro deputati coll'apparente pretesto di felicitare l'Imperatore. Al loro arrivo le porte della città vennero aperte, una doppia fila di soldati faceva ala in ogni strada dove aveano a passare. Giunti nella sala del trono, i loro occhi furono abbagliati dallo splendore dell' oro e delle gemme, solita sostituzione al poter vero e alla vera virtù. Dopo i ceremoniali, si fece conoscere all'Imperatore il reale oggetto della loro venuta; ed egli comprese chiaramente, che conveniva soddisfare a tutti quegli obblighi che promesso aveva suo figlio. Ciò fatto, gli ambasciatori partirono; dopo di che li Confederati condussero in trionfo il giovane Alessio in Costantinopoli, che vi venne accolto col massimo trasporto di gioja da tutti gli abitanti. L'incontro dei due principi fu commoventissimo; i loro teneri abbracciamenti interrotti non venivano che dagli slanci della riconoscenza verso i loro liberatori.
Isaaco vecchio ed infermo volle associare il figlio all'impero. Ciò piacque a tutta la nazione, poichè la saggia gioventù di Alessio e le sue sventure gli avevano guadagnato tutti i cuori. La cerimonia dell'incoronazione si fece a santa Sofia con una magnificenza impossibile a descriversi. I Crociati ebbero i posti di onore, e tutti i contrassegni della più alta considerazione.
Ma siccome pochi sono quegli uomini straordinarj che, al par di Camillo, possano dire, che gli onori non aveano punto gonfiato il suo orgoglio, nè le sciagure abbattuto, così non v'è da meravigliarsi se Alessio rimesso nel sommo della grandezza cangiasse le disposizioni del suo spirito a segno d'insuperirsi della sua prosperità, e di attribuire alla propria virtù quella felicità che attualmente godeva. Quindi ne derivò, ch' egli non si credette più in obbligo di eseguire gli articoli del trattato. Per maggiore sua disgrazia, uno scellerato per nome Murtzulfo, docile ed insinuante come sono la più parte de' traditori, seppe guadagnare la confidenza del giovane principe, troppo inesperto ancora per sapere che gli adulatori sono la peste di ogni genere di società e particolarmente delle corti. I barbari consigli di quest'abbominevole cortigiano trascinarono di errore in errore il debole monarca, fino al punto d' approvare l'orrido disegno d'incendiare la Veneta flotta. E allora quando il genio del Doge Dandolo seppe render vano tale attentato, Murtzulfo approfittando del colpo fallito, rese Alessio sospetto al popolo d' essere d'intelligenza con i Latini. Tanto bastò perchè la sfrenata moltitudine si sollevasse contro di lui, e lo facesse cader morto sotto a' suoi colpi. Anche Isaaco spirò in mezzo alle convulsioni, ed il traditor Murtzulfo fu proclamato Imperatore.
Alla nuova di quest' orribile catastrofe, i Crociati giurano sull' istante di
punire la perfida nazione che incoronato avea un assassino. Sfidano a guerra
mortale il tiranno, e vogliono la conquista di Costantinopoli. Il volere ed il
riuscirvi fu l' opera di poco tempo. Il tiranno si fugge, le porte della città
si aprono, i Greci vengono ad implorar la clemenza de'vincitori.
Ai 12 di aprile dell'anno 1204 cadde dunque la famosa città, che dopo avere
lungo tempo dominato l' universo era divenuta l'ultimo centro della romana
grandezza; che nei giorni nuvolosi del suo spirante splendore era stata il
teatro delle più tragiche scene, l'asilo di ogni sorta di perfidie e di eccessi,
e che infine dovette succombere con sua gran vergogna a fronte di soli venti
mila Latini, di cui essa avea irritato lo sdegno, e da' quali, se avesse
ottenuto il perdono, sarebbe stata troppo felice.
Orrenda cosa è a ridirsi quale fosse il saccheggio, l' incendio, la strage.
Puossi asserire con certezza, che il Dandolo rinnovò il fatto di Scipione, che
distrutta Cartagine si volse mesto a guatarne le rovine. Egli avrebbe desiderato
di poter almeno salvare intatto ciò che pur rimaneva dopo i due terribili
incendj e devastazioni della città. Ma a que' tempi ancor barbari non era
possibile frenare la cupidigia del soldato conquistatore, il cui premio
principale era il saccheggio della città e degli abitanti. Pure il Dandolo tutto
pose in opera per minorar i mali, ed al saccheggio stesso diede un qualche
ordine. Tre chiese vennero assegnate come deposito del bottino, sotto pena della
scomunica e della morte a chiunque avesse disobbedito. Per intimorire anche
coll' esempio, venne appiccato con le sue armi e con lo scudo al collo un
ajutante di campo del conte di S. Polo convinto di avere violato questo sacro
dovere. Ciò rese per lo meno gli altri più destri e più prudenti; ma l' avidità
la vince sempre su la paura, e l'opinione generale valuta il saccheggio secreto
molto superiore al pubblico, quantunque questo per relazione di parecchi
scrittori di quel tempo fosse sì grande, che l'eguale non fu veduto giammai.
Baldovino scrivendo al Papa asseriva, che a sua estimazione non si troverebbe in
tutto il resto di Europa un ammasso di ricchezze simile a quello, che i Crociati
diviso si aveano fra loro.
Il che non deve parere strano, se si considera che Costantinopoli godeva della
miglior posizione riguardo al commercio; che eccessivamente felici erano le sue
campagne; che da nove secoli stata era la sede degl'Imperatori, e, per così
dire, la capitale dell'universo; che in essa trovavansi le migliori manifatture,
essendo il fondaco dell'Asia e di gran parte dell'Europa, a cui le nazioni
venivano a gara per approvvigionarsi di tutte le mercanzie più rare e più
preziose; ch' era insomma il centro del buon gusto e delle belle arti. A tutto
ciò fa anche duopo aggiungere, che questa città era stata arricchita dalle
spoglie dell'antica Roma, portatevi da Costantino, allorchè venne a fissarvi il
suo trono imperiale e a darvi il suo nome. Queste ricchezze si erano altresì
aumentate, mercè che in un sì lungo spazio di tempo essa non aveva mai sofferto
nè perdita alcuna, nè alcun disastro. Sembrerebbe a primo colpo d' occhio, che
le ricchezze di Costantinopoli fossero passate dall'un all'altra nazione, e che
la perdita e le sciagure de'Greci fossero state esattamente compensate dalla
gioja e dai vantaggi de' Latini; ma nel ginoco funestissimo della guerra, il
guadagno non eguaglia mai la perdita. Ed in fatti da questa i Latini non
trassero che un vantaggio abbagliante e passeggiero, mentre i Greci piansero
sulla rovina irreparabile della patria.
Si venne alla divisione del bottino. V' ha chi pretende, che i Veneziani vedendo
come i Francesi si rivendevano a vil prezzo ai Greci tanti sontuosi monumenti, e
colavano per avidità di oro gli avanzi preziosi delle statue di bronzo che
rimanevano tuttavia dopo gli incendj della città, che consumato aveano immense
ricchezze, atterrati gli edifizj, mutilate le statue, abbiano essi offerto di
prender per loro la massa totale delle spoglie, dando a ciascun cavaliere
quattrocento marche d'argento, ducento ad ogni prelato e ad ogni ufficiale,
cento ad ogni soldato.
Se falsa è la tradizione, vero è però che i Francesi nulla recarono con sè, ed i
Veneziani all'incontro, più esperti conoscitori anche in quel secolo delle arti
belle, vi trasportarono quantità di ricche suppellettili, gioje, pietre, anelli,
tratti dal tesoro imperiale, vasi d' oro, d' argento, d' agata, sorprendenti per
la loro grandezza, i quali erano stati portati in trionfo da Gneo Pompeo dopo la
sua vittoria su i Re Tigrane e Mitridate; coppe di turchina, di diaspro, di
amatista, lavorate da' più insigni professori dell'arte: monumenti illustri
dell'ingegno degli Arabi che vi aveano scolpiti de' caratteri nella loro lingua.
Tutto ciò rende probabile, ch'essi inoltre quindi apportassero e quadri, e
statue, e manoscritti. Ma è fuor di dubbio che vi asportarono que' quattro
cavalli di metallo dorato, non meno famosi pel loro moltiplice traslocamento,
che per la venustà delle loro forme. Tanti cospicui tesori vennero ad abbellire
la nostra città, ed i cavalli furono posti da prima dentro dell'arsenale, ma
sembrando che ivi non fossero bastantemente esposti alla comune vista, nè
conseguissero la dovuta ammirazione, s' innalzarono nella facciata della
Basilica di san Marco. V' ha chi afferma, che per aggiunger loro un carattere
allegorico, dimostrante che Venezia non aveva mai sofferto il giogo di straniera
potenza, fu spozzato il freno che per l'innanzi portavano in bocca, talchè
rappresentassero lo stato di una generosa e magnanima libertà. Colà
grandeggiarono trionfalmente pel corso di quasi sei secoli. Indi una pace senza
guerra, un trattato senza condizioni, una vendita senza compensi, li fecero
trasportar a Parigi. Eppure chi mai creder potrebbe che a' giorni nostri vi
fosse ancora un francese, il sig. Sobry, che dopo aver osato di scrivere e di
stampare, che i Francesi prendendo Costantinopoli, s'impossessarono de'
quattro cavalli di bronzo dorato, e ne fecero un dono alla Repubblica di
Venezia, che ne ornò l'ingresso della sua capitale (quasi che la
capitale della Repubblica fosse la basilica di S. Marco), osò di scrivere e
stampare non meno, che conquistata poi da'Francesi la città di Venezia
(senza dubbio col mezzo di truppe a cavallo trascorrenti la mercerìa, come una
loro incisione dimostra) i Francesi se li fecero suoi nuovamente, e li
trasportarono come cosa propria a Parigi. Certo è che da Parigi vennero
rimossi mercè le vittorie de'principi alleati. L'imperatore d' Austria pensò che
fatto avrebbe cosa degna del suo cuore coll'ordinare, che non già nella sua
capitale di Vienna, ma nella città di Venezia fossero ricondotti a testimonio
perpetuo e irrefragabile dell'antico valor Veneto. Tal ordine emanato, venne
tosto eseguito. Volle egli inoltre, che si riponessero nel primo lor sito a
meglio ridestare negli abitanti un vivo senso di gioja, che andasse del pari col
vivo senso di dolore esperimentato allorchè ne vennero tolti. Di fatti al
rivederli colà, il popolo giubilante parve dimenticare che quello fosse un dono,
e gli si risvegliarono i sensi dell'antica sua grandezza, di cui andava superbo
nell'epoca gloriosa, che padroni ne avea renduti i nostri antenati. Dono per
altro è questo preziosissimo; dono di augurio fortunatissimo, giacchè ovunque
andarono questi cavalli, dietro si trascinarono lustro e prosperità, siccome fu
lor costume di partire da quegli Stati che decadevano di possanza e di signoria.
Dopo la divisione del bottino si venne a quella delle terre. I Veneziani oltre
le isole dell'Arcipelago, e parecchi porti sulle coste dell' Ellesponto, della
Frigia e della Morea, ebbero il possesso formale della metà di Costantinopoli.
Anche questa disposizione fu opera di Eurico Daudolo, che non perdea mai di
vista tutto ciò che tendeva alla gloria e all'ingrandimento della Repubblica da
lui riguardata qual potenza marittima. Felici noi se avessimo sempre continuato
a pensar così!
Per questa ragione appunto, egli avea scelto le isole, i porti e le piazze sul
mare, considerandole come vere forze a cagione del commercio e della
navigazione, e preferibili a tutti i possessï del Continente.
Dopo di ciò, il nostro Eroe, alla testa di una processione solenne formata da tutto il clero, dai principi, ed altri signori che a Costantinopoli trovavansi, andò a Santa Sofia a render grazie all'Altissimo per avere durante tutta questa guerra benedette la armi degli alleati. Naturale era in vero che si riguardassero tutti questi prosperi successi come un favor celeste, quando consideravasi, che ventimila uomini solamente avevano una gloria sì luminosa acquistata, ed un sì grand'impero soggiogato. Si fecero pur anco feste magnifiche tanto in città, che al campo. Venezia nell'intendere la gran nuova manifestò con brillanti feste la gioja che ne risentiva; e benchè allora si entrasse nella Settimana santa, niente però si ommise per renderle decorose e belle. Ma quelle poi che nel giorno di Pasqua si eseguirono, furono ancor più magnifiche. Pure niente poteva esser paragonabile, a quanto stavasi preparando per celebrare il ritorno dell'illustre vincitore, che la Repubblica ricompensare voleva con tutti i meritati onori; ma la morte quasi fosse stata gelosa di vederlo trionfante in patria, ce lo rapì, e tutta la gioja converse in universale tristezza.
Pietro Ziani, che gli successe nel seggio Ducale, giudicò di non poter meglio onorare la memoria di un cittadino sì degno, quanto col soddisfare a proprie spese al voto che fatto egli avea, di erigere a san Nicolò protettore de' marinaj, nel palazzo Ducale, una cappella, se ottenuto avesse il compimento de' suoi desiderj. Tanto egli eseguì facendovi dipingere sulla muraglia la presa di Costantinopoli. Un incendio dopo molti anni ridusse in cenere la cappella; ma un altro Doge, cioè Andrea Gritti rifare la fece, e sin agli ultimi giorni della Repubblica si festeggiò ogni anno la memoria di questo fatto, recandosi i Dogi con tutta la Signoria nel dì 6 dicembre, giorno di san Nicolò, ad udire in questa cappella la messa solenne, ed a render atti di grazie all' Ente supremo che avea così bene favorite le nostre imprese.
Il Governo volle eternare in altro modo ancora la memoria del grande avvenimento, facendone dipingere tutta la storia sulle pareti del palazzo Ducale. Si provarono le fiamme di distruggere tal monumento di gloria, ma invano; giacchè alle prime incendiate pitture ne vennero tosto sostituite di nuove, le quali possiamo tuttavia ammirare nella sala, che fu un tempo del Gran Consiglio, ed ora accoglie la pubblica Biblioteca. Otto gran tele ci rappresentano le varie circostanze del fatto. I soggetti attuali sono in parte quelli stessi ch'erano stati trattati in antico. Io tenterò qui di farne la descrizione, per quanto una penna inesperta potrà seguir da lungi il vivace lavoro di portentosi pennelli.
Quadro I.
Domenico Tintoretto vi avea dipinto la cerimonia, ch'ebbe luogo nella chiesa di san Marco all'occasione di ratificare il trattato con i principi Crociati alla presenza del popolo Veneto. Il Lorenese Giovanni le Clerc si accinse a ripetere il fatto medesimo. Egli rappresentò l'interno della chiesa di san Marco ricopiato dall'originale in modo da farne illusione. Tutti i principi Grociati vi sono raccolti e sì bene contraddistinti, che tu giungi a riconoscer ciascuno. Ecco conte di Fiandra; ecco Enrico conte di san Paolo; ecco Luigi conte di Savoja; ecco Bonifacio marchese di Monferrato, ed altri ancora. Il popolo Veneto si affolla per essere testimonio e giudice al tempo stesso; presta egli la massima attenzione al discorso del Doge Enrico Dandolo. Questi dall'alto della tribuna sta annunziando pubblicamente gli articoli del trattato con li Crociati. Unanime è l' approvazione; la gioja brilla negli occhi di ognuno; tutte le menti sono egualmente colpite da rispetto, da fiducia, da ammirazione verso questo venerabile vecchio, e malgrado le differenti attitudini degli spettatori, puossi facilmente indovinare, che il Doge Enrico Dandolo verrà, con universale consenso, acclamato capo di questa grande spedizione.
Quadro II.
Anticamente in questo quadro Luigi di Murano aveva rappresentato l'imponente
spettacolo offerto nelle lagune della flotta Veneziana composta di 100 grossi
vascelli, di 120 galee e di 60 bastimenti da trasporto, allestiti per la
partenza. Distinguevansi pur anche quelle tre gran navi chiamate il Paradiso,
il Mondo, il Pellegrino, che furono la meraviglia e lo spavento
dei nemici. Al momento di rimettere il quadro parve cosa poco importante il
figurare un semplice apparecchio di navi, e si giudicò esser meglio l' esprimere
un fatto. Quindi si diede per soggetto ad Andrea Vicentino la conquista di Zara,
richiamando per tal modo alla mente un'azione gloriosa de' Veneziani, ed un
tratto considerabile della loro destra politica. Quest'eccellente pittore ci
presenta la vista della città di Zara dalla parte del mare, ed insieme quella
della nostra formidabile flotta, che ha già forzato l'entrata del porto,
quantunque gli assediati l' avessero chiusa con forte catena. E soldati e
marinaj animati dal loro intrepido comandante Enrico Dandolo danno l'assalto
alla città; tutti a gara fanno giuocar i dardi e le balestre per tener lontani i
nemici. Già le mura si scalano, già la città è presa: che cosa resta a fare ai
miseri abitanti in sì crudele frangente?
Quadro III.
L'unico rifugio per gl'infelici Zaratini si era quello soltanto d'implorare clemenza e perdono al vincitore. Non l' osavano però; che troppe volte aveano essi abusato dell'indulgenza dei Veneziani. Domenico Tintoretto nel suo quadro ci mostra la risoluzione presa dagli abitanti di Zara. Vedesi una lunga processione di donne e di giovanetti vestiti tutti di bianco, che in atteggiamento umile e sommesso vanno a giurar fede e obbedienza in nome de'cittadini, ed a presentare al Doge le chiavi della città. Ad uno spettacolo sì commovente tutti i Principi si mostrano inteneriti; s'interessano vivamente in loro favore, ed esercitano de' buoni uffizj presso i Veneziani, onde accordino il perdono a quei messi innocenti, che vengono ad implorarlo per tutti. Non v'è da dubitare; il Dandolo glielo concede, e di più leggonsi sul suo volto generose promesse di un avvenire veramente felice. I Veneziani non hanno mai mancato alla loro parola.
Quadro IV.
Jacopo Tintoretto in prima, poscia Andrea Vicentino espresse in questa tavola la scena interessantissima del giovane Alessio Comneno, che presenta ginocchioni al Doge Dandolo le lettere commendatizie dell'imperatore Filippo. II Doge sta seduto sul suo trono circondato da' principi Crociati e da'suoi uffiziali. Il genio dell'artista seppe rappresentare al naturale le diverse sensazioni che provano que'personaggi. L'attitudine del giovane principe ed il suo volto palesano abbastanza qual vivo dolore lo penetri, ed ogni cuore se ne sente commosso. Il Doge che nulla più bramava pel compimento de' suoi voti, quanto questa comparsa, c'indica in tutta la sua fisonomia le di lui future speranze; pure egli deve nascondere ciò che gli bolle in cuore. Sa di aver a fare con uomini di coscienza timida, e troppo facile a restare spaventata da quella potenza, che coperta da un mantello venerabile avea già stabilito l'opinione generale a piegare ogni cosa al suo volere; talmentechè v' era tutto da temere per parte di questi. Di fatti si osservano fra gli spettatori alcuni, i quali atterriti dalle bolle del Papa, guardano quasi con orrore quella flotta, che sta in qualche distanza, e che si può credere ora destinata per tutt' altra spedizione, che per quella di Terra-Santa. Pure sonovi alcuni altri tra gli astanti, che gettano pietosi gli occhi sul greco Principe, e già si mostrano disposti ad intraprendere tutto in suo favore. Essi sembrano partecipare delle pene e delle sciagure di un uomo, che nato in mezzo alle grandezze eccita viemaggiormente la compassione delle anime nobili e generose.
Quadro V.
È nobil lavoro d' Jacopo Palma il giovane, il quadro che vien dopo. Una galleggiante selva di alberi, di antenne, di sarte, fra mezzo alle quali fiammeggiano le Venete insegne, ci rappresenta la nostra flotta, che dopo aver vittoriosamente superati que' due famosi Promontorj di Sesto e di Abido, trovasi in faccia alle mura di Costantinopoli. L'usurpatore Alessio ricusa di arrendersi, e i Crociati sono risoluti di non più differire l' attacco. La catena che difendeva l'ingresso del canale è da' Veneziani spezzata. Vedi: la flotta è già nel porto; il fuoco invade i vascelli nemici; un fuoco eguale si appicca a molti quartieri della città; non v' è più salvezza per i Greci; tutto dee cedere dinanzi a sì valorosi guerrieri.
Quadro VI.
Toccò al pennello di Domenico Tintoretto il sottoporre agli occhi de'
risguardanti il magnifico aspetto di Costantinopoli, che lungo le rive del mare
distende le solide sue mura fortificate di numerose torri. Tra le navi Venete
dalle quali è cinta, si distinguono quelle due sterminate, il Paradiso e
il Mondo, che insieme legate rendono più facile e più efficace l' effetto
delle macchine d' attacco. Se l'ardore de' soldati apparve grande nel primo
conflitto, quando trattavasi di riporre sul trono avito un principe sventurato,
qui è ancor più furibondo e terribile, trattandosi di vendicare il proprio onor
vilipeso, e di punire la più nera perfidia. Il Dandolo è l'anima di tutta
l'impresa. Armato da capo a piedi, egli sta più di tutti esposto ai colpi
nemici. Innanzi a lui sventola lo stendardo di san Marco, e su quello tutti
giurano di vincere o di morire. Una scarica generale di pietre e di dardi dà
principio all'assalto: i Francesi sono audaci; i Veneziani abilissimi. In mezzo
a torrenti di fuoco greco che investe gli assedianti, si ravvisa Pietro Alberti
veneziano, che slanciasi fuori del vascello, s' arrampica sopra una delle torri,
ne guadagna la sommità, salta sulla piatta-forma colla sciabola alla mano,
attacca, uccide, rovescia tutto ciò che incontra, e già lo stendardo della Croce
è piantato sulle mura nemiche. Andrea d' Urboise francese fa altrettanto sopra
un' altra torre, ed una folla di soldati valorosi respingono i Greci, e li
rovesciano dall'alto delle mura. Si sforzano le porte della città, i nemici
fuggono, i Crociati inseguono, ed a gran colpi e senza distinzione tutto
abbattono. Generale è l' orrore, la confusione, il macello. Poichè per salvar la
città più non vale la forza, si ricorre alle preghiere. Ed ecco in fatti in
mezzo al bollor della mischia uscire dalla porta una lunga processione. Vi
precede il clero colla croce inalberata e colle sante reliquie. Il popolo senza
capo e senza soldati venne ad implorar la clemenza de' vincitori. Il Doge ed i
Principi sono troppo generosi per abusare della sommissione di tutta questa
moltitudine supplicante.
Quadro VII.
Scena egualmente grandiosa fu riserbata alla bravura di Andrea Vicentino, onde
rimettere il dipinto di Francesco Bassano, ehe fatalmente perì. Egli fè brillare
il suo talento e la ricchezza della sua immaginazione nell' aprirci il magnifico
tempio di santa Sofia, in cui dodici elettori, parte Veneti, parte Francesi,
stanno raccolti sopra una specie di tribuna per la creazione del nuovo
Imperatore. Benchè si tratti di acquistare la prima corona del mondo,
l'attitudine di tutti que'personaggi ci assicura non esservi rivalità fra loro,
non brighe di alcuna specie; tutti egualmente operano di buona fede: esempio
assai raro fra due popoli emuli nel valore, in una elezione di tanta importanza.
Gli sguardi di ognuno sono particolarmente diretti verso il Doge. L'alta
considerazione ch' egli gode, farà certamente cadere su di lui la scelta.
Repubblicani non temete, ch'egli preferisca altri titoli a
quello di libero cittadino, nè altri interessi che quelli della sua patria!
Quadro VIII.
Il giovane Baldovino conte di Fiandra è creato Imperatore. La cerimonia della sua incoronazione era l' unico fatto, che mancasse a presentarci compiuto il grande avvenimento. Se nol possiamo più vedere quale lo avea ideato Francesco Bassano, non abbiamo troppo di che dolerci, mentre Antonio Vassilachi, detto l' Aliense, che venne trascelto a rinnovarlo, fu pittor tale da eccitar la gelosia nello stesso magnifico Paolo. Qual v'è cosa più stupenda della Piazza Maggiore di Costantinopoli variamente fregiata di logge, di piramidi, di palagi? La grand' arte della prospettiva usata sì nella disposizione degli edifizj, come nella collocazione e negli scorci delle infinite figure, ond'è composta la folla del popolo accorso alla funzione, ci fa comprendere la grande estensione del luogo. Ma i nostri sguardi vaganti per sì vasto spazio, vengono presto richiamati a fissarsi sopra il gruppo più vicino, che forma il soggetto primario del quadro. Sopra un'alta gradinata s'innalza un trono coperto di ricco baldacchino, e sul trono siede quell' eroe sì degno dell'immortalità, quel modello del vero Repubblicano, quell'Enrico Dandolo infine, il quale sta in atto di riporre sul capo del nuovo monarca una corona, che il comun voto avrebbe volentieri riposta sul suo. Ma egli è più contento di disporre delle corone che di conseguirle. Baldovino benchè vestito con regal pompa, e collo scettro in mano gli sta ginocchioni dinanzi. Tutti gli spettatori sono giubilanti: godono del proprio stupore, nè sanno che cosa ammirar più, se il nobile disinteresse dell'uno, o la fortuna dell'altro.
Oh pittura, arte divina e vero incanto de' sensi, quanta lode a te non si deve, che sì felicemente perpetui le grandi azioni, e quasi vive le presenti anche agli occhi del volgo, del che certo vantar non si possono le dotte carte degli scrittori! Ma quanta lode insieme non è dovuta agl'illustri capi del Veneto Governo, che non ommisero giammai occasione di rivolgersi a così nobile uso, e nell'atto d'immortalare gli eroi benemeriti della patria, animarono pur anco il genio degli artisti, aprendo alla posterità una carriera, nella quale non lascieranno giammai i Veneziani di tenere il posto più luminoso!
Festa per la ricuperazione DI CANDIA
Malgrado tutti i vantaggi che l' illustre Doge Enrico Dandolo ritratti avea dalla celebre conquista di Costantinopoli, egli non era pago abbastanza; desiderava inoltre il possesso dell'isola di Candia. Questa era stata ceduta a Bonifacio marchese di Monferrato da Alessio figlio d'Isaaco, mercè di un particolar trattato. Il Dandolo seppe fare in modo, che Bonifacio gliela cedette, mediante una grossa somma di danari. Non potea però dirsi pagato a troppo caro prezzo un acquisto di sì grande utilità. Quest' isola, che anticamente chiamavasi Creta, venne celebrata da molti scrittori. Nomavasi l' Isola di cento città, delle quali ai tempi di Plinio ne esistevano ancora quaranta. La sua fama fu tale, che perfino si ebbe ricorso alla mitologìa per innalzarne la gloria. Dicevasi essere stata governata dagli Dei, o almeno da alcuni uomini, che agli Dei rassomigliavano. Ciò che anticamente correva intorno al re Minosse, viene ripetuto anche oggidì, se non come una verità di quei tempi, almeno come il miglior esempio da essere offerto ai monarchi; poichè secondo gli storici più antichi, egli fu che colla sua saggezza e moderazione rese Creta possente e felice: gloria, dice Fenelon, che ha cancellato quella di tutti i conquistatori, i quali vogliono fare servire i popoli alla lor gloria, cioè alla loro vanità.
La posizione di quest'isola è la più vantaggiosa per lo commercio. Trovasi all'
imboccatura dell' Arcipelago; ha l'Europa da una parte, l'Asia e l'Africa
dall'altra, che tiene, per così dire, in soggezione. Essa è circondata da
colline piacevoli, da fertili valli, da montagne coperte di pini e d'abeti molto
opportuni alla costruzione de' vascelli; ed a'piedi di queste montagne
verdeggiavano una volta boschetti di cedri e di aranci odorissimi. Non potevasi
vedere senza ammirazione il gran numero di armenti e di greggie, che mugghiando
e belando si disperdevano per quelle ridenti vallate, e pasturavano in mezzo a
salubri praterìe innaffiate da pure sorgenti, e da ruscelli che le dividevano.
L'occhio scorreva deliziosamente sopra que'campi da ricche messi coperti, che
venivano a terminare alle falde de' colli, su cui le viti pendenti in festoni
dagli alberi, offrivano bei gruppi variamente colorati, e contenenti un succo
dolce e spiritoso, che prometteva ai vendemmiatori una bevanda, nella quale
doveano ben presto perdere la rimembranza delle loro fatiche e dei loro lavori.
Non conviene dunque maravigliare, se un'isola sì feconda sia stata sempre
vagheggiata da tutti i conquistatori. Di fatti moltissimi e Greci e Barbari ne
fecero, or questi or quelli, la conquista. Metello, dopo la sua vittoria sopra
Antiochia, la sottomise alla Repubblica Romana. Fu pure soggetta agl'imperatori
di Rome anche dopo che il seggio imperiale si trasportò in Bisanzio. Venne
poscia presa e saccheggiata più volte dai Saracini. Furono essi che le
cangiarono il nome, e la dissero Candia, forse a cagione della bianchezza
de'suoi monti, che secondo Strabone, chiamavansi candidi o bianchi.
Questi nuovi conquistatori vi costrussero la metropoli, che venne egualmente
detta Candia. Tre secoli dopo ritornò in potere de' Greci sotto il regno
dell'imperatore Niceforo Foca, e vi rimase fino all'epoca in cui fu ceduta al
marchese di Monferrato, o sia ai Veneziani.
Se Venezia alla nuova d'un acquisto sì importante sentì tutti i trasporti della gioia, i Candiotti al contrario mercè dell'odio implacabile che aveano giurato ai Latini, si abbandonarono alla desolazione per essere stati ceduti alla Repubblica. Si lusingarono nondimeno di poter colla loro unione respingere questi nuovi padroni, ed assicurarsi da ogni invasione. Ma al momeato dello sbarco, tutto loro mancò. Il valore de' soldati Veueziani e la buona condotta de'loro capi ne compierono tosto la conquista.
Cominciossi in prima dall'esaminare qual Governo potesse meglio convenire a quest'isola, avuto riguardo alla sua estensione, allo spirito ed all' umore de' suoi abitanti. Dopo mature riflessioni fu deciso di trasportar in Candia una numerosa colonia di Veneti nobili e plebei, i quali aumentando la popolazione, potessero insiemé bilanciare la forza attuale del regno. Vennero assegnate ad essi alcune terre, e data una costituzione Repubblicana simile a quella della Capitale, a cui Candia dovea per sempre essere unita e soggetta. Il primo Doge che partì per Candia co' suoi Coloni, fu Jacopo Tiepolo.
Malgrado delle ben saggie ed avvedute sollecitudini de'Veneziani, essi non poterono soffocare la rabbia degli uni, l'invidia degli altri, e la gelosia di quelli che pretendevano gareggiare con essi loro in fatto di commercio. I Genovesi troppo deboli ancora per osar di lottare a forza aperta, ricorsero all' astuzia per sollevare i Candiotti contro il Veneto Governo. La protezione ad essi accordata da Roberto compì di determinarli. Dopo qualche anno il tradimento del Duca di Naxe incoraggiò l'audacia de' ribelli, che trovarono nuovi soccorsi presso l'imperatore Niceta; di modo che, durante un secolo e mezzo, quest'isola fu esposta a frequenti rivoluzioni, ed a ribellioni continue sotto differenti forme e pretesti diversi, che si sarebbero eternati, se non vi si ponea termine collo spargimento del sangue: mezzo infelicissimo per cuori paterni, che versano lagrime sopra simili trionfi.
Ma la sollevazione più fatale, e che più particolarmente immerse nell'afflizione i teneri padri della nostra patria, quella si fu che accadde nell'anno 1361 sotto il Doge Lorenzo Celsi. Questa volta il disordine non venne dalla parte dei Greci nativi, poichè dopo parecchi infruttuosi tentativi sembravano finalmente disposti a tollerare l' imposto giogo. Furono bensì i Veneti coloni stabiliti nell'isola, i quali unanimemente inalberarono lo stendardo della ribellione. Cominciarono dal lagnarsi, che nessun di loro fosse chiamato a Venezia ad occupare il posto di Savio, ch'era una delle prime dignità dello Stato, pretendendo che per essere essi una porzione distinta del corpo della Repubblica non doveasi trascurare di assegnare loro nel Gran Consiglio un certo numero di posti, afine di avere in Venezia persone, che procacciassero di preservare i loro diritti e difenderne gl'interessi. Su di ciò si determinarono di presentare al governo di Candia una supplica, la quale letta appena, uno de' Consiglieri rivolto a' deputati disse con ironia: ah! ah! vi sono de' Savj fra di voi? Questo amaro scherzo fu la scintilla, che accese un grande incendio. Da quel momento ad altro non si attese, che a macchinare la ribellione. Vi voleva nondimeno un pretesto; e questo si trovò, benchè mancante di fondamento. Il Senato di Venezia avea spedito in Candia un ordine, con cui veniva stabilita una nuova imposta, per la riparazione del porto e del molo. Gl' isolani senza punto badare all'utile comune che dà queste operazioni derivava, si ammutinarono, dichiarando di non voler assolutamente obbedire, e sull'istante presero le armi. Si portarono tumultuariamente al Doge Leonardo Dandolo, e trovando le porte chiuse si provarono di abbatterle. Allora il Doge escì co'suoi Consiglieri, perorò ai malcontenti, rinfacciò loro, benchè con dolcezza, l'indecenza e l'irregolarità della loro condotta, e gli esortò alla tranquillità, all'obbedienza. Nulla potè-calmarli, e fu quasi un prodigio s'essi non segnarono collo spargimento del sangue i primi movimenti dei loro temerarj trasporti. Si contentarono di arrestare il Doge ed i suoi Consiglieri, racchiudendoli in una prigione. Poscia si scelsero un capo che chiamavasi Marco Gradenigo. Siccome molto ad essi importava l' avere i Greci dal loro partito, per renderseli favorevoli abolirono il rito latino in tutte le chiese. Sostituirono lo stendardo di san Tito a quello di san Marco; apersero le prigioni; misero i delinquenti in libertà, a condizione però che si ponessero nelle loro truppe, e che servissero gratuitamente per sei mesi.
Appena l'infausta notizia pervenne a Venezia, che vi destò la massima costernazione, inspirata dal timore di perdere un'isola sì utile e sì cara. Un altro sentimento vi si aggiunse ancora. Molti cittadini erano costretti ad affliggersi per la perdita di alcuni parenti o amici, che conveniva sacrificare alla patria. Il Senato tenne a quest'oggetto alcune assemblee straordinarie, e l' opinione che prevalse fu di ascoltare anche in questa circostanza la voce della moderazione sì naturale ai Veneziani. Venne spedita una commissione per procurare di richiamare con dolcezza i Coloni alla ragione; ma nulla valse a piegarli. Si volle fare un altro tentativo, spedendo da Venezia una nuova deputazione; ma infine vedendo vani tutti i mezzi della persuasione, si ricorse alla via dell'armi. Volle il Senato prima di ogni altra cosa assicurarsi della buona disposizione de'Principi cristiani in suo favore, è poichè ebbe le risposte favorevoli, proclamò i nomi dei capi de' ribelli, e li dichiarò traditori della patria. Poscia si diede a formare un disegno di operazioni militari per la ricuperazione dell'isola. Vennero dati tutti gli ordini necessarj per l'armamento di una flotta di trentatrè galce e di molti bastimenti da trasporto. Si fece nelle vicine provincie una gran leva di soldati, onde formare un'armata di terra. Ma la difficoltà maggiore stava nello scegliere un abile generale straniero per comandarla, poichè, come l'abbiamo veduto altrove, per legge niun gentiluomo Veneziano poteva esser capo di un'armata terrestre. In quest'incontro il Doge Lorenzo Celsi gettò l'occhio sopra Lucchesino dal Verme, che trovavasi al servigio dei Signori di Milano. Per ottenerlo, pensò di valersi del Petrarca, che stava allora in Venezia, e ch'era intimo amico di quel generale. La mediazione ebbe una felice riuscita. Lucchesino giunse tosto a Venezia, ricevette gli ordini, ed assunse il comando della truppa.
Mentre facevansi i preparativi necessarj per questa guerra, i ribelli di Candia pubblicavano manifesti, che proibivano sotto pene rigorosissime il parlare di accordi o di sommissioni ai Veneziani. Decretarono inoltre, che chiunque ricusasse di seguire il loro partito, sarebbe senza remissione posto in pezzi. Quest'orribile decreto fu l'origine di avvenimenti ancora più atroci Le case, le proprietà di molti abitanti furono saccheggiate, e le loro vite esposte al furore d'uno sfrenato popolo. Non v'erano più consigli per dirigere gli affari, nè sicurezza per chi che sia. Il sospetto si librava su tutte le teste; tutto era confusione, disordine; si giunse insino ad andar armati al palazzo chiedendo la strage di tutti i Latini, che trovavansi nelle prigioni. Questa moltitudine dimandò inoltre, che dieci Greci fossero ammessi in tutti i Consigli di Stato, e che senza di essi non si potesse deliberare di verun affare relativo al regno. Tutto era stato regolato sino allora col consiglio di Giovanni Calergi, cittadino il più accreditato dell'isola ed il più amato dal popolo. Pure ben presto sospettossi anche delle di lui intenzioni. Si credette ch'egli volesse rendersi assoluto padrone di tutta l'isola, e sull'istante fu preso e balzato da una finestra del palazzo. Quel medesimo popolo, che poco innanzi lo avea proclamato liberator della patria, ecco che ora lo giudica degno di una tal morte; applaude a' suoi assassini, e spinge il suo frenetico furore fin a gettarsi sul cadavere insanguinato, che lacera in mille pezzi, portandoli in trionfo per tutta la città.
Alla vista d' uno spettacolo sì orrendo, d'una condotta sì barbara, la maggior parte de' nobili ch'entravano tra i ribelli, vedendo l'incostanza del popolo, cominciarono a temere per la propria sicurezza. Giudicarono essere più saggio avviso il prevenir le sciagure, invocando la paterna clemenza del Governo di Venezia. Ma il partito contrario più ostinato ne' suoi torti, si manifestò di una opinione affatto diversa; disse, che se l'isola dovesse divenire soggetta, doveasi preferire di sottommetterla a qualsisia altra potenza, fuorchè a quella de' Veneziani, i quali sotto sembianza di una finta umanità, cercherebbere d'ingannare la buona fede dei più creduli, per poi perderli tutti. Il sedizioso consiglio prevalse; quello della prudienza venne rigettato; e dopo di avere bilanciati tutti gl'interessi dei principi, si risolse di offerire alla Repubblica di Genova la sommissione volontaria di tutta l'isola. Marco Gradenigo, udita la proposizione, cercò di frastornarla; ma il di lui troppo tardo zelo non fece che affrettargli la morte. Egli fu trucidato sul fatto, e poco mancò che non corressero egual sorte quegli altri tutti, che si trovavano di simile avviso. Niuno osò più dir parola. I sediziosi seppero prevalersi della confusione e del silenzio inspirato dallo spavento per disporre del destino generale. Fecero in sul momento partire una galera con due deputati per eseguire il disegno di sottomettersi ai Genovesi; ma questi già prevenuti dai Veneziani, rifiutarono l'obblazione, e rimandarono a casa gli ambasciatori senz'aver nulla ottenuto.
Grande fu in Candia lo sconforto per questa vicenda; pure fu un nulla in paragone dello spavento cagionato alla vista di una numerosa flotta Veneziana, che venne ad ancorarsi nel porto della Fraschia. Seimila uomini di truppa di terra fecero lo sbarco senza trovarvi la menoma opposizione. Lucchesino dal Verme cominciò dallo stabilire il suo campo su i lidi del mare. Mentre egli era inteso a ritirare dai vascelli le munizioni necessarie e a formare i suoi magazzini, cento de' suoi soldati uscirono dal campo per andar a saccheggiare nel vicinato. Vennero essi incontrati da un grosso distaccamento di ribelli, che li uccisero tutti sino all'ultimo. Per dimostrare poi l'odio che portavano ai loro antichi padroni, ne maltrattarono i cadaveri, li mutilarono e li dispersero per le campagne. Tanta barbarie accese vieppiù i soldati Veneti, ed inspirò loro la risoluzione di non dar più nessun quartiere al nemico. Questo incoraggiato dalla buona riuscita del primo incontro, prese animo, ed osò sfidar i Veneziani in campo aperto. Lucchesino lasciollo avvicinare; ma quando lo vide a portata di freccia, diede il segnale dell'attacco. Le brigate piombarono su i ribelli, posero in disordine le loro file; nulla potè resistere a quell'ardor di vendetta, che li animava. La disfatta de' Candiotti fu compiuta. Alcuni soldati compresi di spavento si salvarono sulle montagne; il maggior numero perì colle armi alla mano. L'armata vittoriosa giunse alle porte della città; superò i borghi, li saccheggiò, ed incendiò le case. In quel momento stesso la flotta entrò nella rada di Candia. Gli abitanti costernati da un avvenimento, che non lasciava loro più veruna speranza, e vedendo la città sul punto d'esser presa d'assalto, inviarono un oratore al Comandante della flotta per implorare clemenza. Il deputato presentossi in atto supplichevole; cercò di gettar tutta la colpa della ribellione sopra la temerità di un piccolo numero; rappresentò trovarsi la città tutta immersa nel pianto, benchè la maggior parte degli abitanti fossero innocenti. Protestò, e giurò fedeltà e obbedienza alla Repubblica, scongiurò perchè fosse risparmiata una città ch'era l'ornamento del regno, e perchè sottratte pur fossero le loro mogli e i loro figliuoli al furore dei soldati. Quel comandante lo ascoltò senza mai interromperlo; poscia gli rimproverò la mala fede di un popolo sì accarezzato dal Governo Veneto, e che tante volte provato avea gli effetti della di lui clemenza. Indi gli fece sperare il perdono, qualora gli fossero dati indubitabili pegni di sommissione con promessa di esser sempre fedeli, senza mai più eccitare torbidi nell'isola. Aggiunse, che questo perdono egli non poteva concederlo che ai meno colpevoli, ma in quanto ai principali autori della ribellione, essendo persone facinorose ed infette, non potevano essere sottratti al meritato castigo. Prese tali disposizioni e segnati i patti, la città aperse le porte, e gli abitanti accolsero l'armata con una profonda umiltà.
Venne poscia staccata una galea per recare a Venezia sì fausta notizia, ove ognuno stavasi impaziente di conoscere il vero stato delle cose; poichè tutto ciò che era preceduto, annunziava per parte dei Coloni una ostinazione difficile a vincersi. Ma alla fine il giorno 4 giugno un seguale dato dall'alto della torre di san Marco, pubblicò l'arrivo di una galea, che si affrettava di guadagnare il porto. La curiosità spinse una folla immensa su i lidi. Quando essa vi giunse, e si seppe che i ribelli di Candia erano stati vinti, che le loro città, le loro castella s'erano rese, che l'isola intera erasi sottomessa, allora la gioja de'Veneziani fu una specie di ebbrezza generale. Il Doge Lorenzo Celsi ordinò subito, che per tre giorni si dovesse in tutte le chiese rendere solenni grazie a Dio; e volle in oltre che questi atti religiosi fossero seguiti da pubbliche Feste. Ordinò giostre e tornei magnifici. Il valoroso General dal Verme venne invitato a presedervi e a distribuirvi i premii. Il celebre Petrarca, al quale aveasi una sì grande obbligazione, ebbe un posto distinto. Questo capo della Repubblica delle lettere venne collocato alla destra del capo della Repubblica di Venezia. Testimonio oculare degli spettacoli dati in quest'occasione, il Petrarca ne scrisse tutte le particolarità in una lettera latina diretta al suo amico Pietro Bolognese. Siccome questa lettera non è mai stata tradotta, così penso di far cosa grata ai miei lettori di darla qui intera. Troveranno in essa di che appagar pienamente la loro curiosità, riguardo a tutto ciò ch'ebbe luogo in Venezia in tale occasione. A testimonio sì illustre e sì autentico sarebbe ardire inescusabile, se io aggiungessi una sillaba.
A Pietro Bolognese.
Benchè essendo presente coll'animo, nè troppo lontano col corpo, tu per l' orecchio accolga lo strepito e gli applausi, e direi quasi per gli occhi il fumo e la polvere degli spettacoli, e restandoti alcuna cosa a sapere, suppliscavi notte e giorno la viva voce de'passeggieri, credo tuttavia, che con piacer udrai dalla mia lettera, ciò che con piacer maggiore avresti cogli occhi mirato, se un corporal morbo non t'avesse invidiato il bellissimo divertimento. E quale infatti, quale spettacolo più vago e più giusto immaginare si potrebbe, quanto il mirare una città giustissima, non d'ingiurie fatte ai vicini, non d'intestine discordie o di rapine come le altre, ma esultare della sola giustizia? È questa l'augustissima città di Venezia, unico nido in presente di libertà, di pace, di equità; unico rifugio de'buoni; unico porto in cui le navi sbattute da tiranniche e guerriere burrasche amano di ritirarsi in salvo; città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti; protetta da più incorruttibili consigli. Nè credere già ch'ella esulti pel riacquisto dell'isola di Candia; che quantunque illustre per antichità di nome, pur è piccola cosa: giacchè per le anime grandi piccolo è tutto, s'anco appare massimo, tranne la virtù; ma perchè l'esito si fu, qual esser dovea, vo' dire, ella esulta non della vittoria sua, ma di quella della giustizia. E di vero, che gran vanto è egli mai per nomini forti, potenti, scorti da tanto Duce, e maestri di guerra non men terrestre che marittima, l'aver superati alquanti inermi Grecucci e la nequizia fuggiasca? Gran vanto egli è piuttosto, che anche a nostri giorni sì prestamente ceda alla fortezza la fraude, e i vizj soggiacciano alle virtù, e che tuttora Iddio abbia cura, e provvegga alle umane vicende. Io sono il Signore, egli dice, e non cangio. E di nuovo: Io sono chi sono. Nè tale infatti in istretto senso e semplicemente sarebbe, se in lui cangiamento avvenisse. Ciò che fu, tuttora egli è; nè a caso tal nome gli attribuisce il Salmista. Di più ciò che fu, e ciò ch'è, sarà sempre. Anzi il Dio che fu e che sarà, non è ciò che a lui propriamente conviene; ma solo il dire, egli è. In simil guisa, ciò che seppe, egli sa; ciò che volle, egli vuole; ciò che potè, egli può. Su di che se talun mai dubitasse, veggendo che le colpe umane palesi, e quelle sottoposte all'occulto giudizio divino alle volte da lui pajon negligersi, ecco come testè fu tal verità comprovata dalla stupenda celerità d'una facile e non sanguinosa vittoria; celerità tale e tanta, che come d'altra nazione in Roma, così a Venezia riguardo ai Candiotti avvenne, ch'io prima udissi compiuta, che cominciata la guerra. Quindi il gaudio, quinci il trionfo. Sarebbe cosa lunga e non conveniente ad una penna umile ed occupata come la mia, il riferire tutta la serie di questa sacra letizia. Odine il succo-- Stando io per avventura alla finestra ai 4 di giugno di quest'anno 1364 sull'ora sesta del dì, cogli occhi volti all' alto mare, ed avente meco il mio già fratello, ora padre amatissimo arcivescovo di Patrasso, il quale dovendo al principio d' autunno passare alla sua sede, preso da sentimento di amicizia affatto superiore ai favori della fortuna, qui in questa sua casa, che mia è detta, ora conduce l'estate, ecco che una nave lunga, chiamata galea, tutta ornata di frondi, entra a remi nel porto. All'improvvisa comparsa interrotti i nostri colloquj, presagimmo bentosto dover essa recare felici novelle, tanto lieti i marinaj solcavano a vele e a remi i flutti. Oltrechè i giovani incoronati di foglie, tutti giocondi in viso e sventolanti sul capo le bandiere, stando montati sulla prua, salutavano la patria vittoriosa, ma per anco ignara della propria vittoria. La sentinella della principale torre, tosto dato il segnale, annunzia l' arrivo d'un legno straniero. Quindi la città tutta, non da alcun comando sospinta, ma da pura curiosità, si affolla al lido. Accostasi esso, e fatto presente agli sguardi, osserviamo pendere dalla sua poppa alcune insegne ostili; nè riman più dubbio non essere quella una nave apportatrice di vittorie; se non che ignoravamo di quale guerra, di qual battaglia, o di quale espugnata città ci dovessimo sperare vincitori, nè gli animi potevano comprender che fosse. Ma sbarcati i messaggi ed entrati a parlamento in Consiglio, si seppe oltre ogni speranza, oltre ogni credenza, essere tutto prospero; cioè vinti, uccisi, presi, fugati i nemici, tratti di schiavitù i cittadini, le città tornate alla divozione, rimesso di nuovo sul collo a Candia il giogo, omai deposte le armi vincitrici, chiusa senza sangue la guerra, ed ottenuta con gloria la pace. Le quali cose udite, il Doge Lorenzo Celsi (veramente eccelso) uomo, se l'amor non m'inganna, e per grandezza d'animo, e per soavità di costumi, e per l'esercizio d' ogni virtù, e soprattutto per pietà singolare ed amor verso la patria memorabile, conoscendo che nulla a dovere e felicemente operar puossi, se non si prendono dalla religione gli auspizj, si rivolse insieme con tutto il popolo a lodare e ringraziare l' Altissimo. Il che per la città intera fu fatto, ma più solennemente nella basilica dell'Evangelista san Marco, dove non potevasi a mio avviso far cosa più splendida, per quanto ad uomini far lice con Dio. Vi si celebrò infatti magnifica messa, e fu condotta un insigne processione davanti ed intorno al tempio, alla quale non solo intervenne il popolo ed il clero tutto, ma altresì gli stranieri prelati, che o il caso, o la curiosità, o alcuna ordinaria divozione tratteneva allora in Venezia.
Compiuto eccellentemente tutto ciò che a religione appartiene, si rivolse ciascuno ai giuochi, agli spettacoli. Ma sarebbe troppo faticoso l'enumerarne le specie, le forme, le spese, la pompa, l'ordine. In faccenda di tanto concorso (cosa rara al sommo e mirabile) niun tumulto in alcun luogo, niuna confusione, niuna rissa, ma tutto ripieno di giubilo, ripieno di grazia, ripieno di concordia, di amore. Benchè quivi la magnificenza conservasse il suo impero, pure acciocchè non ne fossero sbandite la sobrietà e la modestia, ma lei nella sua città e nella sua festa regnante, reggessero e raffrenassero, fu la solennità con varietà di apparati divisa in più giorni. E finalmente il tutto fu chiuso con due spettacoli.
A dir vero, io non so co' lor proprj nomi latinamente esprimerli; pure gli spiegherò in modo che tu gl'intenda. L'uno adunque, come parmi, dire si potrebbe Corsa; l'altro Combattimento: poichè nel primo ciascheduno corre solo per diritto sentiero, e nell' altro da parti opposte gli uni si scontran cogli altri. Giuochi equestri ambidue; ma il primo è senza armi; se non che trascorrendosi in esso con asta e scudo, e con alcune bandiere spiegate al vento, presenta agli occhi una qualche immagine di guerresca azione. Ma il secondo è con l' armi, ed offre l'aspetto d'una vera battaglia. Quindi è, che in quello ha luogo molta eleganza, pochissimo rischio: in questo il pericolo va del pari coll'arte, e per ciò non tanto propriamente i Francesi chiamanlo Giuoco d' Asta, nome che meglio si acconcia al primo, giacchè in quello solamente si giuoca, in questo si pugna. Del resto sì nell'uno che nell'altro (cosa che se altri a me avesse narrato, io creduta non avrei; ma che ora agli occhi miei non posso non credere) grande e mirabile apparve l'industria d'una nazione, che non solo è navigatrice e marittima, come corre universal fama, ma eziandio guerresca e marziale. Essa fe' mostra di tal perizia nel cavalcare e nel maneggio dell'armi, di tal fervore e tolleranza nella fatica, che sarebbe d'avanzo a quanti in terra ed in mare sono combattitori più gagliardi. Ambidue i giuochi vennero eseguiti in quella piazza, a cui non so se in tutto il mondo si vegga l'eguale; dinanzi alla stessa marmorea ed aurata facciata del tempio. Ma nel primo non intervenne alcun forestiero. Ventiquattro giovani nobili, riguardevoli per bellezza, per vestito, per età scelsero per sè questa porzione di pubblica letizia. Venne chiamato da Ferrara Tommaso Bombasio, il quale, onde farlo ai posteri speditamente conoscere (se alcun poco io potrò appo loro esser noto o creduto) dirò esser tale oggidì in tutta Venezia, quale una volta era Roscio in Roma, ed a me tanto caro e familiare, quanto colui a Tullio il fu, benchè siccome nell'uno di questi due amici gran parte di somiglianza ci sia, così nell'altro regnavi molta disparità. Colla di lui scorta adunque e consiglio fu il giuoco condotto, e ciò con tal ordine, che tu avresti detto non correr uomini, ma volar angeli. Gentile spettacolo in mirar tanti giovanetti fregiati di porpora ed oro, reggere col freno, e incalzare cogli sproni altrettanti destrieri co'piè ferrati e con rilucenti bardature, che pareano toccar appena la terra co' piedi. Stavano i giovani tanto intenti coll'animo ai cenni del lor condottiere, che mentre l'uno si accostava alla meta, l'altro slanciavasi fuor dalle sbarre, ed un altro al corso accingevasi. E mercè di simile alternativa ed aggiustatezza di azione in tutti, formandosi altrettanti cerchi, ne risultava una sola e continuata corsa; giacchè il fine dell'una era principio d'altra, e terminando l' ultima, tosto ripigliava la prima, di modo che correndo tanti per tutta la giornata, tu avresti detto sulla sera non aver corso che un solo; ed inoltre, ora volavano al cielo le schegge dell'aste, ora avresti sentito rombar per l' aria le vermiglie bandiere: nè a dirsi è facile, o credibile ad udire, quale per tutto il dì fosse la folla del popolo spettatore. Niun sesso, nessuna età, niuna condizione mancovvi. Il Doge medesimo ed un immenso seguito di primati occupava la fronte del tempio sopra il vestibolo, ed ivi dalla marmorea loggia vedevano tutto agitarsi quasi sotto ai lor piedi. Il sito fu, ove stanno que' quattro cavalli di bronzo dorato, opera di antico lavoro e di egregio artefice, qual ch'egli sia, che là dall'alto involano quasi il pregio a'vivi, e pajono scalpitar colle zampe. Acciocchè poi l'estivo sole nel piegar a sera non offendesse col suo splendore la vista, erasi provveduto coll'appendere di qua e di là molte tappezzerie di diversi colori. Io stesso colà invitato (e questa è frequente degnazione del Doge) fui posto a sedere alla sua destra. Ma tuttavia pago dello spettacolo di due giorni, per gli altri mi scusai, adducendo l'ordinarie mie occupazioni a tutti già note. In piazza non v' avea più nulla di vacuo, talchè, come suol dirsi, non vi sarebbe un grano di miglio caduto. La gran piazza, la chiesa stessa, le torri, i tetti, i portici, le finestre, tutto era non dico pieno, ma zeppo, murato di gente. L'inesprimibile ed innumerabile moltitudine di persone copriva la superficie del suolo, e sotto gli occhi spiegavasi la colta e popolosa fecondità di una città fiorentissima; il che raddoppiava l'allegria della Festa: nè v' avea per la plebe in mezzo a tanta giocondità cosa più gioconda, quanto il vedere e ammirar sè medesima. Alla parte destra in forma di gran palco stava eretto un solajo là sul fatto a bella posta formato di travi, su cui quattrocento matrone onestissime scelte dal fiore della nobiltà, ed insigni per avvenenza e per abbigliamenti, in fra i continui conviti ch'eran loro offerti, porgevano sul mezzodì, la mattina, e la sera l'immagine d'un celeste congresso. Alla festa inoltre intervennero (cosa che tacere per nulla si deve) alcuni nobilissimi uomini usciti a caso dalle contrade Britanniche, compagni e consanguinei del re, i quali anch'essi esultanti per la recente vittoria, erano qua venuti con viaggio marittimo usando essi coll'esercizio sul mare assai rinfrancarsi. Fu questo il compimento ch'ebbe questa corsa equestre di molti giorni, il cuï premio fu soltanto l'onore, e ciò con tal giustizia impartito, che a buon dritto chiamare si poterono vincitori tutti, vinto nessuno. Nel secondo giuoco poi, in cui maggior era il pericolo, nè poteva esser eguale l'evento per tutti i combattenti, che in parte erano forestieri, altri premii furono stabiliti; cioè una corona di fin oro di molto peso con risplendenti gemme a fregio del vincitore; ed un cinto d'argento d'insigne lavoro a conforto di colui, che avesse ottenuto il secondo grado di gloria. Già l'editto dettato in istile bensì militare e volgare, ma però fregiato del testimonio del sigillo Ducale, era stato diffuso per le provincie confinanti e rimote, onde invitare a questo (come il chiamai) equestre combattimento tutti coloro che vaghi di simil gloria volessero intervenirvi. Vi accorsero infatti parecchi non solo di patria, ma di lingua diversi, pieni di fiducia nella loro militar perizia e virtù, non che di speranza di riportare onore. Allorchè pertanto cessò la gara del primo giuoco, il secondo ai quattro di agosto ebbe principio, e durò quattro giorni con tanta celebrità, che, da che fu piantata Venezia non si vide a memoria d'uomini spettacolo simile. Sull'ultimo dì per giudizio del Doge, de' magnati, di molti militari stranieri, ed in particolare di colui, eh'era stato condottier della giostra, ed autor, dopo Dio, della vittoria e della letizia, il primo onore toccò ad un cittadino; il secondo ad un forestiere da Ferrara venuto.
Qui ebbe termine il giuoco, ma non la gioia ed i prosperi successi: qui finisce ancora la presente lettera, in cui sforzomi di restituire a' tuoi occhi, alle tue orecchie ciò che loro il morbo rapì, acciocchè ordinatamente tu sappia, ciò che tra noi si fa, ed affinchè comprenda, che anche tra gente di mare trionfa la milizia, la magnificenza, i tratti d'animo eccelso, il dispregio dell'oro e la sete di gloria. Sta sano.
Festa di S. Gio. Battista decollato
Ne' primi secoli della Repubblica di Venezia, i Genovesi più di ogni altro popolo erano rimasti maravigliati dell' influenza, che ha un saggio governo sopra la prosperità dell'intero Stato. Osservavano che la libertà di cui godeva Venezia avea fatto fiorire il commercio e la navigazione; che le sue flotte coprivano i mari dell'Italia e della Grecia, e penetrando nella Propontide, nella Siria e nell'Egitto, tenevano, per così dire, congiunte le tre parti dell'Emisfero a profitto della nazione, che l'abbondanza figlia della prosperità aggiungeva non solo abbagliaute splendore alla città, ma novella forza allo Stato; ch'essa aveva accresciute le armate di terra in proporzione colle marittime, e che in tal modo era giunta a fare gloriose conquiste. Tutto ciò formava l'ammirazione di un popolo, che sentiva in sè i germi del valore, ond'è che s'infiammò tutto d'una magnanima emulazione. Genova che dopo la caduta dell'impero Romano era stata perpetuo ludibrio de'barbari e de'tiranni, già prende la ferma risoluzione di spezzar le catene, e di scacciare i feudatarj, che quai sovrani l'opprimevano. Ad esempio di Venezia creossi un Doge, stabilì un Senato, formò una marina, e seguì fedelmente l'esempio degl'illustri suoi viciui. Sin qui non è che da lodare un'impresa, la quale da qualunque lato si guardi, fa onore ad una nazione. Ma non molto dopo ecco la gelosia, la rivalità, l'invidia sottentrare a quella nobile passione, che fin allora l'aveva animata. Non ardiva però ancora mostrarsi alla scoperta. Intendeva benissimo, che ad onta de' vantaggi che di giorno in giorno ritraeva dalla sua marina, essa non era in istato di far fronte alle forze di una potenza, che avea respinti gli Ungheri, assicurato il dominio della Dalmazia, protetti i Papi, raccolte palme sopra varj nemici, ottenuta gloria immortale nella presa di Costantinopoli, e finalmente ingrandito il suo Stato coll' acquisto di molte isole nell'Arcipelago, ed in particolare di quella di Candia. Fu appunto tale acquisto che punse sul vivo i Genovesi; poichè in grazia di essa, i Veneziani vennero ad acquistare un diritto d'imporre leggi a tutti i navigatori, che veleggiavano ver l'Egitto e la Siria, talmentechè non potevano questi internarsi in quelle regioni, se non protetti dalla Veneta bandiera. Cominciarono pertanto i Genovesi nell'anno 1207 dal suscitare a dirittura una sollevazione tra' Greci, e dall'insinuare ad Enrico conte di Malta, che n'era il Governatore, intendentissimo di guerra e sommamente stimato da' Greci, essere del suo proprio interesse il porre argine all'ingrandimento della Repubblica di Venezia, e rendersi affatto necessario lo scacciare i Veneziani da Candia, e il farli rientrare uegli antichi loro confini. Al qual oggetto gli offerirono ogni maniera di ajuto sì di uomini, che di danaro; protestarono di avere secrete pratiche nel paese, e s'impegnarono di far sì, che il progetto riuscisse gradito a' Greci. Questo vile maneggio però non diede loro altro profitto, che quello di avvolgere i loro nemici in una guerra, nella quale i Veneziani uscirono con onore, ricuperando l'isola, che un ignominioso tradimento avea loro rapito.
Malgrado però d'un sì prospero avvenimento, il Governo Veneto
s'accese di tal ira per la vile condotta de' Genovesi, che si sprigionò allora
la prima scintilla di quell'odio, che fu poscia cagione di tante guerre, e
pressochè della total distruzione delle due Repubbliche. D' altra parte
mortificati i Genovesi d' aver perduto il frutto de' loro maneggi e secreti
raggiri, ad altro non attesero, che al modo di esercitare in palese la loro
nimicizia.
Di qua e di là gran flotte in mare, di qua e di là smania rabbiosa
d'incontrarsi, ed un desiderio ardente non solo di vincersi, ma scambievolmente
distruggersi. I Veneziani si scordarono i loro veri interessi per badare
soltanto a satollare l'ardor di vendetta. Gli altri tratti da vil piacere di
nuocere al nemico, si disonorarono in faccia all'Europa, stringendo alleanza
coll'imperator Greco, che poi al primo pendere della bilancia a lor danno,
abbandonolli.
Sfortunatissimo infatti fu per essi l'esito della prima battaglia, da cui appena uscì salvo un legno che recasse a Genova la nuova della ricevuta sconfitta. Ma le due rivali non si acquetarono che per ripigliar nuovo flato, ed incontrarsi di nuovo per battersi ancora. Infievolivansi a vicenda per frequenti zuffe; ogni soldato parea combattesse contro un suo particolare nemico, e tal era il furore degli attacchi, il disprezzo dei pericoli, la bramosìa di distruggersi scambievolmente, che beh dir potevasi rinnovellato agli occhi dell'universo l'orrendo spettacolo dell'odio di Roma contro Cartagine. Ma se vennero imitate queste due antiche Repubbliche in ciò ch'è biasimo, v'ebbe pur anco qualche azione degna de'secoli eroici, e che aggiunge splendore alla storia moderna. Uno fra i molti ne riferiremo qui, altri si vedranno a loro luogo.
Nell'anno 1294 Andrea Dandolo, comandante della flotta Veneta, ebbe la fatale sciagura di essere fatto prigioniere su quell'Adriatico, ch'egli tinto aveva di nemico sangue. Il suo vincitore Doria fece fosto suo conto di condurlo a Genova in trionfo. Il fece porre su di una nave, e legargli le mani e collocarlo in guisa, che non potesse contro sè stesso inveire. Ma che non può un'anima risoluta! Per l'orgoglioso Dandolo era intollerabile la vergogna di comparire in quello stato innanzi al Senato di Genova. Per sottrarsene, non gli restava che un mezzo. Egli colla testa diede d'un colpo sì forte contro dell'albero del vascello, al quale era legato, che s'infranse il cranio, e sul fatto spirò.
Non è a dirsi quanto i Veneziani fossero costernati all'annunzio della succeduta sciagura. Pur non lasciarono trapelar fuori quell' acuto dolore che dentro rodevali; nè altro mostrarono che una brama ognor più aperta di ragunar novelle forze non meno per difendere le loro colonie nell'Arcipelago, che per vendicarsi di un nemico che cominciava davvero ad eccitare giusti timori. I Genovesi al contrario dieronsi a solenneggiare con feste l'ottenuta vittoria, benchè la loro squadra costretta a rientrare in porto, fosse resa inabile ad agire di vantaggio per quell'anno. Ma il vincere, in qualunque modo avvenga, accresce sempre baldanza, e fa pullulare nuove pretensioni. Quelle de' Genovesi s'aumentarono a segno di volere la sovranità del mar Nero, come i Veneziani godevano quella dell'Adriatico. Lo mostrarono col fatto, impadronendosi senza precedente avviso di quanti legni Veneti entravano in quel mare. Ma que'Veneziani non potevano soffrire al certo un'usurpazione sì contraria al diritto delle genti, e per loro sì ignominiosa. Ricorsero alle armi per farsi rendere giustizia, ed ottennero nell'anno 1358 quell'illustre vittoria, che nella storia si conosce per la battaglia di Negroponte. Essa fu subito celebrata in Venezia con feste magnifiche: e con ragione; giacchè valse a consolidare sempre più la preminenza della Repubblica di Venezia su quella di Genova. A perpetuarne inoltre le memoria, il Senato ordinò, che il dì di san Giovanni Decollato, in cui seguì il fausto evento, venisse ogni anno contrassegnato da una solenne funzione. Quindi è che il Doge colla Signoria si recava alla chiesa di san Marco a rendervi con inni e sacrifizj grazie all'Altissimo per la prosperità avuta dalle sue armi.
In questa istituzione si può giudicare che anche un fine di
avveduta politica avessero di mira que' saggi, che l'aveano comandata. Essi ben
sapevano, che i fatti avversi non valgono a spegnere le animosità, e potevano
facilmente prevedere, che i Genovesi come prima si fossero riavuti
dall'abbattimento, avrebbero di nuovo attaccati i Veneziani. Ora col mantener
viva per via della Festa la memoria dell'ottenuto trionfo, venivasi ad inspirare
nell'animo de'nostri una sempre maggior fiducia di trionfi novelli. E certo una
nazione che si ricorda e sa di avere molte volte vinto, non si lascia avvilire,
se sopraggiunge qualche sventura, e trova quel coraggio che basta a salvare lo
Stato dagli ultimi disastri. Della qual verità ce ne offerse più di un luminoso
esempio la Repubblica nostra.
Festa della Domenica DOPO IL GIORNO DELL'ASCENSIONE
In uno fra tanti combattimenti co' nostri più accaniti nemici, vo' dire co' Genovesi, dicesi essere questi penetrati sino all' isola di Malamocco. Colà non trovarono che una vecchietta; gli altri abitani erano fuggiti. Vennero dunque a lei, e incominciarono ad interrogarla. Essa fece destramente le viste d'imbrogliarsi nel rispondere; ma pure scappò a dire, che gli condurrebbe in un'isola di là non lungi, chiamata Poveglia, ove si trovavano tutti i suoi fratelli, e ch'essi potrebbero soddisfar in tutto alle loro bisogne. Si persuasero ad andarvi. Que' fedeli Isolani, d'accordo cogli altri abitanti, fecero loro credere che per la conquista delle altre isole, mal erano adattati i loro vascelli, e che occorrevano delle zattere appositamente fatte per queste paludi, e si offrirono essi medesimi di comporle. I Genovesi ne furono contenti. Si costrussero le zattere in modo da poterle scommettere prontamente, ed intanto uno de'Povegliesi smucciò a Venezia a nuoto, avvertì il Governo del progetto, e chiese l' assenso. La risposta fu, che piaceva il loro zelo, che si sarebbero subito armati alcuni legni per andare incontro al nemico, ma insieme si ordinò sotto le più severe pene, che qualora egli chiedesse la pace, non si tentasse cosa alcuna contra esso, e si lasciasse partire tranquillamente. I Genovesi di nulla insospettiti montarono armati sopra le zattere, e si fecero beffe di qualunque parola di accomodamento. Ma in quella ecco tagliarsi i legami che tenevano congiunte le tavole, e l' armata intera seppellirsi nell'acqua, e affogare senza riparo.
Quest'avvenimento abbastanza noto, e per la serie di tanti
secoli passato in tradizione, è tuttavia privo di autenticità.
Avvi qualcuno che pretende essere più antico ancora, e doversi trasportare al
tempo della guerra con Pipino, il che rende maggiormente difficile la cognizione
del vero. Sia che si vuole, certo è che que' zelanti Povegliesi furono tra i più
ardenti difensori della Veneta indipendenza, giacchè meritarono privilegi assai
notabili in preferenza a tanti abitanti dello Stato. Eccone i principali:
I.- Essi erano inscritti nel ruolo de' cittadini originarj.
II.- Erano esenti dal servigio militare, salvo il caso che il Doge ne prendesse il comando.
III.- Non pagavano dazj, nè tasse d'arti e di mestieri, nè imposte nemmen per lo scavamento de' canali interni della città.
IV.- Giunti all'età di sessant'anni avevano essi soli il diritto di comperare ad un prezzo stabilito tutto il pesce che veniva dall'Istria, e di venderlo al pubblico mercato di S. Marco.
V.- Godevano dell'immediata protezione del Doge, e la Magistratura delle Rason Vecchie destinata era a tratare e decidere intorno alle loro questioni e ai loro interessi.
Oltre a tutti questi vantaggi reali, eranvi altri privilegi atti a lusingare sommamente e con ragione l'orgoglio. Veniva loro permesso di offerire alcuni regalucci al Doge: per esempio il giorno del Venerdì Santo gli presentavano ottanta passere del peso di una libbra; e il giorno dell'Ascensione regalavano alla Dogaressa, o sia alla moglie del Doge, una piccola borsa di soldi di rame per la somma di cinque ducati a fine di comperarsi un pajo di nonni, o vogliam dire pianelle. Benchè ai nostri dì fossero ite in disuso queste antiche costumanze, siccome troppo semplici, tuttavia alcune altre vennero sempre osservate. Non v'ha dubbio che qualunque volta andasse il Doge in funzione nelle sue barche d'oro, il comune di Poveglia accompagnavalo in una peota, entro cui sedevano i primarj dell'isola, che facevano risuonar l' aria coll'allegro suono delle lor trombe. Così quando il Doge si recava il dì dell'Ascensione nel Bucintoro a far le sue nozze col mare, i Povegliesi nella loro peota precedevano quel superbo naviglio, ed inoltre avevano il diritto di far ala sulla destra del ponte, per cui passare doveva il Doge nell'andare dal suo palazzo al vascello, e nel ritornar dal vascello al palazzo, ed erano ammessi all'onore di prendergli la mano, e di baciargliela.
Ma il dì del vero trionfo pe' Povegliesi era la Domenica susseguente al giorno dell'Ascensione. I loro capi in numero di sedici o diciotto col Cappellano alla testa, ch'era tratto sempre da quelle antiche famiglie, delle quali qualcuna ancora sussiste, entravano nell'appartamento del Doge. Vi trovavano Sua Serenità vestito di porpora con berretta dello stesso colore, che seduto li riceveva con molta umanità. Essi si schieravano in cerchio all'intorno, ed il Cappellano, presa la parola per tutti, li presentava al Doge, siccome i veri discendenti da quelle onorate famiglie, che non cessarono mai di prestarsi al servigio dello Stato. Rammentavagli la promessa di mantener tutti i privilegi ad essi accordati, e pregavalo a voler loro continuare sempre la speciale sua protezione. Il Doge li rassicurava di tutto, aggiungendo alcune affettuose espressioni. Allora que' buoni isolani parevano scordarsi di essere davanti il loro Principe, per non vedere in lui che il loro padre, si gettavano sulla sua destra, gliela stringevano, gliela baciavano con trasporto, e come se ciò non bastasse ad isfogar la piena della loro affezione, gli stampavano un sonoro bacio sulla guancia. Se qualche critico troppo severo, per iscemar l'effetto che questa commovente cerimonia potrebbe produrre sulle anime sensibili, osasse dire, ch'essa finalmente non era che un rancido avanzo di tempi troppo semplici e grossolani, v' avrebbe luogo a rispondergli, che la sua origine merita sempre il maggiore rispetto; poichè tal cerimonia non potè certamente essere stata comandata, ma piuttosto inspirata da un sentimento spontaneo e vivissimo. E quand'anche si volesse negare a quel buon popolo un sì ingenuo sfogo del cuore, resterebbe sempre ad ammirare la bontà paterna del Principe nel tollerare un atto che nulla certo potea avere di seducente, venendo eseguito da labbra ruvide, biancastre ed irrorate d' aglio. È ben vero che ne' tempi antichi si videro anche i soldati baciar in fronte i loro officiali, il lor Capitano e fin il loro Imperatore; ma l'uso venne ben presto abolito, e Caligola fu il primo ad ordinare, che il bacio si desse sul piede; e sì piacque quest'atto ai regnanti, che anche in secoli men rimoti gl'imperatori di Costantinopoli il giorno di Pasqua ammettevano i Principi e gli Ambasciatori al bacio del piede. I soli Ambasciatori di Venezia imitando la repubblicana fierezza dell'Ateniese Conone, che sdegnò piegar le ginocchia davanti il monarca di Persia, ricusarono di porgere un bacio sì umiliante e sì vile. I Veneziani mostrarono di conoscere mai sempre il valore del bacio. In tutti gli altri paesi la religione, la politica, la prepotenza se ne valsero secondo i varii loro oggetti; noi soli lo riguardammo come pegno d'una tenera affezione, e come il vincolo più sicuro per congiungere i cuori e immedesimarli.
Posciachè le cerimonie qui sopra indicate erano compite, i
Povegliesi passavano in una sala del palazzo Ducale, ove era imbandita una mensa
con isquisite ed abbondanti vivande. Da principio usava assistervi il Doge, ma
una malattia avendo ad un di essi impedito di andarvi, vi sostituì il suo
Cavaliere, e d'indi in poi fece sempre le veci del Doge. Continuarono tuttavia
ad essere serviti in vasellame d'argento per mano degli scudieri Ducali, come se
lo stesso Principe vi fosse stato presente. Nel partire avevano licenza di
portar seco gli avanzi del pranzo, e ad imitazione di quanto praticavasi ne' più
solenni banchetti, venivano regalati di buona quantità di confetture, e di un
garofano, perchè potessero, come i nostri gentiluomini, farne altrui caro dono;
giacchè, qual che siasi la differenza delle classi, un cuore di buona tempera
prova sempre le sue predilezioni.
Festa per una Vittoria SOPRA I PADOVANI
Non solamente le grandi Nazioni, ma altresì i piccioli popoli, come a dire i Ravennati, i Ferraresi, i Trevigiani, i Padovani, sentivano dispetto e gelosia dell'ingrandimento della nostra Repubblica, con tutto che ne'primi secoli essa non pensasse punto a dilatare in terra ferma il suo dominio. I Padovani fra gli altri erano invidiosi delle sue ricchezze e della sua prosperità, e si sforzavano di sturbarne tutto dì la pace, sino a venire sull'orlo delle lagune per insultare i suoi tranquilli cittadini, ed oltraggiare il vessillo di S. Marco. Nel 1110 osarono inoltre di radunare un' armata per attaccare i Veneziani, ma non andò molto, ch'ebbero a conoscere la propria inferiorità, e quindi dovettero ricorrere alla mediazione dell'imperator Enrico, che allora si trovava in Verona, e che giunse a rappacificare le due parti. Ciò non di meno le passioni predominanti non rimasero estinte. Quest'incomodi vicini vedevansi cogliere sempre ogni più leggiero motivo per tirare i Veneziani all'armi; e quando i pretesti mancavano, erano pronti gli artificj. Avevano essi osservato dipendere specialmente la sicurezza di Venezia dalla posizione, che aveale dato la natura, cingendola d'acqua marina, ed altresì dalle cure incessanti che i nostri isolani si prendevano per preservarla. Si posero pertanto ad istudiare il modo di turbare le loro acque, e disseccare le lagune. Era certo, che tagliando gli argini del fiume Brenta esso avrebbe nel suo corso verso il mare portato seco la melma e la sabbia, e che depositando queste nel seno delle lagune, ne sarebbe sortito il bramato effetto. Non sì tosto fu immaginato il progetto, che si venne all'esecuzione. I Veneziani, visto il pericolo, non tardarono ad assoldar truppe, e a scegliere Guido di Montecchio Veronese, che le comandasse. Questo valente Generale attaccò tosto l'armata nemica, ch'era accampata presso il luogo detto la Tomba, e la sconfisse, facendo un numero grande di prigionieri, e tra questi il loro Capitano. Quanto i vinti si erano mostrati pazzamente arditi nell'intrapresa, tanto si fecero conoscere ergognosamente vili nella sciagura: dimandarono la pace, e per ottenerla più presto, accagionarono la cieca moltitudine di tutto il disordine, che aveva provocato la guerra. I Veneziani troppo generosi per porre al cimento scuse così meschine, accordarono quanto veniva richiesto, e per giunta restituirono i prigionieri.
Ecco la prima guerra terrestre sostenuta dalla Repubblica: ma ben lungi che questa vittoria inspirasse ne' Veneti un'insensata fiducia nelle loro forze, essi al contrario si dierono a pensare, che non conveniva fidarsi per nulla di tali vicini, e che prudenza volea che si tenesse sempre pronto un esercito ed un Generale per tutto ciò che potesse avvenire. Su questa carica di Generale caddero singolarmente le attenzioni de'nostri savj Legislatori. La situazione della città gli avea persuasi, che il nostro unico elemento dovesse esser l'acqua; ch'essa doveva mantenerci potenti, che ad essa sola noi dovevamo dirigere tutte le nostre cure, siccome a fonte verace di ricchezza e di gloria. Volgendo le sue mire sul continente, la Repubblica correva rischio che s'illanguidisse nel cuore de' cittadini l'amor della patria; poichè la necessità di esercitarsi nelle armi, e di prender parte nelle guerre straniere, anche quando Venezia era in pace, veniva a familiarizzarli un po' troppo cogli altri popoli, e forse ad imbeverli di usi e di principj non repubblicani, i quali trasportati in patria, potevano diventar germe di corrazione, ed apprestare abborrite catene. D'altra parte il sistema già adottato di non farci grandi per via di conquiste, rendeva inutile appo noi l'avere certi Capitani intraprendenti, che colla loro ambizione avrebbero potuto tener sempre la Repubblica in inquietudine. Ch'egli è pur troppo facile il trovar fra loro qualche spirito turbolento, a cui paja tutto lecito per regnare, ed estrema follìa il rinunziare al dominio e al proprio utile per non tradir il dovere. È rarissimo in fatti il trovar un Generale così moderato, che veggendosi caro ai soldati, favorito dalla fortuna e dall'occasione, deponga spontaneo un'autorità, che può a tutto suo agio ritenere, e si mantenga fedele a' suoi superiori o agli eguali suoi, quando può ad essi comandare. D'ordinario l'ambizione non va mai disgiunta dal militar valore, ed i cuori arditi mal sopportano l'oscurità d'una vita privata. Reiterati esempj abbiamo nella Repubblica di Roma, che con tutta la sua gran possanza non seppe abbattere quella de' suoi Capitani, allorchè le vollero far fronte. A fine dunque di allontanare simili pericoii, il nostro Governo piantò per massima fondamentale di sua condotta, che in caso di guerre continentali si dovesse appoggiare il comando delle truppe ad un Generale straniero. Non di meno e' doveva aver sempre a' fianchi due Provveditori Veneziani, senza il cui assenso nulla potesse intraprendere, e ne' quali conoscesse di avere un freno contro la seduzione del danaro. Sono queste le vere cagioni, che diedero origine al Decreto, e l'anno 1146 fu l'epoca, in cui la deliberazione prese aspetto di legge.
Durò alcun tempo d'ambe le parti la tranquillità: ma nel 1214 una lievissima causa ridestò l'antica animosità tra le due nazioni; e fu questa. Nell'epoca felicissima per l'Italia Settentrionale, in cui dopo avere scosso il giogo straniero essa stava divisa in molte Repubbliche, ciascuna delle quali godeva di uno stato di opulenza, frutto della pace, dell'agricoltura, del commercio e di una lodevole industria, ciascuna città avea le sue feste e i suoi spettacoli, che attiravano infinito concorso colla magnificenza e il buon gusto. Tra queste Treviso immaginò di dare uno spettacolo affatto singolare; cioè di rappresentare l'assedio del Castello di Amore. S'innalzò la superba macchina tessuta di legni nel mezzo della maggior piazza di Treviso. Elegante n'era la simetrìa, elegantissimi gli ornati. Le mura erano coperte di rarissime pelli, di stoffe, di velluti, e di altre tappezzerie le più ricche e pompose. Le Dame più belle e più nobili della città avevano ciascuna per loro scudiere, ovvero cavaliere d'arme, una tra le più leggiadre zitelle del distretto, poichè stava a loro il difendere tutte insieme questo castello incantatore e incantato. Gli assalitori erano i giovani della propria città, e delle città convincine. Ciascuna avea fatto suo studio di spedire a questo curioso assedio i più avvenenti, i più ricchi e i più nobili tra' signori del suo recinto. Ben lungi però dal far onta alle leggi della natura coll'uso di armi micidiali, non era lecito di servirsi da una parte e dall'altra, che di fiori, di frutta, di aromi, d'acque odorose, e di ciambelle lavorate da quelle stesse mani gentili, che procacciavano la difesa del castello. Giunse dunque il dì destinato all'assalto. Gli assalitori si presentano divisi in tanti squadroni, quante erano le città a cui appartenevano. Ogni squadrone aveva alla testa il più illustre e più distinto personaggio, che recava lo stendardo della sua patria. Appena lo squadron Veneto comparve, che gli occhi di tutti quelli ch'erano intervenuti come spettatori alla Festa, rimasero abbagliati dalla magnificenza delle vesti e dalla pompa delle armi rilucenti, che vincevano di molto quelle degli-altri. Ciò non deve far stupire, atteso che i Veneziani erano superiori agli altri in commercio e per conseguenza in ricchezza; ed oltre a ciò essi avevano di fresco conquistato Costantinopoli, e portato seco loro il ricco bottino di quell'insigne metropoli. Dicesi anzi, che il capo dello squadrone vi comparisse cinto il capo d'una corona imperiale riportata testè da Bisanzio, la quale custodivasi nel tesoro di S. Marco, e che per poterla ottenere gli convenisse depositare una rilevante somma, tanto essa era ricca per oro e per gioje. Le Dame si lasciarono tosto vedere sui merli. Quelle di primo rango portavano in capo una corona d'oro sparsa di diamanti. Erano i loro vestiti ricchi d'oro o d'argento, forniti di perle e di gemme. Quelle di seconda classe, benchè meno ricche, facevansi ammirare per la molta eleganza e leggiadrìa. Congiunte queste con quelle formavano un battaglione formidabile, e mostravansi risolute di difendere, quali nuove Amazzoni, l'amoroso castello. Una musica militare mista a gridi festosi, ch'escono da tutti gli spettatori, precede l'azione. Le squadre già marciano alla volta del castello; ciascuna si sforza a gara di arrivarvi la prima per poter scalare le mura, e guadagnare le torri. Gli assalitori e gli assediati lanciano nuvole di dardi, i quali anzichè essere nocivi; riescono piacevolissimi. II combattimento sembra ostinato senza essere sanguinoso, e le acclamazioni continue manifestano la soddisfazione generale. Si chiamano per nome le Dame più belle, che si sa essere colà entro; si canta con grazia, e per quanto la distanza il concede, non si lascia intentata ogni via di seduzione. Finalmente ecco il fortunato squadron Veneto che si avanza più sotto degli altri, e quelle amabili signore già si mostrano disposte a cedere il castello. Lungi da noi l'oltraggiosa idea di credere a talun maligno cronista, il quale osò dire, che i Veneziani vi gettarono una pioggia di monete d'oro, e che le Dame non potendo resistere allo splendore di tal batterìa diedero segno di arrendersi. La grazia, la bellezza, la maestà, l'eloquenza furono in ogni tempo le armi più valide e più opportune per sedurre i nobili cuori. E chi avrebbe potuto disputare a' Veneziani la preminenza? La forma stessa del Governo non poco contribuiva a conceder loro questi vantaggi. I continui esercizj ginnastici infondevano ne' corpi una maschia bellezza; il nuoto e la scherma davano a' muscoli quella pieghevolezza, senza cui manca la grazia; la nobiltà ereditaria inspirava un carattere sublime, e una certa aria di gravità; e in quanto all'arte di persuader colla parola, chi non sa esser questo un dono che appartiene esclusivamente alle Repubbliche, ove tutte le leggi sono discusse da molti, e non partono altrimenti dal volere arbitrario di un solo? Nulla dunque di più naturale che tante attrattive potessero sedurre. Conviene d'altra parte osservare, che non trattavasi già di superare vere Amazzoni, e che quelle dame sapevano, che la loro severità non doveva essere se non da scherzo. A que' tempi non meno che a' nostri, potevano i costumi permettersi benissimo di riguardar quelle antiche eroine siccome esseri favolosi, quanto la sì celebrata Fenice; le nostre non si davano vanto d'un coraggio soprannaturale. Che che sia, i Padovani, che combattevano presso i Veneti, arrabbiavano in vedere i progressi di questi emuli, e si posero ad insultarli con motti ingiuriosi. È ben a credersi che i nostri non si lasciarono sopraffare, nè meno in questa nuova specie di guerra, il che pose il colmo alla collera de'Padovani, che non potendo più contenerla, si scagliarono sull'alfiere, gli strapparono di mano il vessillo di S. Marco, e il lacerarono. Bastò questo a produrre un grido generale che chiamava all' arme; tutto fu confusione; si pugnò veracemente dall'una e dall'altra parte e con tal furore, che i magistrati di Treviso durarono gran fatica a separare i combattenti e a farli uscir di città. Ecco qual trista fine ebbe una festa, che avea cominciato con sì gran brio, e che cagionava tanta allegrezza. Ma l'animosità era stata troppo viva, perchè le cose senz'altro si acquietassero. I Padovani non respirando che vendetta, appena tornati in patria non mancarono, siccome avviene, di mascherare il loro torto, e di dipingere la condotta degli avversarj co'più negri colori.
Avrebbero dovuto disprezzare questo accidente, come frutto di vivacità giovanile; ma tutto all'opposto, furono sì goffi da farne affare di stato. Presero le armi, aizzarono i Trevigiani a secondare il loro giusto risentimento, mostrando che coll'essersi turbati audacemente i loro spettacoli, l'insulto era fatto ad essi medesimi. La vana speranza di mortificare i Veneziani armò le due popolazioni, che congiungendosi insieme vennero ad attaccare la torre della Bebe posta alle foci dell'Adige. Era questa il più forte antemurale contro le incursioni degli Adriesi, de' Ferraresi e de' Padovani. Ivi si batterono con valore d'ambe le parti, e la sorte infine si dichiarò pe' Veneziani. Un turbine improvviso uscito dalla parte del mare ne fece gonfiare le onde in modo, che queste andarono ad allagare il campo nemico, che tosto audò tutto a rumore. Durante lo scompiglio, arriva la flottiglia Veneziana, attacca e Padovani e Trevigiani, già dispersi e avviliti: molti nell'atto di fuggire vanno incontro alla morte, ed il resto è fatto prigioniero. Armi, bagagli, più di due mila carri, cavalli, buoi, macchine da assedio, tutto divien preda del vincitore. I Padovani chiesero tosto la pace; il Doge vi acconsentì, ma a condizione umiliante. Egli volle prima, che fossero trascelti quindici tra giovinastri, che nella Festa di Treviso avevano più ardentemente osato insultar alla bandiera di S. Marco, e che venissero tradotti a Venezia; indi per lo riscatto de' prigionieri chiese il tributo di due polli bianchi per ciascheduno. Se il timore di conseguenze funeste rendea difficile l'eseguire la prima condizione, la vergogna de' Padovani in vedersi a quel modo scherniti, ponea maggior inciampo alla seconda. Essi avrebbero preferito di pagar piuttosto una gran somma; ma era stile de' Veneziani il punire in un modo sensibile, nè cosa v' era più propria a questo, quanto il ferire l'amor proprio. La necessità costrinse a sottoscrivere sì duro trattato. I quindici Gentiluomini condotti a Venezia pagarono bastante pena colla sola paura che n'ebbero, e quindi si permise loro di tornare in patria. In quanto ai trecento prigionieri, essi divennero lo spettacolo e lo scherno di tutta la ciurmaglia, la quale nel giorno prefisso accorse a vedere questa nuova specie di cambio, e così quella diventò del popolo di Venezia una verace Festa. I polli vennero numerati a due a due per ciascun soldato, e durante tal computo scoppiavano acclamazioni da tutte le parti. Il popolo ebbro com' era di gioja, avrebbe voluto che i Padovani, a somiglianza del Patriarca di Grado e de' suoi Canonici, pagassero un annuo censo in memoria di questa guerra; ma il Doge Ziani era troppo saggio per non accordare che si ripetesse un insulto, il quale non dovea essere che una lezione leggera in apparenza, benchè di profonda impronta nell'animo di chi la riceveva. L'esempio addotto dal popolo non era applicabile al caso presente; poichè evvi una gran differenza tra il punire alcuni individui temerarj, ed una intera città illustre, illuminata e valorosa. Il Governo Veneto non permise dunque nè altri tributi, nè altre Feste che quelle di che parlammo; e noi qui abbiamo voluto descriver tutto con esattezza, perchè non si confondesse la Festa presente con altre che in parecchi incontri ebbero luogo, e che troveranno anch'esse il loro posto.
Festa di Santa Marta
Nulla v'ha in questa Festa che richiami alla memoria nè una segnalata vittoria, nè una particolar divozione; e se porta un titolo sì venerabile, ciò è perchè si celebra nel giorno di santa Marta, e nella contrada che ne ha poscia ricevuto il nome, la quale si stende sopra l'estremo lembo della città, che guarda il ponente.
In antico parecchie brigate si recavano entro certe barche alla pesca della sogliola, il miglior pesce che si mangi in luglio, e sulla sera smontavano a terra, e là sul fatto facean gozzoviglia sulla riva più prossima, godendovi l'aria fresca confortatrice delle forze illanguidite dalla fatica del pescare, non meno che dal caldo della stagione. Divenuta in appresso più ricca la popolazione, ed introdottavisi la mollezza, si lasciò l'opera della pesca ai poverelli, costretti ad esercitarla per vivere, ed il faticoso trattenimento di prima si cangiò allora in un singolare divertimento. Vi s'immaginò una cena generale, in cui signoreggiava, come signoreggia anche a' dì nostri, la sogliola, antico protagonista, nobilitato poscia coll'aggiunta di una salsa, detta volgarmente saor; e questa salsa poi, siccome assai spesso avviene, usurpando per sè tutti gli onori, finì con divenire il Nume non solo delle altre varie vivande, ma, per così dire, di tutta la cena.
Quest'annuo spasso tanto più merita la nostra attenzione,
perchè è uno di quelli, in cui il buon Popolo Veneto più segnatamente offre in
mezzo alla gioja più viva il quadro d'un popolo amico dell'ordine, della pace e
della sociale armonia. Sembra, a dir vero, che sì gran turba non sia che una
sola famiglia, i cui membri, benchè infiniti, sieno congiunti con un solo
legame; e che uno stesso spirito, un principio stesso gli animi tutti, quello
del comun piacere.
Sentiamo noi pure certa dolce compiacenza in descrivere uno spettacolo
interamente spontaneo e non ordinato, se non da quel sentimento che inspira l'universal
piacere, e l'uso inveterato in questa città di fare delle corse sull'acqua: uso
che rese il suo popolo ingegnoso più di qualunque altro per inventarle singolari
e brillanti, e per eseguirle con desterità sorprendente. Ma il tempo che
trasvola insiem col destino, cangia, distrugge, e null'altro per isciagura ci
lascia, che rimembranze. Richiamiamo dunque a noi stessi ed a' nostri lettori
questa scena interessante, come se ci fosse dinanzi agli occhi, benchè altro di
essa al presente non ci rimanga che languide traccie.
Il luogo principale di questa Festa marittima, di questa cena generale è il canal della Giudecca, le cui acque non si scorgono più che per intervalli, e quasi pajono altrettante striscie di fuoco agitate da remi, tanto grande è la copia di barche, che le ricoprono, e tanto raddoppiata è l'illuminazione sopra le barche stesse.
Nella sera di santa Marta il ricco mostrasi, è vero, con grande splendore, ma non con fasto; e se impiega molto danaro nell'ornare la sua peota, nol fa per avvilire gli altri, ma per mostrare il suo buon gusto. L'ornamento primario delle peote consiste ne' lumi. La mira è di accoppiare la magnificenza ad una disposizione elegante e simmetrica. Spesso sulla prua si collocano concerti di voci e di strumenti da fiato, li cui suoni ripercossi dall'acqua producono un delizioso effetto, che il silenzio della notte rende vieppiù seducente.
Società numerose cittadinesche unisconsi insieme per porsi in altre grandi barche dette tartane; queste sono quelle dell'antico istituto, giacchè servivano alla pesca, e sono quelle, che più particolarmente figurano in questa Festa. Anch'esse brillano per la loro moltiplice illuminazione, poichè le lunghe funi che servono al maneggio delle vele, sono tutte coperte di palloni variamente colorati. Altre pure ve n'hanno di più picciole, con sopravi de' padiglioni, degli archi formati di rami d'albero, delle ghirlande di fiori a più guise illuminate.
Fin la più infima barchetta del meschin pescatore è coronata di fronzuti rami intrecciati insieme con il suo pallone di carta, in cui arde un lumicino: in ciascuna di esse siedono attorno una mensa più o meno sontuosa, que' che si sono insieme riuniti per darsi in preda al diletto; e toccando i bicchieri, i toasts eccitati dall'amicizia, e dalla libertà promuovono la letizia comune. Il modesto artigiano nel suo battello circondato dalla famigliuola assapora con gusto il suo piatto di pesce, ed applaudendo senza invidia ai concerti armonici delle peote e delle tartane, ch' egli accompagna, credesi di formar parte di quelle società. Egli gode con esse, o almeno quanto esse. Vedilo: ei ride di cuore al par di quegli strepitanti convitati, e le due candele che ardono ai due capi del suo legno entro i palloni, opera della sua industria, lo soddisfano egualmente, che la magnifica illuminazione atta ad offuscare lo splendor della luna, e rischiarante nel suo passaggio tutte le rive.
A centinaja le leggiere gondolette seguono le barche maggiori; esse godono dello spettacolo ed insieme il ravvivano, e tutto questo miscuglio di legni d'ogni specie forma una confusione che, anzichè metter timore, riesce molto grata e piacevole a vedersi. Qui non ha luogo nè la vanità, nè la gara, perchè niuno aspira alla precedenza; la Festa è per tutti, nè alcuno ha il diritto di sopraffare gli altri per passar egli solo, ritardando l'altrui cammino, sospendendolo o facendolo torcere altrove.
Vedonsi fermi presso le rive mille battelli, anch'essi con eleganza forniti e illuminati, dove i vivandieri stanno somministrando i cibi; qualcuno ha pur anco la sua musica. Sopra le mentovate rive, che diconsi Zattere, le botteghe di caffè e le bettole sono piene zeppe di gente. Fuori delle loro porte stanno apparecchiate delle tavole; tutto è illuminato, sì che par giorno.
Ciò poi ch'è sommamente bizzarro, e in vivo modo palesa la
semplicità del popolo, son le cucine ambulanti, e stranamente piantate qua e là
per le vie. Un uomo schiera sul suolo i suoi corbacci di sogliole preparate per
cuocersi. Sopra due pietre posa due fasci di legno incrociati, e un po' di
carbone acceso: versa alquante stille di olio entro una padella, e con grida e
strilli insoliti invita chi passa ad approfittarsi di quell'apparecchio, che col
fumo e coll'odore provoca l'appetito. Difficil cosa è il resistere a sì potente
attrattiva; si arresta il passo, si prendono a sedili alcune panche, e così alla
rinfusa formasi corona ad un desco. Il saor è già pronto; che aspettar
altro? mangiasi con isquisito piacere.
Per tutta la lunghezza di questa contrada vedesi intanto un gran concorso di
persone, che vanno e vengono sino alla piazza di santa Marta, la quale forma
prospetto al canale, e donde si può goder pienamente lo spettacolo delle barche.
Le botteghe del saor e d' altri commestibili sono fornite con eleganza, e
illuminate con buon gusto. È specialmente su quella piazza, che si trovano le
cucine posticcie, in cui spiccano qual secondaria vivanda i polli arrosto. Ivi
un suono confuso di tazze, di piatti, ivi il cicalio e grido de' venditori misto
a canti incomposti ed a musicali strumenti. Ogni casa cangiasi in taverna dove
si mangia, si beve, e godesi allegramente in una felice armonia sociale e
fraterna. L'osservatore il più rigido non giungerebbe a scoprire in mezzo a
questa immensa moltitudine riunita il menomo seme di discordia, la più leggera
disputa, cosa ch'è propria soltanto del popolo Veneto in tutte le sue Feste per
brillanti e numerose che sieno, a segno che mai non si ebbe bisogno di chiamare
il soccorso della forza pubblica; ed i Magistrati gelosi di conservare in tutta
la sua purità il candore di questa felice concordia, avevano la maggior cura,
onde la forza non fosse mai visibile in questi giorni, tanto temevano di
affliggere colla sua presenza de' cittadini, che si abbandonavano senza riserva
alla confidenza generale, e agl'inviti del piacere, riponendo la tranquillità di
ciascuno sotto la sopravveglianza degli altri proprj concittadini.
Questa Festa, o per dirla alla Veneziana, questa Sagra non finisce se non quando il sole comincia a riscaldar coi suoi raggi quelle teste un poco già riscaldate dal liquore di Bacco: ma nel partire osservasi la stessa tranquillità, ch'eravi nel venire, e da per tutto regna quell'amabile cordialità e quella dolce allegria, che dissipa le querele domestiche, e riconcilia gl'inimici nel modo più stabile. Ed infatti la miglior pace è quella che si fa col bicchiere alla mano. Perchè i Monarchi si fanno tra loro la guerra? dicea un bevitor famoso: Perchè non tracannano mai insieme.
FINE DEL VOLUME SECONDO.
INDICE DELLE FESTE CONTENUTE NEL VOLUME TERZO
Festa del Venerdì Santo
Festa di Santa Caterina
Festa di San Vito
Festa per i primi possessi in Terra-Ferma
Festa di San Marco
Festa per la scoperta della congiura del Doge Marin Falier
Festa per la difesa di Scutari
Festa del Venerdi Santo
Nella descrizione delle Feste Veneziane entrar non vi dovrebbero quelle la cui origine è tutta cattolica e propria di tutti i popoli in una medesima religione; ma spero di ottener indulgenza presso i miei benevoli Lettori, se fra le sacre solennità trovandone alcune che in sè abbiano qualche circostanza riguardante in particolare la Veneta Repubblica, io anche di queste a parlar m' accinga. Una fra esse è certamente quella del Venerdì Santo; anzi se si dee confessare il vero dalla descrizione delle cerimonie praticate in Venezia in quel pietoso giorno, doveva la mia opera incominciare. Nulla infatti poteva esservi di più antico in queste lagune, che la celebrazione di un giorno di così antica e di così venerabile ricordanza. All'epoca dell' irruzione de' Barbari in Italia, il Sacerdozio, imitando la nobiltà, e tutti quelli che avevano molto a perdere, fuggì dal continente trasportando seco il prezioso tesoro delle Sante Reliquie. Accompagnato esso dalla parte più fedele del Popolo, scelse ad asilo queste lagune, e vi stabilì i riti della Chiesa Romana, madre e maestra di tutte le altre chiese. Non è quindi a dubitare essersi ben tosto veduta anche in Venezia quella commovente Processione del Venerdì Santo, che nella sua origine Apostolica venne ad esprimere un divoto accompagnamento del Corpo del nostro Signore verso il Sepolcro, ed insieme si giudicò un mezzo atto a richiamare alla mente de' Fedeli i patimenti e la morte di Gesù Cristo, e ad inspirare sempre più ne' cuori la pietà e la riconoscenza verso di lui, che fu nostro divin Salvatore. Dal suo principio in poi fu inalterabile in Venezia l' annua rinnovazione di sì edificante spettacolo; solo vi si aggiunse la pompa e la magnificenza in proporzione dell' aumento di lustro e della crescente ricchezza della Repubblica.
Due ore dopo terza scendeva il Doge dal suo palazzo colla Signorìa, il Collegio, il Senato e le principali Magistrature nella Chiesa di san Marco. Ivi dopo la celebrazione della Messa, il canto degli Inni dolenti e l' altre usate cerimonie, esponevasi a pie' dell'altare la Croce alla comune adorazione. Il celebrante era il primo; a questo seguiva il Primicerio, e terzo era il Doge, che inginocchiavasi umilmente innanzi a quel Sacrosanto Legno, simbolo del grande di tutti i misteri, e monumento d'un sacrifizio, che importò nulla meno che la felicità del genere umano. Nell'eseguire un atto di tanta religione, il Principe spogliava l' aureo manto, e deponeva il Serto Ducale per rendersi in certo modo eguale a tutti quei della comitiva, che dopo lui in bell' ordine si accostavano a prestare divotamente il medesimo omaggio. Nel dopo pranzo col metodo stesso della mattina e collo stesso seguito se ne tornava il Doge alla Chiesa per udire la Predica della Passione, che per consuetudine recitavasi da qualche valente Cappuccino. Intanto allestivasi la Processione. Cominciava questa dalle sei Confraternite, ricchissime di ogni genere di arredi d' oro e d' argento, ed abbondantissime di torcie. Ogni confratello portava inoltre la sua candela accesa in mano. Alle Confraternite succedevano i Canonici di san Marco; indi un gran numero di penitenti vestiti di una cappa nera che li copriva da capo a piedi, e ognuno di essi portava un cereo dipinto e dorato, ma di sì enorme peso da stancar le braccia più robuste. Que' buoni devoti sostenevano questa pia fatica senza venir da chicchessia riconosciuti, sicchè l' ostentazione e l'ipocrisia non potevano avere parte in tale spontanea penitenza. Due Sacerdoti titolati scortavano la santa Bara del Signore. Seguivanla il Patriarca ed il Primicerio in mezzo a' suoi Canonici. I Segretarj e gli Scudieri precedevano il Doge e la Signoria; indi i Patrizj in toga, poscia tutti i cittadini ed artigiani della Parrocchia di san Marco. Sotto uno degli archi del palazzo Ducale stava pronto un baldacchino nero sostenuto da sei sottocanonici. Allorchè la Bara col sacro Corpo del Signore in Sacramento era uscita dalla Chiesa, veniva accolta con gran riverenza sotto il baldacchino. In tal modo la Processione faceva il suo giro uscendo dal palazzo per la porta di fianco riguardante la Piazzetta, e rientrando in chiesa per la porta del lato destro in faccia la picciola Chiesa di san Basso. Nel passar della Bara dirimpetto alla porta maggiore, tutta la processione fermavasi, ed ognuno, perfino il Doge, inginocchiavasi in segno di adorazione. Rientrata in Chiesa col medesimo ordine con cui era uscita, tutti riprendevano il loro posto. La grande Confraternita di san Marco, come pure il Clero, facevano spalliera intorno al santo Sepolcro. Ed allorchè la Bara era giunta nel Coro, levato con riverenza il Corpo del Signore in Eucaristia, posavasi sopra alcuni preparati cuscini. Monsignor Patriarca lo ritoglieva poscia per dar la Benedizione, ch' era da tutti ricevuta colla maggior divozione. Si deponeva allora nel Sepolcro il Corpo del Signore, ed il Gran Cancelliere, ricevuto dal Doge il sigillo ducale, lo presentava al Patriarca, acciò chiudesse la piccola porta della sepoltura, e v'imprimesse sopra lo stemma della Repubblica. Dopo di che il sigillo ducale colla stessa formalità era restituito al Doge, il quale, ciò fatto, partivasi col suo augusto corteggio, e partivano pure le Confraternite, rimanendo solo il Clero a salmeggiare per alcun tempo ancora; e così la funzione avea fine nella Basilica di san Marco.
Ma non con ciò finiva la solennità di questo giorno. Ad imitazione della maggiore, tutte le altre Chiese Parrocchiali della Città ripetevano gli stessi riti e la stessa processione sulle prime ore notturne, facendo il giro tra i confini della propria giurisdizione. E grande n' era l' accompagnamento, composto, oltre al Clero, di tutti i patrizj, di tutti i cittadini, mercanti e artigiani abitatori delle rispettive parrocchie, portanti ciascuno una grossa candela accesa in mano. A rendere più dignitoso lo spettacolo, precedevano il sacramento con torcie calate, i domestici e gondolieri de' patrizj più facoltosi colle loro divise in gala. Grande era lo sfarzo de' fanali dorati, de' candelabri d' argento e de' cerei. Le finestre, le ringhiere e porte di tutte le case, dinanzi a cui le processioni passavano, qual più qual meno ardevano di torcie, di candele, di faci. Puossi dire che cominciando dalla gran Piazza di san Marco, non vi fosse contrada un po' nobile della Città, che non mandasse splendore; talchè chi si fosse posto sull'alto d'una delle nostre torri a riguardare in giù, avrebbe potuto credere, che Venezia tutta andasse in fiamme.
Certo non sarebbesi alcuno
immaginato, che una cerimonia per cui si conservava e aumentavasi un pio fervore
verso Dio ed i suoi Misterj, per cui si esercitava la fede, fortificavasi la
Religione, e si distinguevano i cristiani dagl'infedeli, i cattolici dagli
eretici, dovesse venire abolita dopo una sì lunga successione di secoli. Pure
ciò vedemmo accadere l' anno 1797, sia per amore d'innovazione, sia per odio di
tutto ciò che teneva dell'antico. Non mancarono però speciosi pretesti per
giustificare l'irreligioso decreto. Si mostrò temere non la militar licenza
Francese, abbattendosi in quelle processioni, commettesse qualche irreverenza;
si allegò che crescendo ognor più la depravazione de' costumi, potevano i
giovani d' ambi i sessi abusare della sacra solennità, trasferendosi nelle
chiese e per le vie più per dar pascolo a' loro profani capricci, che per
ispirito di religione; ed infine si aggiunse, che il cangiamento ultimamente
successo nelle ricchezze sì pubbliche, che private, rendeva impossibile il
conservare l'antico splendore delle decorazioni. Obbiezioni tutte da potersi
sciorre assai presto: giacchè primieramente era facile l' evitare ogni scandalo
per conto della soldatesca, ricorrendo agli Ufficiali e Comandanti ragionevoli,
civili ed attissimi a porre freno alla soverchia licenza de' loro subalterni;
oltrecchè potevansi eseguire le cerimonie dentro le mura delle rispettive
Chiese, che sono tutte abbastanza capaci per contenere una processione. In
secondo luogo chi v' è che ignori, che in una gran popolazione vi sono sempre le
stesse passioni in movimento, che in ogni occasione sia sacra o profana, i due
sessi si cercano sempre l' un l' altro, senza punto considerare alla causa che
procaccia ad essi questa felice opportunità? Ciò fu in tutti i tempi, e ciò sarà
in tutti i secoli. Il terzo pretesto non è meno insussistente degli altri due. I
Veneziani tuttochè sappiano, che la vera pietà non consiste nel lusso, pure col
decorare pomposamente le loro funzioni intesero sempre di rendere un grato
omaggio alla Divinità, e questo pio instituto l'ebbero, finchè il comportò la
generale opulenza dello Stato, nè il perdettero affatto in appresso ad onta
delle cangiate fortune; e li veggiamo tutto di concorrere con grande spesa a
dare musiche eccellenti, illuminazioni superbe, ed a riccamente ornare a festa
le Chiese delle loro parrocchie, quando intervenga alcuna di quelle funzioni,
che non vennero loro dalla scrupolosità dei superiori proibita. Quali sforzi
dunque non avrebbero essi fatto per conservar lo splendore ai riti di questo
giorno? Riti che oltre il grand' oggetto della Religione, soddisfacevano a tutti
i cuori, erano di decoro alla città, attiravano i forestieri in folla, facevano
circolare grandissime somme di danaro, e procacciavano il pane ad una gran
quantità di persone. Quest' è uno de' giorni in cui il buon Popolo Veneto al suo
annuo ritorno, richiamasi vivamente e tristamente al pensiero la fatal
catastrofe del suo paese, del suo governo. Non più Chiese aperte la sera, non
più processioni, non più case, nè palagi illuminati, non più Piazza di san Marco
risplendente. Che se taluno per antica abitudine esce ancora e va errando per le
vie in quella melanconica notte, il fa con quella medesima ansietà della
Maddalena cercando da per tutto il Corpo del suo Signore, del quale non trovò in
veruna parte indizio alcuno per adorarlo, se non che nel suo proprio cuore.
Festa di Santa Caterina
Il Codice delle Leggi Venete sarebbe un' opera importantissima ed utilissisima a conoscersi, massime per quelli che imprendono di scrivere sopra qualche punto spettante a questa illustre Repubblica: ma sciagura vuole, che tale opera non si trovi a perfezione ridotta, nè in istampa, nè manoscritta per la somma difficoltà della sua compilazione. Gli altri popoli che hanno scosso il giogo della tirannia, convinti della loro inesperienza nell' arte di governare, e insieme paurosi de' mali dell' anarchia si sommisero o presto o tardi a colui, che spiegava tra loro uno spirito superiore a tutti gli altri uomini. Le sue leggi furono accolte come oracoli, obbedite senz'altri esami e trascritte con esattezza. Ma la cosa andò altrimenti a Venezia, e l' origine della nostra costituzione fu diametralmente opposta a quella di che parlammo. Gli antichi abitanti di queste lagune, che furono i fondatori della libertà comune, non erano già persone volgari, nè agitate da turbolenze civili; erano uomini bennati e ricchi, che sfuggiti dagli orrori della guerra e delle persecuzioni, vennero qua a ripararsi, contenti assai di non dover obbedire ad alcun individuo privato. Allorchè la Sede Ducale si trasferì a Rialto, e le famiglie sparse per le isole si unirono di unanime consenso in un solo luogo per deliberare intorno al modo di piantare una Costituzione repubblicana, avvenne che intra una proposizione e l' altra corse un intervallo di tempo, affine di ponderarle meglio e riconoscere col fatto l' utilità. Quindi di volta in volta si registravano le deliberazioni adottate, che da quel punto prendevano forza di leggi, ma non sempre venivano scritte, o almeno non sempre con ordine e precisione. Talvolta erano mal ricordate o mal dettate; talvolta si registravano bensì, ma in appresso venivano abolite. Aggiungasi in tanti incendii accaduti, lo smarrimento delle Cronache, e ognuno conoscerà essere impossibile il trovare nella Repubblica Veneta un corpo di Leggi perfetto, come puossi di leggieri trovare in una monarchia, allorachè fermisi l' attenzione sopra i suoi primi Legislatori. Pure il Maggior Consiglio cercò di ottenerlo, e a tal fine instituì in varie epoche alcuni Magistrati, la cui cura fosse il classificare tutte le leggi, registrando le nuove, e riordinando le antiche, ma un pieno effetto non si potè ottener giammai. Ecco una delle gravi difficoltà, che si presentano a chi vuole scrivere intorno alla Storia Veneta. Ma una ancor maggiore ve n' ha, o forse più dura a superarsi; vo' dire di vincere le opinioni o a dir meglio le prevenzioni generalmente ricevute. La critica più scrupolosa e più studiosamente esercitata, mal potrebbe porsi in salvo contro gli attacchi di oppositori ostinati, o di maligni detrattori sino ne' fatti colla maggior ragionevolezza provati. A simili disastri devo attendermi che vada incontro la festa, che ora sto per dettare. O quanti e quanti non potranno udir senza sorpresa, anzi senza qualche mormorazione contro l'autrice, che non vi fu mai una Serrata del Maggior Consiglio, quale comunemente si crede, che ascrivesi al Doge Pietro Gradenigo nell'anno 1297, e in conseguenza la festa di santa Caterina ordinata per Decreto da questo medesimo Doge, non aver avuto quell' origine, che pur varj scrittori le diedero. Tuttavia io prego i miei Lettori a seguirmi passo passo sì in questa che nella susseguente festa, benchè alcuni ragguagli possano riuscire un po' nojosi, ma che pur sono necessarj per condurli là dove possono il vero conoscere.
Parlammo altrove dei principj della Repubblica Veneta, del suo aumento, de' suoi cangiamenti governativi, e del suo ritorno, da poche modificazioni in fuori, al governo de' Dogi. Non sarebbe forse inutile il rimontar di nuovo ai secoli primi per procurar di conoscere l' epoca, in cui la Città fu divisa in sei parti dette Sestieri, e quella in cui i Tribuni presero il nome di Elettori, e quella in cui fu instituito il corpo della Quarantia, e finalmente quella in cui all' Assemblea Nazionale venne sostituito il Maggior Consiglio. Ma si lasci ai Cronisti il disputar fra loro intorno a quest'epoche incerte, e arrestiamoci ad esaminare i punti più decisivi per la questione presente.
Diasi prima un' occhiata a quell'Assemblea Nazionale, che d' ordinario si crede composta indistintamente da tutti gli abitanti delle Isole. Non v' ha Cronaca, che non convenga nel dire, che esse si tenevano nelle Chiese; prima in quella di Eraclea, poi a Malamocco, e da ultimo nella Chiesa di san Marco a Venezia. Ma come mai queste Chiese, che ne' primitivi secoli non erano sì vaste quanto il furono da poi, avrebbero potuto contenere un sì gran numero di persone? Esse ben potevano accogliere un' adunanza di Cittandini Tribunizj, de' Tribuni attuali, di uomini i più illuminati e accreditati delle isole, e del Clero il più rispettabile; e quest' Assemblea poteva benissimo meritar il titolo di Nazionale. Secondariamente non è credibile, che gente senza educazione, senza principj avesse voluto aver parte nelle cose di governo. Que' che sono più di noi prossimi alla natura, hanno una coscienza più eloquente della nostra, ed essendo meno accecati dall'amor proprio, essa fa che sentano meglio i proprj interessi, coll'affidare ai saggi e agl' istrutti le più delicate faccende, anzi che ostinarsi e dirigerle da per loro. Dall'altro canto uomini che avevano abbandonato la patria per salvarsi nelle lagune, nemici giurati della tirannia, e ansiosi del loro ben essere, dovettero pensare non esservi cosa più opportuna per mantenerselo, quanto il cercar co' loro lumi e colla loro sana condotta di entrare alla testa degli a fari, vo' dir del Governo. Ed ecco come mercè un concerto comune ancor che tacito, si venne a dar forma ad un' Assemblea, non già popolare, ma giudiziosamente scelta. Il popolo per altro avea diritto di nominare il Doge, di sancire od approvare colla voce gli eletti a quest'Assemblea, ed anche gli affari proposti; poteva inoltre proporne di nuovi. Ma a que' tempi i Dogi avevano una grande autorità; dipendeva da loro il convocare l' Assemblea, e spesso spesso deliberavano da per loro sugli affari i più gravi dello Stato; quando nel 1032 il Doge Domenico Flabanico concepì un' idea della più fina politica, e di somma utilità alla Repubblica. Questa si fu di non voler più deliberare da sè solo di cosa alcuna risguardante lo Stato, senza il consiglio de' più saggi ed assennati cittandini. Da quel momento, come sempre anche dopo, fece egli pregare sessanta di que' zelanti cittadini d'intervenire a dare il lor parere sul partito da prendersi nelle pubbliche vicende, e nelle importanti urgenze che andavano di giorno in giorno succedendo. Un sì nobile fervore repubblicano piacque a tutti indistintamente; quindi con maggior facilità vennero approvate tutte le deliberazioni del Doge emanate col consiglio di que' cittadini. Di qua nacque quel gravissimo e sapientissimo corpo del Senato, che sin d' allora fu denominato de' Pregadi, e che venne poscia organizzato per modo che si può dire, che ai profondi riflessi, alla mirabile eloquenza di que' saggi la Repubblica nostra dovette i sommi progressi della sua grandezza. Ma per questo nuovo corpo composto di patrizj e di nobili l' Assemblea Nazionale venne molto a perdere, com' è ben naturale, della sua autorità, e la costituzione della Repubblica si fè vieppiù Aristocratica. Ed ancor più inclinò manifestamente verso di questa, allorchè nel 1172 sulle proposizioni della Quarantia si decretò di sostituire all' Assemblea Nazionale un Gran Consiglio composto di circa 450 0 500 nobili, i quali uniti in corpo avessero il potere sì deliberativo, che amministrativo. Per consolidare quest' istituzione, la quale dava più forza e più perfezione di forma al Governo, vi si aggiunsero alcune altre leggi, delle quali la principale fu, che le funzioni di questo corpo non durassero che un anno, e che nel giorno di san Michele si dovessero sempre rinnovellare. La scelta de' cittadini che avevano a comporlo apparteneva ai capi de' Sestieri, chiamati Elettori, ai quali, se fosse piaciuto di conservar in carica quelli che si trovavano, venivano confermati per un secondo e per più altri ancora. Ho detto, che questo Gran Consiglio fu composto di nobili; e non è a dubitare che così non fosse. In primo luogo il piccolo numero, di cui questo Corpo fu composto, porta a credere, che abbiasi voluto scegliere i cittadini più rispettabili, i più conosciuti, il fiore infine della nobiltà. Di fatti in tutti i Registri anche di quelli anteriori a quest' epoca, il Vir Nobilis precede sempre il nome della persona eletta, sia alle prime dignità dello Stato, sia alle cariche di mare, sia alla formazione del Gran Consiglio; di modo che anche a que' dì come a' giorni nostri dicevasi comunemente, che i nobili formano il Gran Consiglio, ed il Gran Consiglio forma i Nobili Veneziani. Puossi anche aggiungere un' osservazione. Se il Gran Consiglio avesse accolto un miscuglio di Classi, come non avrebbero anche i Plebei, membri anch' essi di questo Corpo, fatti tutti gli sforzi per far eleggere talvolta alcuni di quelli pure del loro ordine alle primarie dignità della Repubblica? É certo che per tal modo avrebbero potuto illustrare i loro nomi, ed avere una parte immediata al Governo. Che se ciò non avvenne mai; se i soli nobili furono i trascelti; come mai questi hanno sempre potuto prevalere? Ciò fu perchè ed essi soli appartenevano le scelte, ed ogni uomo ama, apprezza e sostiene quelli della sua condizione. Nei nobili risiede d'ordinario la maggior cultura figlia della educazione, e quindi la maggior influenza attiva. Di rado in qual siasi comunità la plebe ardisce pretendere alle primarie cariche civili e militari, giudicare de' gravi affari dello Stato; che se pur osasse aspirarvi, assai difficilmente può riuscire. Non è però che tratto tratto alcuni ambiziosi Cittadini non suscitassero e pretese e rivalità; di queste ne abbiamo già vedute anche in passato; ora ne vedremo di nuove.
La celebre conquista di Costantinopoli fatta dal Doge Enrico Dandolo, porse alla Nazione il modo di posseder Candia ed altre Isole, e fece estendere il suo commercio non solo in Siria ed in Egitto, ma, per così dire, in tutto il mondo allora cognito. Essa sommamente contribuì a far valere il primato di Venezia sopra l' Adriatico. Egli è vero che da quasi due secoli se ne chiamava sovrana; ma però allora ardì mostrarsi alla scoperta e senza riserba; poichè altri non suole mai sfoggiare i proprj diritti, se non quando può proteggerli colla forza. La Repubblica pose in mare una flotta, ed al comandante diè il titolo di Capitano del Golfo per costringere i naviganti forestieri a pagare un tributo, e a dirigere le corse in utile de' Veneziani. Immenso in fatti fu il profitto che quinci ne venne. La massa de' Capitali si accrebbe, la popolazione s'ingrandì per molte famiglie forestiere qua venute; le dovizie più profuse trassero seco il lusso, ed insieme tutte quelle arti e manifatture che servono a nodrirlo, ed anche a diffonderlo altrove. Di qua nacque una sempre maggior alterigia nelle teste degli ambiziosi. Chiunque era ricco cominciò ad aspirare alle dignità dello Stato, a voler entrare nel Maggior Consiglio, ed a corrompere i voti degli Elettori. Questi o sedoti da vile interesse, o lusingati dalla mira di farsi molti aderenti in grazia de' quali potessero alla lor volta ottenere le cariche le più distinte, li ammettevano, quantunque non avessero prodotto alcun titolo di servigi resi allo Stato, nè date prove delle loro virtù, nè nobilitate le loro fortune col corredo de' buoni costumi D' altra parte molti nobili antichi, fatti forti nella loro nascita, pretendevano per questa sola, ancorchè per nulla benemeriti della I atria, di conservare la loro autorità, e di esser essi soli ammessi al gran Consiglio. Quindi gl'intrighi, i maneggi, gli artificj adoperati a tale oggetto divennero sorgente di civili discordie. E come il numero degli esclusi esser dovea molto superiore di quello degli eletti, così accrescendosi la massa de' malcontenti, fatta questa più ardita e più insolente, coglieva ogni occasione per tumultuare ed inquietare. Se per esempio un Generale d'armata ritornava, anche senza sua colpa, con avverso successo dalla guerra, egli veniva accolto con fischiate, e poco men che con sassate. Un Doge stesso fu per prodigio salvato da un'insurrezione, essendo stato costretto di proporre doppia imposta di macina, onde supplire alle grandiose spese delle guerre che si succedevano. Queste violenze, questi disordini crebbero a tale, che sotto il Ducato di Giovanni Dandolo fu stabilito d'introdurre qualche nuova riforma nelle Elezioni. In fatti i tre Capi della Quarantia, Corpo che conservava ancora, dopo il gran Consiglio, la maggior autorità, proposero nel 1286 la legge, che niun Cittadino potesse venir eletto membro d'alcun Consiglio, o Collegio, o Magistrato, s'egli non era entrato una volta nel gran Consiglio, o almeno il di lui padre, o il suo fratello primogenito. Anche questa legge, con altre ancora proposte, dava la causa vinta alla nobiltà. Ma il Doge Dandolo ricusò di approvarle, il che era ben naturale; poichè egli era stato uno de' principali Capi del partito Popolare contro l' Aristocratico in alcune precedenti sommosse assai gravi, che però dalla prudenza del Governo vennero a tempo sedate. Ma il di lui rifiuto non tolse, che dopo dieci giorni non se ne proponessero alcune altre a un dipresso eguali, e che il Doge Dandolo parimente negò di sancire, adducendo per iscusa il pericolo, che si correva in far cambiamenti alla Costituzione, quando i nemici esterni arrecavano tali molestie da meritar che il Governo rivolgesse ad essi tutta la sua attenzione. Prevalse il parere di lui, e, durante il suo Ducato, nulla si alterò; quindi gli stessi vizj continuarono a fruttar sempre gli stessi disordini. Potrebbesi anche dire che il rifiutarsi ai regolamenti proposti, fu quasi un dar coraggio al Popolo di arrogare a sè l'elezione del Doge novello, di riprendere i suoi diritti, e proclamando il Doge Jacopo Tiepolo, di voler sostenere la validità di tal elezione. Il gran Consiglio temendo che da questo principio di fermento ne venisse un incendio generale, prese la via della dolcezza. Ma più di tutti si trovò imbrogliato il Tiepolo. Egli non poteva accettare la dignità senz'attirarsi addosso l'odio e la vendetta del Maggior Consiglio, nè poteva rifiutare il Ducato senza esporsi al risentimento ed al furor del Popolo. In questa dubbiezza egli credette miglior partito l'allontanarsi da Venezia per attendere nel luogo del suo ritiro l'evento; ma con ciò venne a confermare quella gran verità, che chi abbandona il Popolo, n'è ben tosto abbandonato, sebben fosse il suo prediletto, il suo idolo. Convien che la presenza riscaldi il suo cuore, alimenti il suo affetto; se la persona sen parte, essa è subito dimenticata del tutto. Ciò appunto avvenne. Il Popolo, cercato invano Jacopo Tiepolo per porlo nel Seggio Ducale, e non trovatolo, con tanta debolezza rinunziò al suo disegno, con quanto entusiasmo l' aveva eletto. Così il Gran Consiglio veggendosi sciolto da ogni paura, venne all'elezione del Doge. Il Tiepolo è ben ragionevole che ne fosse escluso appunto perch'era stato eletto dal Popolo. La scelta dunque cadde su Pietro Gradenigo, uomo di spirito fermo, di carattere risoluto, e grande partigiano della nobiltà. Nè per ciò è da menar gran rumore, mentre chi ama scorrere le storie di tutte le Nazioni, trova, che i Popoli più morigerati, più semplici e più virtuosi sono quelli che mostrano dare maggior peso ai pregi della nascita. I patrizj Romani, ed i Baroni Svizzeri fecero sempre più stima della loro nobiltà che dell'oro. Essa merita in vero gran rispetto, qualora non sia incentivo all'orgoglio misto ad una crassa ignoranza. La distinzione dei natali deve ajutare lo sviluppo di un carattere nobile, là dove un' origine vile può soffocarlo nello stesso suo germe. La più nocevole distinzione è quella che non ha altra base che le ricchezze. Il Gradenigo si diede dunque in prima a notare gli sconcerti civili, ed il pessimo andamento delle cose, prodotto dall'essersi introdotte nel Governo persone non d'altro merito fornite che di ricchezze, senza punto d' altezza di animo, senza meriti verso la Patria, e senza cognizioni di affari. Egli pertanto si assunse di cercar il mezzo di riformar gli abusi, e di dare al Corpo Sovrano della Nazione tutta quella perfezione, a cui un governo di uomini puole aspirare. Sagace com' era, conobbe la necessità di ogni Governo di alterarne la forma, o anche cangiarla a norma non solo delle differenti circostanze interne, ma del mutarsi i costumi, le passioni, i sistemi degli altri popoli, che colla comunicazione tanto influiscono sul generale, da alterare per fino ogni carattere nazionale, e gli usi più inveterati. Questo sistema di regolazione fu quello appunto osservato dai nostri Padri, pur troppo da noi negletto. Allorchè questa popolazione docile in sul principio e tranquilla, che i Tribuni quali Capi di famiglia reggevano, divenne audace ed orgogliosa, si venne ad un Governo Repubblicano coll'elezione di un Duca o Doge. Quando i Dogi vollero abusare della loro autorità, o il Popolo temendo troppo la perdita della sua indipendenza commise su loro tante a trocità, fu creduto opportuno di venire nel 1173 alla regolazione del Maggior Consiglio, onde tenere in bilancia l'autorità del Doge colla popolare. Ma poscia neppur questa bastata essendo per impedire i disordini, il Doge Pietro Gradenigo trovò utilissimo il cominciar a dare nuove forme e nuovo metodo per le elezioni del gran Consiglio, mercè le quali fosse chiusa a quelli che non avevano diritto, e venissero espulsi gl'intrusi, il cui numero era infinito. Comunicò egli questo pensiere ai Capi de' Quaranta, i quali non fecero che ripetere que' medesimi rimedi, ch'erano stati resi vani dal Doge Dandolo, e da' suoi aderenti; quindi proposero quella famosa Legge, della quale vuolsi a torto essere stato autore il Gradenigo, mentre egli non fu che consenziente, come il Maggior Consiglio fu il confermatore. Ecco la Legge, ch'io qui riporto tradotta alla lettera dal Latino, quale si legge nel libro Pilosus dell'Avvogarìa del Comun alla pag. 67. Credo necessario riferirla per intero, affinchè i miei Lettori possano penetrarne lo spirito, e confrontandola con tutto ciò che nel proposito fu detto e scritto, riconoscere la verità.
“1296 More Veneto ultimo di
febbrajo nel Maggior Consiglio.” “Fu presa parte che la elezione del Maggior
Consiglio, la quale d' ora innanzi si farà sino a S. Michel, ed in seguito per
un anno, si faccia in questo modo: Che tutti quelli i quali furono del Maggior
Consiglio da quattr'auni in poi, si presentino ai Quaranta ad uno ad uno, e
qualunque avrà avuto dodici Ballotte e di più, sia del Maggior Consiglio sino
alla festa di S. Michele, e dalla festa di S. Michele sino ad un anno,
approvandosi ad uno ad uno nella detta festa di S. Michele in questo modo:”
“E se alcuno lasciasse il Consiglio per andare fuori della Città, quando
ritornerà, possa ricercare ai Capi di Quaranta, quali pongano parte tra i
Quaranta, se sembri ch'egli possa essere del Maggior Consiglio o no: ed i Capi
di Quaranta siano obbligati a porre questa parte; e se avrà dodici Ballotte e di
più sia del Maggior Consiglio.” “Ed inoltre si eleggono tre Elettori, i quali
possono eleggere degli altri, che non fossero stati del Maggior Consiglio,
secondo che dal Serenissimo Doge e dal suo Consiglio sarà loro ingiunto, e che
quelli ch'essi avranno eletti, e si pongono ai voti tra i Quaranta ad uno ad
uno, e chiunque avrà dodici Ballotte e di più sia del Maggior Consiglio.” “E i
predetti tre Elettori siano del Maggior Consiglio sino alla festa di S. Michele,
ed altri tre che sceglieranno nella festa di S. Michele debbano essere per un
anno, e siano del Maggior Consiglio.”
“E queste cose non passano essere rivocate se non dai cinque Consiglieri, e da
venticinque de' Quaranta, e da due parti del Maggior Consiglio, ed in capo
all'anno quindici giorni avanti si pongano al Maggior Consiglio, se paja che
questa Parte debba ancora durare o no, e come sarà stato preso nel Maggior
Consiglio così debba essere osservato.” “E sia ingiunto nel Capitolare de'
Consiglieri che debbano porre essa Parte al Maggior Consiglio, come si è detto
di sopra, sotto pena di lire dieci per ciascuno, e gli Avvogadori di Comune
siano obbligati di esigere la detta pena; e non s'intenda per ciò, che debbano
essere del Maggior Consiglio quelli che ne furono esclusi dai Consigli ordinati.
E se venga ingiunto ai Capi di
Quaranta, che quando dovranno provare alcuno del Maggior Consiglio, debbano ciò
notificare tra i Quaranta per tre giorni avanti, e che non facciano approvazione
alcuna del Maggior Consiglio, se non saranno congregati trenta di Quaranta e
più, e questo si aggiunga al Capitolare.” “E se il Consiglio o il Capitolare è
contrario, sia rivocato.” Ecco la sola vera Legge dal Doge Pietro Gradenigo
emanata, intorno a cui s'inventarono tante favole, e si composero tante satire.
Ma io domando, dov'è in questa Legge la famosa Serrata del gran
Consiglio? Dove la dichiarazione, che questo Corpo debba esser perpetuo ed
ereditario? Dove l'abolizione dell'annua clezione del gran Consiglio? Dove
l'esclusione degli altri Cittadini? Non vi si dice forse, che gli Elettori
devono essere per tutto l'anno del Corpo del gran Consiglio, siccome anche una
posterior Legge del 1335 l'impone agli Avvogadori? Non potevano dunque sì gli
uni che gli altri entrare nel Corpo o nell'anno precedente o nel susseguente? E
schiettamente vi si ordina, che tutte le Elezioni ciascun anno si facciano il
giorno di S. Michele, e che niun membro possa durare nel Corpo oltre un anno,
affinchè quelli che in un anno non sono nel Consiglio, possano entrarvi in un
altro. Non si limita il numero di quelli che devono comporlo; ed infatti ne'
nostri pubblici Registri sempre vario se ne scorge il numero. Ma più che tutto
questo convien considerare ordinarsi, che questa Legge venga assoggettata al
gran Consiglio quindici giorni prima che spiri l'anno, perchè rimanga il tempo
necessario a ben esaminare se dessa meriti di durare o no, e ciò che verrà
deciso sia ritenuto per inalterabile. Come mai una Legge che a detta universale
rovesciava affatto la Costituzione, convertendola di Democrazìa in Aristocrazìa,
poteva venir lasciata, per così dire, in sospeso? E come non avevansi a temere
in questo intervallo i maneggi, i rigiri, i brogli, le turbolenze de' Cittadini,
de' plebei e degli stessi nobili esclusi dal Governo per sempre?
Ma lo spirito saggio del Gradenigo sapea hene non trattarsi già di
un'innovazione di Governo, ma sol d'un regolamento più sano nelle Elezioni, onde
poter distruggere o evitare gli abusi introdottivi. S' egli avesse meditata una
rivoluzione, un sol colpo di mano poteva condurla a termine, nè egli ignorava
certo essere generale principio, che in tutte le grandi rivoluzioni occorre a
riuscirvi ardire nell'immaginare e prontezza nell'eseguire. Al Gradenigo non
mancava nè l'una qualità, nè l'altra; ma vero Cittadino qual era, che non pensa
che al vantaggio della Patria, egli lasciò all'esperienza e all' osservazione
de' Saggi il tempo necessario per ponderare il partito da prendere, una piena
libertà a ciascuno di esaminare i proprj interessi, e decidere in capo all'anno
se il nuovo metodo di elezione fosse utile o no. La legge fu a pieni voti
adottata, e l'anno appresso venne confermata di nuovo. Altre leggi posteriori la
ratificarono e consolidarono in perpetuo.
In tal modo si andò a poco a poco impedendo, o difficultando l'ingresso a molti,
riducendolo a chi avea la più antica orginaria nobiltà, a quelle cospicue
famiglie che aveano per secoli e secoli sparso il sangue, sacri ficato le
sostanze, impiegato i pensieri i più profondi a difesa della Nazione, infine a
quelli i quali provar potevano per sè, padre ed avo, che la famiglia aveva avuto
ingresso nel Maggior Consiglio. Quindi il padre appena era divenuto individuo di
quel Corpo, che trasfondeva ne' figli il diritto di esserlo pur essi, salvo le
prove che si doveano fare dell'onestà, civiltà, legittimità della madre, quando
essa non fosse nobile, come altre prove, che ne' successivi tempi si vollero
apposite. Se in appresso s'introdusse qualche verme roditore e velenoso,
chieggiamo noi qual Corpo semplice o composto v'abbia, che vada esente da
innovazioni, da corruttela? Nell'ammasso generale de' mali convien contentarsi
di quelli, che gravitano meno, almeno in apparenza, sulla totalità degli uomini.
Per buono che sia un Governo produce sempre de' mal cotenti; ma non dirassi mai
cattivo di sua natura e difettoso, se non quando renderà infelici molti senza
confluire in nulla alla prosperità pubblica. Finchè le Leggi, le sole leggi
regnano in uno Stato, il Popolo è libero; egli lo sa, e quest'opinione crea la
sua felicità, nè per altro che per l' opinione si reggono i diversi Governi. Non
fuvvi paese, in cui il dispotismo siasi riguardato con occhio così torto come in
Venezia, ed in cui siansi usati gli espedienti migliori per tener vivo lo
spirito pubblico. Le due più efficaci molle furono sempre la fiducia nella
personal sicurezza, e il non esigersi dal Governo che piccioli sacrificj.
Pertanto fu allora che ciascun Cittadino si persuase non essere debitore di tai
beneficj alle sue forze private, ma all'unione de' Magistrati, e dovette bramare
che ogni disordine introdotto nel Governo, venisse riformato dalle Leggi, e che
i Magistrati divenissero i suoi difensori. È già un antico adagio, che alle
Nazioni tutte poco importa quale esser si possa la forma della Legislazione;
invocano esse, e chieggono soltanto quella che offre loro più di guarentigie,
quella dalla quale ciascuno riceve più, dando meno. Infatti l'intera Nazione si
mostrò così paga de' mentovati regolamenti, che, seguendo i migliori Cronisti,
sembra certo che quel metodo di elezione durasse almeno sino al 1351, e tutti i
pubblici Registri cel confermano. Altra alterazione non vi si osserva, se non
nel numero di molto accresciuto dei membri del gran Consiglio. Nel 1340 se ne
trovano d'inscritti sino a 1212. In appresso poi quel Consiglio che durava un
solo anno, si vide durarne due, indi cinque, poscia sei e più anni, sicchè per
via di fatto (giacchè legge veruna non si trova) venne dimessa l' annua
ballottazione. Pare però che una ballottazione continuasse sino al 1436, nel
qual anno un fatal contagio mietè moltissime vite anche di questo Consiglio, e
per iscemar l' orrore di tante perdite, furono ammessi al Consiglio, quanti
produssero i loro titoli per entravi. D' altronde men rigore occorreva allora
nella scelta degl'individui, perchè in virtù delle ballottazioni precedenti, il
Corpo del gran Consiglio erasi purgato, ed i ricchi ed i nobili appresero a
conoscere quest'importante verità, che le sole ricchezze e la sola nobiltà non
creano l' uomo di merito e di considerazione, ma che da lor medesimi dipendeva,
il far che venisse conscesso un grado di stima più elevato a chi si nobilitava
colla virtù, che a quello, il cui solo vanto era un'ereditaria grandezza.
È dunque indubitabile, che il Doge ietro Gradenigo non vide tal mutazione nel Maggior Consiglio, perchè non potè vederla; dunque egli non ebbe parte in ciò che si eseguì sempre da poi; e nemmeno egli potè immaginare un' Aristocrazia, quale la si ebbe poscia, e quale non può crearsi a volontà; giacch'essa è cosa reale, formata dal lustro delle virtù, dai servigi resi alla Patria, dall'eroismo delle azioni civili e militari; essa è identifica alla Società, è circondata dallo splendore della fortuna, è seducente per la gentilezza, amabilità, dignità delle maniere; essa infine è una forza formata dai soli secoli, e che i soli secoli non valgono a distruggerla.
Ecco come senza Decreto, e senza veruna solenne riforma si stabilì poco a poco in Venezia l' Aristocrazia ereditaria, e quella Costituzione che per tanti secoli formò l'ammirazione dell' universo. Impiegossi a sostenerla il fior de' Cittadini, e di lor potea dirsi ciò che nelle sacre Carte si dice delle Locuste (Prov. XXX): che sono più Savie di tutti i Savj, perchè non hanno re, e marciano in truppa senza disordine e senza confusione. Se i Popoli tutti, sia per abitudine, sia per pregiudizio, sia per amor proprio, sono portati a riguardare il loro Governo come il migliore degli altri, il Popolo Veneto provò più di tutti questa felice illusione; avendo in ogni tempo manifestato con trasporto la sua confidenza, e la sua divozione perfetta a quello, sotto cui viveva.
Durante il Ducato di questo medesimo Doge Pietro Gradenigo, vi fu per altro a questa stessa epoca un Decreto di molto rilievo, ch' egli ad altro momento distrusse, come a suo luogo vedremo, ma che allora a più giusto titolo poteva chiamarsi il Decreto per la Serrata del maggior Consiglio. Prima di lui i Cittadini ed i Plebei potevano entrare nella gran Sala di esso Consiglio, ed assistere ai dibattimenti sugli affari di Stato, e sulle nomine alle diverse Magistrature; ma questo Doge giudicò necessario per togliere lo strepito ed il poco rispetto verso la pubblica maestà, che tutte le porte di quel augusto Consesso fossero chiuse. Sarebbe mai possibile, che quest'atto sì materiale potesse venir preso e confuso con quella Serrata, della quale i partigiani di essa hanno menato tanto strepito? Eppure si potrebbe essere tentati a crederlo, particolarmente se insistono nella loro ostinata opinione, anche dopo che vi è da lusingarsi di avere comprovato e co' ragionamenti e co' fatti più incontrastabili l'insussistenza di questa immaginaria riforma. Che se mai rimanesse qualche dubbio ancora, questo verrà appieno dissipato nella Festa susseguente, dove tratterassi della Congiura di Bajamonte Tiepolo.
Ma indipendentemente da tutto
ciò che abbiam detto fin' ora intorno la Riforma del gran Consiglio, conviene
parlare altresì della Festa, che questo stesso Doge Gradenigo instituì nel
giorno di Santa Caterina ai 25 di Novembre. Stando alle parole del Decreto, pare
non essere stato che uno spirito di divozione particolare, che ad emanarlo il
sospingesse. Tuttavia chi ama di accusarlo di superbia, pretende ch'egli per tal
modo intendesse consacrare il giorno della sua elezione al Ducato; e qualcun
altro l'epoca della Riforma del gran Consiglio. Ma se si riflette che la sua
elezione cadde nel 1289, che il Decreto del Regolamento del gran Consiglio è del
1297, e quello della Festa di Santa Caterina del 1307, cioè posteriore di
diciott'anni alla sua elezione, e di dieci al regolamento del Governo, noi siamo
tratti a giudicare, che il vero spirito di tal festa sia stato benissimo la
divozione del Doge a questa Santa, le cui virtù celestiali non erano minori di
quelle, che si era proeacciate mercè gli studj. Non è noto in qual guisa si
celebrasse la festa, che secondo il Decreto dovea esser solenne. Forse le
formule posteriori adottate hanno fatto dimenticare le antecedenti. Durante la
Repubblica era questa la Festa de' Dotti. In questo dì aprivasi con pompa la
celebre Università di Padova, e tutti i Collegi dello Stato. In questo dì i
Professori e i Maestri di ogni facoltà ricominciavano a render utili i loro
talenti, e a procurarsi nuovi diritti alla gloria, coll'informare alla Patria
de' Cittadini
illuminati. Era questa la festa della Speranza; di quella dolce speranza,
che infondeva non meno ne' genitori virtuosi, che ne' teneri figli la forza di
sostenere un distacco fra loro, che dovea essere origine un giorno di felicità
sì agli uni che agli altri.
Se nuove alterazioni sofferse di
fresco questa solennità, pur essa tuttavia si celebra in Venezia nella Chiesa
dedicata a Santa Caterina dagli Studenti del Liceo-Convito: Liceo che oggimai si
acquistò la maggior rinomanza per la scelta de' suoi Professori, ed in
particolare per essere diretto dal celebre Ab. Traversi, le cui vaste cognizioni
si conciliano l' ammirazione di tutti gli Eruditi, e le cui paterne cure verso i
numerosi Alunni si meritano da tutti i Padri e dallo Stato intero una viva
riconoscenza.
Festa di San Vito
La presente Festa dee star vicina a quella, di cui abbiam testè parlato; poichè entrambe ebbero origine sotto il Doge medesimo Pietro Gradenigo. Noi l' abbiamo veduto sin qui occuparsi particolarmente di regolamenti civili, che tutti riuscirono a sua voglia; l' osserveremo adesso in una carriera assai più difficile da percorrere. E prima di tutto puossi sospettare che fossero que' medesimi regolamenti, i quali levando ogni speranza agli ambiziosi senza merito, di poter avere parte nel Governo, facessero più particolarmente nascere quelle tante mormorazioni e querele, che scoppiarono in una vera sollevazione contro il Doge. Un certo Marin Bocconio, uomo di famiglia distinta fra le cittadinesche, concepì il disegno di una rivoluzione, e trovò un gran numero di aderenti, anzi si può dire che fu per ciò appunto, che venne scoperta. Tosto il Governo fece arrestarne molti, ne imprigionò alcuni; quelli che poterono scappare furono in perpetuo banditi; e a Bocconio fu tagliata la testa sulla Piazza di san Marco. Questo pronto, severo e solenne esempio valse a calmare, almen per allora, l' agitazione degli spiriti.
Credette il Doge di poter meglio assicurarsi della tranquillità interna della città, occupando la moltitudine in qualche esterna impresa, sapendo bene, che spesso la guerra produce una crisi salutare negli affari civili. La scelta però non era facile. La guerra feroce e dannosissima, che la Repubblica di Venezia ebbe a sostenere nell' anno 1294 contro i Genovesi, lacerava aucora tutti i cuori, malgrado la pace conchiusa colla mediazione de' Padovani e di Matteo Visconti. Conveniva dunque cercare qualche spedizione, che potesse avere una probabile riuscita, e un oggetto di utilità che potesse al tempo stesso accrescere il nome Veneziano. Gli parve di averla trovata. Andronico Imperator di Costantinopoli successore di Michel Paleologo, avea ricusato alla Repubblica di Venezia non solo un risarcimento, quale egli dovea ai mercanti Veneziani, ma ricusava pur anche la somma ragguardevolissima di danaro, che il defunto suo padre ricevuto aveva in prestanza dal Veneto Governo. Deliberò dunque di spedire ne' mari di Costantinopoli Belletto Giustiniani con trentasette vascelli per farsi giustizia da sè; ed il Giustiniani se la fece per modo, ch' essendosi impadronito di un gran numero di vascelli, e posto a ferro e fuoco un vasto tratto di paese soggetto all' impero, ridusse Andronico alla necessità d' implorar la pace per poter almeno sostenere la corona minacciata da' suoi proprj sudditi. Il Giustiniani, ottenuto quanto dimandava, e più ancora, sottoscrisse la pace tanto desiderata da Andronico. Il nostro eroe ritornò a Venezia recando seco quindicimila prigionieri, gran copia di sontuose spoglie, e tutta la somma del denaro, che l' imperatore aveva sino allora ricusata. La gioja de' Venezia ni si manifestò nel modo più vivace; e il Doge vide colla maggior soddisfazione, ch' egli non erasi ingannato nella sua aspettativa.
A questo felice avvenimento seguì il trionfo sopra i Padovani, di cui abbiamo altrove parlato. Ma i giorni di felicità pel Doge Pietro Gradenigo erano passati, ed egli si trovò imbrogliato in una guerra a doppie armi; le spirituali e le temporali. Eccone la cagione. Tra i cittadini ambiziosi d' Italia, che nel decimoterzo secolo, postergando l' indipendenza e la felicità delle loro patrie, s' erano dichiarati i padroni e sovrani di esse, vi furono pure gli Estensi. Questi si erano impadroniti anche di Ferrara, ma in sul principio per poter assicurarsi meglio della loro preda, misero la Città sotto la protezioue del Pontefice, a cui essa aveva già appartenuto, e la governarono in lor nome, facendosi chiamare i Vicarj perpetui del Papa. Estesero poscia il lor dominio, aggiunsero Modena al lor Feudo, e crebbero per tal modo di autorità, di forza e di riputazione, che Carlo II re di Napoli non isdegnò di concedere sua figlia Beatrice in matrimonio ad Azzo, tuttochè fosse vedovo, e padre di un figlio per nome Fresco. Un tal matrimonio parve a questo giovane molto fuor di stagione e se ne corrucciò altamente; e forse fu tal disgusto che accrebbe in lui l' impazienza di regnare, cosicchè non potendosi più contenere, ordinò o anche eseguì proditoriamente la morte del padre. Lo sdegno de' cittadini contra l' uccisore si manifestò in maniera, che Fresco dovette andar esule fuori dello Stato. Egli non seppe ove meglio cercar salvezza che in Venezia, e come figlio ch' era di una Veneziana, implorò il soccorso della Repubblica. Procurò esse, ma indarno, il perdono per Fresco. I Ferraresi furono irremovibili. Egli allora, non vedendo più luogo a speranze per sè, rinunziò ai Veneziani tutti i suoi diritti, e solo chiese per compenso un' annua pensione da potersi godere in Venezia; il che gli fu subito accordato.
Allora la Repubblica annunziò ai Ferraresi, che da quel momento essi appartenevano al Veneto Stato. Ricevettero essi da prima molto bene una tal nuova, e fecero anche una bell'accoglienza al Governatore speditovi, credendo forse di avere in lui un antico Podestà Veneziano; ma ben tosto o pentiti di avere accordato ogni cosa troppo facilmente, o sollecitati da Francesco fratello di Azzo, che vedevasi con ciò escluso per sempre dallo sperato dominio, risolsero unanimemente di mandare Ambasciatori in Avignone, per implorar dal Papa la sua protezione contro la violenza de' Veneziani. Clemente V senza ponderar più che tanto la supplica, fece intimare al Governo di Venezia di rimettere immediatamente in libertà Ferrara, minacciando, in caso di resistenza, di perseguitar la nazione con tutte le sue armi, e di suscitare contro la Repubblica tutti i principi cristiani. Una intimazione così risoluta del Papa non fece però grande impressione sull' animo del Doge Gradenigo; pure non potendo decidere nulla da sè solo, gli fu forza di convocare il Maggior Consiglio per prender partito. Tra i convocati fu il primo Jacopo Quirini, che con somma eloquenza procurò di persuadere la rinunzia di Ferrara, mostrando che le armi spirituali del Papa potevano essere più offensive che quelle di tutti gli altri principi uniti; poichè un' anatema sur i sudditi della Repubblica sparsi per tutta l'Europa avrebbe potuto ridurre a mal termine le loro sostanze, ed anche la vita; che il tuono minaccevole della voce Papale poteva risvegliare la gelosia assopita de' rivali della potenza Veneziana, e intimorire i sudditi fin al punto di far perdere con disonore ciò ch' era meglio cedere sotto l' aspetto di obbedienza filiale al Capo della Chiesa. Aggiunse, che se l'ambizione di estendere l'impero aveva a far prendere le armi in mano ai Veneziani, non mancavano regni in Oriente da conquistare, senza dipartirsi da' principj stabiliti dagli antenati, i quali riposto avevano le basi della nazional gloria e grandezza nella navigazione e nel commercio, riguardando come nocevole alla libertà ogni acquisto di Terra-Ferma; che ancor meno dunque dovevasi ritener Ferrara, città prediletta del Sommo Pontefice, e ciò contro la sua assoluta volontà.
Terminata questa disputa, altri Oratori presero a sostenere un'opinione affatto contraria. Fecero vedere che il Papa aveva gran torto di lagnarsi de' Veneziani, che avevano preso tante volte le armi per lui, e versato il loro sangue, e prodigati i lor tesori in favor della Chiesa; che inoltre non trattavasi già di una conquista, ma di accordar protezione a sudditi, che di loro spontanea volontà eransi sottommessi ad un Governo saggio e clemente; che non dovevasi mai per un timor pusillanime negar soccorso a chi avea diritti di attenderlo, nè rinunciare ad una Città, che situata sul Po, non poteva essere attaccata nè dal Papa, nè d' altri con forze marittime eguali a quelle della Repubblica. Terminavano col dire, che mentre il felice destino offeriva una sì ricca addizione terrestre ai possessi di mare, non dovevasi per viltà trascurarla. A tal passo altri Oratori si alzano per aver la parola; ma sono interrotti da altri. I più ardenti erano da una parte i Gradenighi, i Michieli, i Giustiniani; ed i Quirini, i Badoari, i Tiepoli dall' altra. Entrambi i partiti si riscaldano, dimenticasi la maestà sovrana, si giunge sin alle ingiurie. Quelli del partito Quirini accusano gli altri d' ignoranza, non sapendo prevedere i mali e la vergogna che derivar ponno da tanta ostinazione. Gli avversarj chiamano poltroni e nemici della Patria chi vuole la pace. Alfine il Doge si alza: quest' atto impone il silenzio; ciascuno crede di udire giusti rimproveri per i confini oltrepassati dai disputanti; nulla di questo. Soltanto l'autorità del Doge fa decider di ritener Ferrara.
Pure il rispetto alla Santa Sede volle che si spedissero
Ambasciatori in Avignone per informare il Pontefice, che la Repubblica di
Venezia non aveva acconsentito di occupar Ferrara, che a solo fine di
soccorrerla, e per essere stata a ciò sollecitata dagli abitanti: che le sue
truppe avrebbero impedito che altri principi, che già la vagheggiavano, non se
ne impadronissero: che continuerebbe dunque a ritenerla a guisa di puro deposito
e per sola sicurezza. Clemente V lungi dall' aggradire questa Deputazione,
lanciò l'anatema contro i Veneziani, pubblicò e sparse per tutta l'Europa un
Editto, con cui ordinava a tutti i popoli di perseguitar coll'armi i Veneziani,
e di spogliarli di tutti i loro beni, come separati dall'unione de' Cristiani, e
nemici
della Chiesa Romana; poscia commise al suo Legato il Cardinal Bellagura di andar
a conquistar Ferrara.
Allorquando que' Cittadini videro avvicinarsi l'Esercito Pontificio aumentato da un Corpo di Cavalleria Fiorentina, si ribellarono ai Veneti, ed apersero le porte alla milizia ecclesiastica. Per questa inattesa mutazione di cose grave fu il danno dei nostri, e per nulla valse tutto il valore, che con tanta fermezza dimostrarono. La forza nemica infinitamente superiore piombò su quegli sventurati, e vi fece un'orribile carnificina. Un piccolo numero andò a rinserrarsi nel Forte Tealdo; e allorchè questo non potè più resistere, tutti si arresero a discrezione del vincitore. La sciagura de' Veneziani non ebbe qui fine; poichè il Papa malgrado il prospero evento delle sue armi non ritirò punto l'anatema, ed esse divennero lo scopo delle persecuzioni, e dell'odio dei Popoli, i quali sotto pretesto d'un sacro abbandono alla Santa Sede, esercitavano contro essi ogni genere di crudeltà, nè vi fu spoglio o violenza, di cui non fossero vittime. Tutte le loro ricche merci, che portato aveano in Francia, nelle Fiandre e in altri luoghi, vennero confiscate; i loro mercadanti arrestati, maltrattati, e perfino varj di loro perirono. Guai se le Saraceniche popolazioni avessero ricevuto l'acqua battesimale! la nostra nazione sarebbe stata affatto distrutta. Tali e tante rovine produsse fra noi questa terribile scomunica, che anche oggidì è portata per esempio dal volgo; dicendosi, per dinotare un uomo di tristo aspetto, che sembra recar con sè qualche cattiva nuova, pare quello che porta la scomunica di Ferrara. Ed è ben certo che Clemente V, benchè con qualche ragione irritato contro i Veneziani, spinse oltre al segno il suo rigore, e spiegò più livore che zelo in questa occasione; nè mai potrebbe essere giustificabile la sua ostinazione, e la durezza d' animo manifestata nel resistere per cinque anni a tutti gli uffizj, a tutte le suppliche della pentita Repubblica, che nel sacrosanto nome della Religione e dell'Umanità implorava indulgenza. Egli doveva inoltre non postergare, come fece, i suoi meriti verso la Santa Sede; avendo essa le tante volte accolto nel suo seno con divozione ed amore que' Pontefici, che vennero a rifuggiarvisi, e tutto il sangue e l' oro profuso per soccorrerli. Ma l'aver egli prolungata così questa crudele scomunica, fu si può dir oltre tutti gli altri mali, il principal movente di quella Congiura, che scoppiò poco dopo a Venezia. Poichè al dolore universale suscitato in tutti i Cittadini al ragguaglio di tante calamità e perdite dei nostri, successe un gagliardo fermento negli animi, ed i differenti partiti si riaccesero sempre più. Gli uni gridavano altamente contro il Doge, come autor principale de' mali pubblici e particolari, per essersi ostinato, mediante un falso giudizio, di ritener Ferrara; altri sostenevano che Marco Quirini era un traditor della Patria; poichè s'egli non avesse ceduto quella Fortezza senza tentare una battaglia, ed attendere l'approvazione del Senato, avrebbe potuto trionfare di tutte le difficoltà. Malgrado tutte queste contese, nè la colpa del Quirini, se pur l'avea commessa, venne punita a cagione del suo illustre casato, nè la calunnia, se tale ell'era, venne vendicata. Egli frattanto giunse a Venezia macchiato d'infamia, ed il Conte Doimo di Lusino Generale di terra, fu al contrario benissimo accolto. Accadde che pochi giorni dopo doveasi procedere all'elezione di un Consigliere. Entrambi si misero nella lista de' Candidati. Al momento della ballottazione Jacopo Quirini salì la Tribuna per richiamar la legge dell'anno 1266, cho non accordava ai nobili Dalmati la facoltà di entrare in Maggior Consiglio, nè quella di ottenere le primarie dignità della Repubblica. Un Giustiniani rispose; altri replicarono, ed in mezzo a questi dibattimenti di opinoni varie, si passò ad alcuni propositi inconsiderati, e a fatti più ribbuttanti ancora. Ad ogni modo il Conte Doimo venne prescelto. Osservossi subito dopo nella Piazza e per le vie varj attruppamenti, ed un certo parlar in disparte, e con molta vivacità, che diede luogo a sospettare essersi la discordia civile aumentata a segno d' inspirare giusti timori per la sicurezza pubblica. A fine di prevenir il male, il Doge d' accordo co' Consiglieri rinnovò la legge della proibizione delle armi, e fu commesso al Magistrato de' Signori di notte di soprantendere anche fra il giorno per l' esatto adempimento del Decreto. Ma il diavolo (queste sono le identiche parole di Marco Badoer) che mirava alla rovina del Governo, inspirò a Marco Morosini, Signor di Notte, di volersi assicurare se Pietro Quirini, che avanzavasi verso di lui, avesse armi indosso, e tosto gli pose attorno le mani; ma il Quirini con un colpo di piede atterrò il Morosini. Gran quantità di gente accorse sul fatto; la contesa si fa sempre più viva, e le parti vieppiù si fanno accanite fra loro; ma il Quirini per una sentenza della Quarantia è condannato ad una pena pecuniaria. Marco Quirini guardò tutto l'avvenimento come una nuova offesa diretta particolarmente a lui. Non potendo più contener la sua rabbia, risolse di vendicarsi del Doge, pronto, diceva egli, a punire i Quirini, lento a difenderli. Credette l' impresa di una facile riuscita, attesa la mala disposizione del Popolo verso Pietro Gradenigo, sia per essere stato eletto Doge contro la volontà popolare, sia perchè era riguardato come la cagion principale di tutte le calamità dell' ultima guerra. Nondimeno il Quirini non osò di mostrarsi apertamente, sapendo di non esser neppur egli in grande opinione per aver abbandonato troppo presto Ferrara. Pensò dunque di rimettere l' esecuzione del suo disegno, e di crear Capo della Congiura, che meditava, il di lui genero Boemondo Tiepolo, che dai Veneziani chiamavasi Bajamonte, figlio di quel Jacopo Tiepolo, ch' era stato dal Popolo proclamato Doge: uomo intraprendente, di una illustre famiglia, e che odiava il Gradenigo come il principal motore di essere stato punito per la sua amministrazione, allorchè fu Rettore in Morea, ed anche per l' orgoglio, diceva egli, insultante del Doge.
Da che Marco Quirini ebbe esposto tutto il disegno al Tiepolo, questo se ne mostrò soddisfattissimo, ed ambidue si misero a tenere secrete conferenze, in ognuna delle quali accrescevasi il numero de' Congiurati. Cominciossi da prima a trattare sul porre rimedio ai mali dello Stato; giacchè è sempre sotto questo pretesto che si tramano le congiure. Marco Quirini fece una rapida eposizione della sventurata situazione di Venezia dall'epoca dell' assunzione alla Sede Ducale del Gradenigo, e provò che non era possibile di salvar la Patria, se non che togliendo di vita quell'ambizioso principe insieme co' suoi partigiani. Jacopo fratello dell' Oratore, presso cui tenevansi le combricole, essendo uomo di spirito saggio e moderato trovò troppa esagerazione d' idee, e cercò di allontanare le decisioni violente; ma il Tiepolo lo interruppe, comprovando la necessità di tali misure, e prese sopra di sè l' incarico di provocare lo sdegno generale contro il Doge. Gli riuscì in fatti di far entrar nel complotto un numero grande di persone di ogni classe; le raccolse tutte, e cominciò dall'accusar il Doge come cagione della mala riuscita nell' ultima guerra contro i Genovesi, e ciò ch' era ancor peggio, e più umiliante, in quella recente col Papa. Pinse con colori assai vivi le crudeli e terribili conseguenze, che derivarono dall' anatema Papale, per cui un grandissimo numero di Veneziani furono non solo rovinati nelle fortune, ma persin trucidati. Alcuni ridotti in ischiavitù vennero venduti come oggetto di commerci, e costretti a soffrire ogni genere di umiliazione e di tormenti. Fece vedere essere divenuta Venezia più isolata da quest'anatema, che per la propria posizione; essere quasi un lido appestato in mezzo al mare, dal quale nessuno scioglie, ed al quale niuna vela amica osa approdare. Nell'interno poi esservi la carestia, la cessazione assoluta del commercio, la somma difficoltà di guadagnarsi il pane, la privazione di tutte le consolazioni, che la Religione può procurare agl'infelici; tali essere i miserandi effetti del perfido governo del Doge; e che malgrado le lagnanze, i gemiti, le preghiere di tanti infelici, pure lo snaturato erasi sempre tenuto irremovibile; così portando il suo carattere aspro ed inumano, che guardasse con tranquillo ciglio lo spargimento del sangue, e la distruzion delle fortune de' suoi proprj concittadini. Fece osservare come il valoroso marco Quirini era stato a torto privato del comando della flotta contro i Genovesi, e come ultimamente era stato esposto nel Maggior Consiglio ad ogni specie d' insulto dai suoi antagonisti senza che il Doge ne rimproverasse alcuno, senza che i Magistrati li punissero. Indi l' Oratore non dimenticò nemmen di parlar di lui stesso, dimostrando, che quantunque disceso da benemeriti Cittadini de' quali rammentò le gloriose imprese, pur venne, contro ogni giustizia, condannato a risarcire il pubblico erario de' danari amministrati nel suo governo di Modone e di Corone. Infine con queste ed altre accuse giunse ad eccitare un grido generale in tutta l'assemblea di morte al Doge Gradenigo.
Se ne formò il piano, ed il Tiepolo venne proclamato Capo
della Congiura. La piazza di Rialto fu assegnata pel luogo dell' adunanza. Di là
dovevasi marciare verso la piazza di San Mareo ed investire il Palazzo Ducale,
atterrarne le porte, impadronirsi del Doge uccidendolo, e con lui tutti quelli
che osassero opporsi. Frattanto il Badoer ch' era Podestà a Padova,
dovea condurre di là un corpo di truppe, che comparissero opportunamente, caso
che i Congiurati fossero bloccati, per liberarli. Quanto alle armi, tutti i
nobili guerrieri ne avevano in gran quantità. Esse erano conservate nelle
antiche famiglie, come oggetto di lusso o come trofie. Furono dunque queste
distribuite a tutti quelli ch' erano concorsi nella medesima risoluzione, e fra
essi, (cosa osservabilissima) vi si trovavno mo